Tra il dire e il fare

Le mancanze del FC Lugano

Due domeniche fa ero felicemente intruppato con i dodicimila tifosi bianconeri che sono andati a Berna – Peccato per il risultato, anche se possiamo consolarci per essere usciti con onore dalla finale di coppa e soprattutto per aver terminato il campionato con un lusinghiero terzo posto
Alessio Petralli
Alessio Petralli
12.06.2023 06:00

Due domeniche fa ero felicemente intruppato con i dodicimila tifosi bianconeri che sono andati a Berna. Peccato per il risultato, anche se possiamo consolarci per essere usciti con onore dalla finale di coppa e soprattutto per aver terminato il campionato con un lusinghiero terzo posto.

Per crescere ancora è però indispensabile una buona dose di autocritica, difficile da mettere in atto nell’estate incipiente di queste settimane di meritato riposo.

Moltissimi dei dodicimila (nel 2016 alla finale zurighese erano la metà e questo raddoppio in pochi anni fa ben sperare) hanno giustamente la loro da dire. Sono perlopiù affermazioni «tecniche» che chi ha dato due calci a un pallone (cioè quasi tutti) si sente in diritto di fare. Ma se al Lugano avesse fatto difetto anche il carattere o, meglio, se ad alcuni protagonisti bianconeri il carattere avesse giocato un brutto scherzo?

Non si può non cominciare da Croci-Torti e da un primo tempo inguardabile, a causa di una squadra mal formata e messa male in campo. È vero, c’è l’attenuante di Macek infortunatosi all’ultimo momento, ma il «Crus» non avrebbe dovuto aspettare timidamente così a lungo prima di intervenire su Bislimi, che vagava senza costrutto, o sul pur vigoroso Belhadj che, dopo la solita ammonizione in entrata, giocava con il freno a mano tirato. L’allenatore del Lugano ha dato una forte identità alla squadra e la sua estroversa empatia molto local è un impareggiabile valore aggiunto, ma il suo carattere talvolta sopra le righe andrebbe equilibrato e prima di accusare il tipo di gioco degli avversari sarebbe utile fare il mea culpa per il primo tempo rinunciatario di cui si diceva.

Arriviamo poi al momento decisivo, quando la timidezza di Saipi ha giocato un bruttissimo scherzo, mentre la supponenza o, se si preferisce, la sfrontatezza di Hajdari ha fatto di peggio. Entrambi giovanissimi possono e devono migliorare, il primo con l’esuberanza di un portiere che con il suo fisico quando esce dovrebbe «spaccare tutto», il secondo con l’umiltà di chi sa che in certi casi si «spazza» la porta e basta, altro che cercare il controllo di fino per poi ritrovarsi assieme al pallone in fondo alla rete. C’è poi lo schivo e un po’ introverso Celar che per l’occasione ha pensato di comportarsi come Steffen, ossia con la fastidiosa arroganza del «Chihuahua» di Aarau. Ma a lamentarsi avrebbe potuto essere soprattutto «l’algerino volante» un po’ trascurato, non tanto il solitamente pacato sloveno autore di una prova del tutto incolore.

Spunti autocritici. «Crus»: riconoscere gli errori con ponderazione; Belhadj: calma e sangue freddo; Saipi: via tutti che arrivo io; Hajdari: modestamente risolvo; Celar: non sarò mai un «Dobermann»; Steffen: can che abbaia meno e morde di più (gli avversari).

E poi ci si è messa un po’ di sfortuna, con il giocatore nettamente più debole dell’YB che si fa male dopo un paio di minuti (Lauper in campo avrebbe fatto comodo al Lugano) e con il miglior arbitro svizzero, Lukas Fähndrich, che, oltre a gestire malissimo i tempi di ricupero, colpevolmente alla mezz’ora non estrae il rosso per un’entrata assassina di Blum su Valenzuela. E poi ancora c’è il manto sintetico sul quale i nostri faticavano a reggersi in piedi.

Ma per finire ricordiamoci soprattutto del secondo tempo stupendo, con in particolare l’azione capolavoro che ha portato al gol di Bottani, altro pilastro dell’identità luganese e ticinese a cui bisognerà presto affiancare qualche giovane locale di valore. L’azione in questione è stata una vera e propria opera d’arte sportiva, che avranno apprezzato anche nel mattino di Chicago. Chissà se alla prossima occasione, al posto di una tranquilla intervista da oltre oceano, il sorridente Joe Mansueto si deciderà a volare in Svizzera? D’accordo, conta forse di più la paccata di milioni per migliorare il nuovo stadio, ma a patto che non sia il prodromo a qualche americanata che ci arrivi tra capo e collo.

La dirigenza svizzera pare solida e al proprio posto (a parte il presidente scomparso dai radar, che non sapeva l’italiano a dispetto del ticinesissimo cognome), ma teniamo presente che gli americani sono abituati a non guardare troppo per il sottile quando si tratta di raggiungere lo scopo.

Insomma «padron comanda , cavallo trotta», anche quando il cavallo che deve andarsene dalla stalla è uno di razza come Paolo Maldini. Al Milan i padroni americani non ci hanno pensato troppo: anche a loro interessa tanto il nuovo stadio!