Se il caos svuota i cieli, dove potremo volare in sicurezza?

L’immagine che, più di tutte, restituisce il caos di queste ore è quella di Flightradar24 e delle altre piattaforme specializzate: il vuoto, quasi assoluto, sopra i cieli del Medio Oriente. In un giorno normale, per intenderci, un aeroporto come Dubai gestisce migliaia di voli. Spalmato sull’anno, il dato dice ancora di più: lo scalo emiratino smista circa 95 milioni di passeggeri, molti dei quali in transito verso altre mete. Per tacere del fatto che sono circa 4 mila gli svizzeri, al momento, prigionieri della regione.
Qualcosa, nel frattempo, si è mosso. Si sta muovendo. Ma vedere compagnie globali come Etihad, Emirates e Qatar a terra, evidentemente, colpisce. Al di là del danno economico, enorme. Mentre la guerra, sempre più larga e allargata, sta ridisegnando il confine fra ciò che è sicuro e ciò che, invece, non lo è, una domanda si impone: che ne sarà di hub come Abu Dhabi o Dubai, da sempre basati sul concetto che business, turismo e, in fondo, geopolitica possano coesistere e addirittura viaggiare su binari paralleli ai conflitti? Bella domanda. Quante volte, ad esempio, scorrendo il dito sui social ci siamo imbattuti nei grattacieli degli Emirati e in quel mare certo «finto» ma comunque invitante, soprattutto quando in Ticino è inverno? E quante volte, di riflesso, abbiamo pensato «quasi quasi…»?
Si dirà: piano piano, tutto tornerà come prima. Snì. Anni fa, l’aviazione ha vissuto la sua ora più buia: uno stop pressoché totale imposto dalla pandemia. Quindi, il settore ha conosciuto un primo, grande scossone post-Covid, con la chiusura dello spazio aereo russo alle compagnie occidentali pronunciato dal Cremlino in risposta alle sanzioni internazionali per l’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte dell’esercito di Mosca. Venerdì, Swiss presenterà i dati del 2025. Negli ambienti vicini alla compagnia si parla già di un «anno di consolidamento». Ovvero, di un anno tutto fuorché eccezionale, complici le ritrosie dei viaggiatori nel recarsi in America.
Muoversi in un contesto del genere, di per sé, è complicato. A maggior ragione se l’aviazione, intesa come settore, è abituata al concetto di just in time, ovvero a pianificare operazioni, rotazioni, aerei, rotte ed equipaggi con margini di manovra minimi. Da anni, le pressioni sono costanti. Impossibilitate a utilizzare lo spazio aereo russo, compagnie come Swiss o ITA Airways devono sopportare la concorrenza dei vettori cinesi, con Pechino libera di sorvolare la Russia non avendo mai pronunciato sanzioni nei confronti di Mosca. Tempi di percorrenza più brevi, per gli altri, si traducono in minor consumo di carburante e in biglietti, fronte viaggiatori, più economici.
In questi giorni, l’aviazione mondiale o, se preferite, le rotte fra Europa e Asia sono rimaste appese a un corridoio stretto, se non strettissimo, schiacciato fra due Paesi come la Russia, a nord, e l’Iran, a sud. Paesi che, fra l’altro, hanno pure uno storico importante a livello di abbattimento di aerei civili. È una striscia di terra formata da Georgia, Armenia e Azerbaigian. Nel suo punto più stretto, a spanne, parliamo di 170 chilometri. Immaginatevi ulteriori tensioni, come peraltro sta accadendo in Afghanistan, spazio aereo riaperto in maniera (quasi) forzata nel 2024 proprio per alleggerire il traffico mondiale, già imbottigliato per via del Medio Oriente. Immaginatevi, concretamente, altre chiusure. E immaginatevi, infine, le alternative, con collegamenti fra Europa e Asia che dovrebbero puntare verso Ovest, tramite l’Artico, o scendere il più possibile sull’Oceano Indiano. Il santo, economicamente parlando, varrebbe ancora la candela?
Viviamo un vero e proprio paradosso: mentre l’aviazione, a immagine dell’Airbus A350-900, propone aerei in grado di volare sempre più a lungo e sempre più lontano, riducendo i consumi e consentendo al mondo di essere più unito, l’impatto che potrebbe avere questa guerra ci sta riportando indietro di decenni. Con un mondo più grande e, ahinoi, più lento. Le rotte si allungano, i costi come detto lievitano mentre i cieli, in alcune regioni, si svuotano, al grido «da qui non si può passare».
Hai voglia, ora come ora, a parlare di Wanderlust, termine tedesco che si riferisce al desiderio di viaggiare. Il sentimento dominante, fra chi vola, è quello di smarrimento. Chi è rimasto bloccato in Medio Oriente non è confrontato a un normale e, per certi versi, banalissimo ritardo. Ma al crollo di una certezza, quella di un sistema in grado di collegare città, Paesi e persone in cui ogni cosa, quasi per magia, funziona in sintonia con l’altra. La difficoltà, per le compagnie coinvolte, legata al gestire migliaia di persone di nazionalità diverse in più aeroporti e città mette a nudo la fragilità, intrinseca, dei nostri sistemi di trasporto. Una fragilità che la guerra, ora, sta contribuendo a indebolire ulteriormente. La domanda delle domande non è «quando partirò?» ma «posso ancora fidarmi dei cieli?». E la risposta non è così scontata…


