Detto tra noi

Vivere fuori misura

La «misurite», alimentata dalla robotica cultura dell’analisi quantitativa di dati oppure dalla burocratica «spunta di caselle», inquieta perché fornisce alibi per le decisioni economiche e sociali col rischio di non vedere l’individualità delle questioni
Dimitri Loringett
Dimitri Loringett
04.11.2022 06:00

Misurare. Misurarsi. Misurazioni. Prendere le misure… Lessico a parte, la questione del confronto, o del confrontarsi, fra persone, cose, eventi o altro è una caratteristica naturale – ma spesso anche un’esigenza – dell’essere umano. Da ciò derivano poi classifiche, graduatorie, elenchi ecc. Per arrivare a questi ci sono target (obiettivi) da raggiungere, indicatori per misurare progressi e risultati, parametri da rispettare e così via. Ma siamo davvero sicuri che l’approccio «metrico» (o quantitativo) sia sempre giusto o adeguato? Certo, ci sono questioni particolarmente complesse che richiedono una sorta di «percorso» da seguire per poter arrivare all’obiettivo finale e non perdersi. Pensiamo, per fare un esempio fra tanti, al quarto obiettivo di sviluppo sostenibile dell’ONU, «istruzione di qualità»: come si fa a stabilire quando l’istruzione è «inclusiva» e promuove «opportunità di apprendimento permanente eque e di qualità»? Quando poi si legge il dettaglio di questo obiettivo (ma anche di tutti gli altri 17 inseriti nell’Agenda 2030) troviamo, ripetutamente, termini quali «target», «indicatori», «risultati». C’è da scommettere che per raggiungere l’obiettivo si passi per l’esercizio meramente formale, ovvero il famigerato box-ticking exercise. Restando sul tema dell’istruzione, l’altro giorno leggevo il commento di un collega riguardo ai ranking accademici, le graduatorie stilate da società specializzate che mirano a stabilire la qualità degli istituti di formazione superiore, classifiche che da qualche anno fanno notizia anche alle nostre latitudini. Secondo il collega, «il fatto di misurare la qualità di un’università applicando principalmente degli approcci quantitativi e non qualitativi, pare di per sé già una contraddizione piuttosto importante». Già, perché queste graduatorie vengono stilate in buona parte recensendo il numero di pubblicazioni scientifiche (misurazione quantitativa), mentre fattori quali la soddisfazione degli studenti (che si rileva tramite sondaggio qualitativo) oppure l’impatto della ricerca scientifica nella società contano in maniera minore. A proposito, recentemente è successo che alla rinomata Columbia University, negli USA, siano stati corretti alcuni dati e, improvvisamente, sia scesa di parecchie posizioni nel principale ranking nazionale. Ma all’ateneo newyorkese, che fa parte della prestigiosa Ivy League, non mi risulta tuttavia che vi sia stato un esodo di studenti o un calo di richieste d’immatricolazione… Insomma, la «misurite», alimentata dalla robotica cultura dell’analisi quantitativa di dati oppure dalla burocratica «spunta di caselle», inquieta perché fornisce alibi per le decisioni economiche e sociali (e non solo), col rischio di non vedere l’individualità delle questioni – un po’ come in statistica quando ci si dimentica dei cosiddetti valori anomali (outlier) che possono rivelarsi tutt’altro che insignificanti. Per fortuna l’uomo non vive solo di dati e tabelle, ma anche di creazione artistica, sentimenti e pensiero, cioè di approcci «qualitativi» che consentono ancora di sentirci essere umani.