L'editoriale

Perché serve il consenso di popolo e Cantoni

Ci sono buone ragioni per sottoporre i nuovi accordi bilaterali al referendum obbligatorio, che prevede la doppia maggioranza
Giovanni Galli
30.08.2025 06:00

Con quali regole si giocherà la partita alle urne sul nuovo pacchetto di accordi bilaterali? Ci sarà il referendum facoltativo, che prevede la sola maggioranza dei votanti, o quello obbligatorio, che invece richiede l’approvazione di popolo e Cantoni? Il colpo d’acceleratore dato dai promotori dell’Iniziativa bussola, che in undici mesi ha raccolto 140 mila firme, è destinato a mettere ulteriore pressione sul Parlamento, prima ancora che questo inizi l’esame dell’intesa negoziata da Berna e Bruxelles. Sulla quale, verosimilmente, non si andrà a votare prima del 2028. L’iniziativa chiede di sottoporre il pacchetto alla doppia maggioranza e prevede una clausola retroattiva. Se l’intesa con l’UE arrivasse alle urne prima dell’iniziativa stessa e fosse approvata solo dal popolo e se, in un secondo tempo, l’iniziativa venisse accolta, si dovrebbe tornare a votare. Teoricamente, quindi, gli accordi potrebbero essere rimessi in discussione prima di entrare in vigore (si parla del 2030). L’attuabilità di questa clausola è controversa, ma il nocciolo della questione è un altro. Con la doppia maggioranza l’ostacolo da superare è più alto; la storia insegna che su questi temi il consenso dei Cantoni è più difficile da ottenere. In un mondo politico già diviso su come procedere, l’Iniziativa bussola rappresenta un condizionamento in più. Secondo il Consiglio federale, che si è espresso con largo anticipo sulle regole del gioco, basta il referendum facoltativo. La Costituzione prevede il voto obbligatorio solo in caso di adesione a una comunità sovranazionale (come l’UE) o a un’organizzazione di sicurezza collettiva (come la NATO). Inoltre, il fatto di limitarsi alla maggioranza dei votanti si iscrive in una linea di continuità con il passato, visto che già i precedenti accordi con l’Unione (i Bilaterali I nel 2000 e la partecipazione a Schengen/Dublino nel 2005) erano stati sottoposti alla sola approvazione del popolo.

In ogni caso, per stessa ammissione del Governo, alla decisione non sono stati estranei argomenti tattici. Le reazioni sono state ambivalenti, con i favorevoli ai nuovi accordi che hanno apprezzato la chiara scelta di campo e i contrari, invece, convinti che la rinuncia alla doppia maggioranza sia stato un segnale di debolezza e di paura da parte di chi teme di perdere la partita. Sta di fatto che la questione ha spaccato in due il Governo stesso. Queste divisioni interne, in cui si intrecciavano valutazioni contrastanti sul piano giuridico e dell’opportunità, non depongono a favore della solidità della sua posizione. La decisione finale toccherà comunque al Parlamento, che potrà tirare dritto oppure attivare il cosiddetto «referendum obbligatorio sui generis», in base al quale, pur in assenza di una esplicita base costituzionale, si può richiedere la doppia maggioranza. Dal punto di vista giuridico, in effetti, la questione è opinabile. Ci sono insigni giuristi a favore della sola maggioranza popolare e altri, invece, che sostengono la doppia. In assenza di certezze assolute, è inevitabile che il discorso venga condizionato da aspetti politici e dai rapporti di forza. Eppure, la natura dei nuovi accordi, che hanno anche implicazioni istituzionali, non può essere ignorata. Ci sono buone ragioni per sottoporli all’approvazione di popolo e Cantoni. Alcuni anni fa, il Tribunale federale aveva stabilito che la libera circolazione delle persone prevale sulla Costituzione. Se qualsiasi modifica della Carta fondamentale viene sottoposta a referendum obbligatorio, a maggior ragione la doppia maggioranza andrebbe richiesta per norme ritenute superiori. D’altra parte, sarebbe difficile far capire agli elettori perché la doppia maggioranza serva nel caso di iniziative pittoresche come quella sulle vacche con le corna e non per un’operazione così importante come la continuazione della via bilaterale, che ha richiesto anni di negoziati e ha chiare implicazioni interne. La ripresa dinamica del diritto dell’UE, il ruolo indiretto della Corte di giustizia europea nella risoluzione delle controversie, l’impatto in termini di sovranità e di democrazia diretta sono tutti aspetti altamente sensibili che, tenendo conto degli equilibri su cui si basa storicamente la Confederazione, non andrebbero lasciati alla sola maggioranza popolare. Anche se formalmente si parla di stabilizzazione dei rapporti, di fatto le relazioni con l’UE entrano in una nuova dimensione, che per la sua portata richiede un’ampia legittimazione politica e democratica. Anche il Consiglio di Stato ticinese si è appena espresso in questo senso. Si stima che per assicurarsi la maggioranza dei Cantoni serva il consenso di almeno il 56% dei votanti. Se il mondo politico è convinto della bontà di questi accordi deve prepararsi a operare uno sforzo di convincimento supplementare, senza timori di sorta. Una solida approvazione alle urne, per ragioni interne, è anche nel suo interesse.