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L'editoriale

Trump-Meloni e una cultura che non c'è più

Lo scontro diplomatico fra il presidente USA e la premier italiana non sorprende: si tratta di sceneggiate già ampiamente viste nell’ultimo anno e mezzo, a tutte le latitudini
Paride Pelli
23.06.2026 06:00

Lo scontro diplomatico fra Donald Trump e Giorgia Meloni non sorprende. Si tratta di scene (meglio, di sceneggiate) già ampiamente viste nell’ultimo anno e mezzo, a tutte le latitudini. Anche la nostra Svizzera ha avuto, con l’inquilino della Casa Bianca, una serie di tensioni in cui non sono mancate, da parte del tycoon, uscite verbali sopra le righe e gesti sgarbati. Basti ricordare la telefonata con l’allora presidente della Confederazione Karin Keller-Sutter, a fine luglio dello scorso anno. All’epoca tutti noi restammo sbalorditi. Oggi ci limiteremmo, tanto siamo abituati alle intemperanze di Trump, a un mezzo sorriso. L’abbiamo già scritto altre volte: al grande pubblico tutto questo può sembrare un teatro dell’assurdo o persino un modo sconsiderato, se non violento, di fare politica internazionale. Tuttavia c’è del metodo, e persino delle ragioni di fondo, in quello che Trump dice e fa.

Il modo con cui il presidente americano ha trattato Giorgia Meloni è perfettamente in linea con gli interessi degli Stati Uniti, che vanno dall’imposizione di dazi a quei Paesi che hanno un surplus commerciale con gli USA – e l’Italia è fra questi – fino alla pretesa che le nazioni europee collaborino senza se e senza ma alle operazioni militari americane in Medio Oriente. Negli ultimi mesi, Roma non ha voluto dare la propria piena disponibilità a sostenere la guerra contro l’Iran. E Trump, nel suo stile, si è vendicato. Con consumata abilità comunicativa, Meloni ha però sfruttato l’occasione mettendosi sullo stesso piano dell’attaccante e ribattendogli a tono. È così riuscita a recuperare consenso politico interno e persino a ricevere il sostegno dell’opposizione, che non ha potuto esimersi dal difendere quella che all’improvviso è diventata la premier «di tutti». Un’operazione di reale o recitato «sovranismo» che era già riuscita a Meloni, con tutte le doverose differenze e i distinguo del caso, nella tragica vicenda di Crans-Montana.

E, ça va sans dire, accadranno ulteriori contrasti o screzi di eguale o peggiore intensità, con l’Italia o con altre cancellerie, Berna compresa, anche dopo le elezioni di midterm del prossimo novembre, quale che sia il loro esito, perché il presidente USA «è fatto così». La riflessione – drammatica – che invece bisogna sviluppare riguarda il profondo deterioramento delle relazioni internazionali. Quella che Trump ha consapevolmente scardinato è infatti una cultura diplomatica costruita con immensa e certosina fatica da tutte le nazioni occidentali, dal Dopoguerra in avanti: al centro di questa visione, come colonna portante, vi era un preciso concetto di pace e di rapporti tra le nazioni. Purtroppo, l’Europa non ha ancora trovato né un modo né una strategia per disinnescare fin dal loro effimero esplodere le quotidiane provocazioni del tycoon. Forse si ritiene che la soluzione sia guardare oltre questa presidenza, che prima o poi passerà. Niente di più sbagliato, poiché con essa sarà nel frattempo stata distrutta una cultura politica e diplomatica di cui già adesso sentiamo la mancanza.