Gli sciacalli della scena musicale «live»

La stagione dei concerti all’aperto è appena finita e già si parla della prossima. Già perché anche il mondo del pop – soprattutto quello «importante» fatto da artisti di fama internazionale – da qualche anno ha iniziato a lavorare su tempi lunghi. E questo a causa della mutata struttura degli eventi: non più esibizioni semplici con sul palco unicamente strumenti, microfoni e impianto luci, ma strutture sempre più gigantesche, spettacolari, articolate e che dunque necessitano di più tempo per essere programmate, allestite e vendute.
Fin qui niente di nuovo: si tratta di un’evoluzione del settore (ossia sempre meno musica e sempre più effettistica) accompagnata da una esponenziale – e talvolta esagerata – lievitazione dei costi. Dovuta, da un lato al gigantismo assunto dagli show, ma anche al fatto che, oggi, tutte le spese legate all’attività dei musicisti vengono caricate sui loro spettacoli. Un tempo, infatti, i concerti erano utilizzati preminentemente per promuovere la vendita dei dischi, che garantivano ottimi introiti a chi li faceva. Oggi di dischi non se ne vendono quasi più e il ritorno dei diritti sugli ascolti attraverso le piattaforme di streaming (Spotify, Apple Music, ecc…) è minimo: pensate che un brano che, attraverso i vari distributori digitali , fa registrare un milione di ascolti, frutta a chi l’ha realizzato (autori, interpreti, arrangiatori…) una cifra che non supera globalmente i 4.000 franchi lordi. I dischi però bisogna continuare a farli, possibilmente accompagnando ogni brano da un videoclip; inoltre molto più che in passato è necessario lavorare sulla promozione: in una galassia, quale quella della musica in internet, in cui sono presenti miliardi di produzioni, farsi notare diventa molto più oneroso di una volta. Tutti costi che vanno recuperati attraverso i concerti. Che dunque sono diventati molto più cari con conseguente rialzo dei prezzi di entrata che, in buona parte dei casi, costano quanto un weekend al mare o in montagna.
C’è però un elemento molto più inquietante all’interno del business dei concerti del quale quasi nessuno parla, nonostante nasconda degli aspetti che, in certi casi, rischiano di rasentare la truffa. Parliamo delle prevendite. Oggi, se voglio assistere ad un concerto del cantante X programmato per l’estate o per l’autunno 2027, mi si obbliga ad acquistare i biglietti già oggi. Ovvero anticipando una considerevole somma con grande anticipo, ma senza quasi ottenere quei benefici di cui normalmente si gode nelle transazioni a pagamento anticipato – leggi scontistica – salvo la garanzia di poter accedere all’evento (solo in pochi casi è prevista la formula cosiddetta «early bird» che prevede sconti sui primi acquisti di tagliandi d’ingresso). Anzi, l’acquisto di un biglietto con un anno di anticipo è accompagnato dall’applicazione dei cosiddetti «diritti di prevendita» che fanno ulteriormente lievitare il suo costo.
Quindi noi consegniamo agli organizzatori una somma di cui possono gratuitamente disporre per un lungo periodo: si tratta di tanti soldi (non pensiamo ai piccoli concertini, ma agli eventi da 40-50.000 spettatori), capitali su cui non viene pagato alcun interesse, alcuna imposta – i conti in questo caso si fanno solo alla fine – che per un anno possono investire come meglio credono e che, in parte, non sono legati alla corresponsione di alcun servizio ma semplicemente alla promessa dello stesso.
Ma andiamo oltre: mettiamo che dopo aver acquistato un biglietto con un anno d’anticipo, l’evento ad esso legato subisca una modifica tale (annullamento, spostamento di data o altro) da rendere impossibile una sua fruizione da parte dell’acquirente. A quel punto la legittima richiesta di un rimborso, il più delle volte, è accompagnata da talmente tanta burocrazia e complicazioni da indurre molti a rinunciarvi. Nel caso, invece, si riuscisse ad ottenere un rimborso, lo stesso non sarà mai totale: le spese di prevendita, ad esempio, non vengono infatti mai restituite nonostante la vendita, a quel punto, sia stata annullata e il cosiddetto «diritto» venuto meno. Tanti soldi, insomma, gestiti e incamerati dagli organizzatori a spese di un pubblico sempre più considerato semplicemente una mucca da mungere il più possibile. Pubblico al quale, a fronte di questa pratica (alla quale si aggiunge quella, scorretta anche legalmente, del cosiddetto mercato dei «secondary ticket» – ma questa è tutta un’altra storia sulla quale con ogni probabilità torneremo presto) non dovrebbe restare che una mossa: boicottare queste procedure e tutti gli eventi ad esse legate, in modo da togliere il cibo a quegli sciacalli che dopo aver spolpato e distrutto l’industria discografica ora stanno facendo altrettanto con il settore del «live». Ma ne sarà davvero capace?


