C'era un piccolo miracolo, chiamato Laura

Da sabato sera Lugano sarà un po’ meno Lugano. Il Laura che chiude è una città che perde un pezzo pregiato. Da domani infatti non mancherà soltanto un bar tra i tanti, forse troppi, né tantomeno uno dei più belli, perché proprio bello il Laura credo non lo sia stato mai. Avremo perso invece l’unico locale che era riuscito a diventare qualcosa di più di un semplice bar: un punto di aggregazione accogliente per tutti e dove tutti potevano trovare il loro spazio. Per stare semplicemente bene, a ogni ora di ogni giorno. Un simile, raro esempio di come al di là di tutte le difficoltà, le diffidenze e le barriere generazionali, sociali e urbane - nel contesto di un agglomerato sempre più frammentato nella sua struttura e per questo totalmente e un po’ assurdamente centripeto nelle sue dinamiche - non potremo che rimpiangerlo.
Il Laura dei ragazzi ma anche quello dei professionisti in giacca e cravatta, quello degli impiegati e dei pensionati, dei luganesi e degli stranieri, dei mattinieri e dei nottambuli, il Laura dell’autosilo e delle autopostali, il Laura passaggio obbligato per accedere a tutto ma al tempo stesso escluso da tutto, da Natale all’estate: il Laura che nonostante tutto era entrato benissimo nella sua parte di Terra di Mezzo, il Laura sintesi di una città piena di dubbi e di contraddizioni, confinato a margine della cosiddetta movida ma capace di proteggersene. Il Laura di chi lo apprezzava e di chi lo evitava. Tutto questo tra qualche ora non ci sarà più.
Non mi vanto ma neppure mi vergogno di avere alle spalle una vita… da bar: dal Nata dei primi flipper al Rosa dei tempi del ginnasio e del liceo, dal Johnny all’El Cid, dall’In onda al Morandi, dal Time al Class ho portato avanti una lunga, agitata ma appagante relazione con i locali di Lugano. Con il Laura il rapporto è stato diverso e nel tempo si è consolidato in una fase di stabilità senza precedenti, in cui i tradimenti alla ricerca di nuove sensazioni - una volta irrinunciabili - si sono fatti sempre più rari e fugaci.
Oggi è un giorno triste perché sta per arrivare il momento in cui questo equilibrio si spezzerà. Niente più aperitivi, niente più partite, niente più giornali, almeno non più al Laura: qualcosa, anzi molto, dovrà cambiare nelle mie abitudini quotidiane e non mi consola affatto sapere che questo stato d’animo è condiviso con altri. Anche se fossero (e credo lo siano) più di quanti io possa immaginare. Non mi considero un sentimentale ma scrivendo queste righe mi ritrovo a pensare a quell’arredamento assortito e bizzarro, a quei bagni davvero poco invitanti e a quell’assurdo impianto televisivo impossibile da accendere premendo un solo tasto del telecomando che ci hanno fatto sorridere, discutere, qualche volta magari anche arrabbiare. Sino a quando, ogni volta, la chiudevamo con un questo è il Laura, buttato lì a ricordarci che quella di frequentarlo, di esserne parte, è sempre stata quasi una scelta di campo.
Sarà l’età, direte. È possibile. Sarà stato anche perché proprio su uno di quegli scomodissimi sgabelli nella pausa di una partita della nazionale di calcio qualche anno fa mi è successo qualcosa di molto bello e importante. È più che probabile. Ma è stato soprattutto per come mi ci sono sentito ogni volta, da solo, con gli amici, con chi non conoscevo, con tutte le ragazze e i ragazzi che ci hanno lavorato. E con Reto, che ha creato questo piccolo miracolo luganese.



