L'editoriale

Un successo storico per Stato e governo

I boss mafiosi sono così affezionati al loro territorio che non si allontanano mai – Matteo Messina Denaro considerava evidentemente la Sicilia il posto più sicuro. Almeno fino a questa mattina
Ferruccio De Bortoli
Ferruccio De Bortoli
16.01.2023 20:45

I boss mafiosi sono così affezionati al loro territorio che non si allontanano mai. Matteo Messina Denaro considerava evidentemente la Sicilia il posto più sicuro. Almeno fino a questa mattina. Altrimenti non si spiega come una latitanza possa durare 30 anni. Si faceva chiamare Andrea Bonafede (sic) e lo cercavano un po’ ovunque. E invece era lì. Sotto casa. Anche Totò Riina - morto nel 2017 - venne arrestato a Palermo, esattamente trent’anni e un giorno prima di Messina Denaro, il boss della mafia corleonese cui di fatto passò il testimone. Riina sfuggì all’arresto per 23 anni. L’altro celebre «padrino», Bernardo Provenzano, venne preso nel 2006. In un casolare nei pressi di Corleone, provincia di Palermo. Riuscì a sfuggire alle manette per 38 anni. E dopo la sua morte, nel 2016, il potere mafioso risultò ancora più concentrato nelle mani del grande latitante catturato oggi.

Un giorno storico. Una vittoria dello Stato italiano che arresta l’ultimo responsabile delle stragi del ‘92-‘93. Un bonus insperato per il governo Meloni. Un successo straordinario dei reparti speciali dei carabinieri, guidati dal generale Pasquale Angelosanto. Ed è significativo che l’arresto del boss avvenga in margine alle manifestazioni in ricordo dell’agguato, di poco più di 40 anni fa (3 settembre 1982, a Palermo), in cui cadde, insieme alla moglie Emanuela, il generale dei carabinieri, Carlo Alberto Dalla Chiesa. Sulla rete 1 della Rai è in programmazione uno sceneggiato sulla vita di Dalla Chiesa (interpretato da Sergio Castellitto). Istruttivo per conoscere quella «zona grigia» che si crea tra istituzioni, società e organizzazioni criminali. Un interstizio di silenzi e complicità che è stato a lungo - e speriamo lo sia molto meno da oggi - una garanzia per la latitanza di tanti ricercati. Troppe ambiguità, troppe coperture. E tanti servitori coraggiosi dello Stato lasciati soli - come i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino - nella trincea di difesa della legalità.

Matteo Messina Denaro si è arreso senza fare resistenza - quasi volesse consegnarsi perché malato di tumore - in una clinica palermitana a pochi passi dalla sede della Dia, la Direzione antimafia. Un «figlio d’arte». Il padre, don Ciccio, era già un boss mafioso. È considerato il mandante di stragi ed esecuzioni. Feroci. Come quella del piccolo Giuseppe Di Matteo, 12 anni, rapito, strangolato e sciolto nell’acido nel 1996 per una vendetta trasversale contro il padre, collaboratore di giustizia. Da giovane, innamorato di una ragazza austriaca che lavorava in un albergo, ne fece uccidere il vicedirettore. Si era lamentato perché Messina Denaro e i suoi amici, frequentando l’albergo, ne mettevano a rischio il buon nome. E si potrebbe continuare: per esempio con il fallito attentato a Maurizio Costanzo.

L’interrogativo che si pongono gli esperti della materia è se l’arresto di Messina Denaro segni il declino definitivo dell’organizzazione criminale. Falcone diceva che la Mafia «come ogni fenomeno ha un principio, un’evoluzione e avrà quindi anche una fine». Oppure, com’è più probabile, ne determini soltanto una sua trasformazione. E che Messina Denaro sia diventato nel frattempo un boss della mafia perdente e che le leve del potere siano ormai passate in altre più giovani, tecnologiche e internazionali, mani. Come insegnava Leonardo Sciascia, tentare di comprendere il fenomeno mafioso è fatica improba, ciò che appare non è mai ciò che è. Come sfogliare un carciofo all’infinito, intriso di sangue e di spine. Certo, ma se Messina Denaro parlasse…