Gli ultimi Walser del Ticino

L’ultima volta che un neonato (Naapeppi) è stato portato dal reparto maternità di Locarno fin su a Bosco Gurin, è stato a maggio scorso. Alexander Cerini ha sei mesi ed è l’ultimo dei Ggurijnar, gli storici abitanti dell’unica isola linguistica del Ticino, abitata dal Medioevo da una popolazione germanofona che fino a pochi decenni fa era prospera e relativamente isolata dal resto del mondo. Poi tutto è cambiato.
La scuola non riapre
Basterebbe spiluccare i registri della comunità (Ggmein), che si trovano al momento accatastati su un divano nella sala comunale di Bosco, per rendersene conto. Aspettano di essere sistemati al piano di sopra, nell’aula delle ex scuole elementari che da vent’anni non accoglie più un allievo: i banchi sono ancora lì, con il piattino per il calamaio, le lavagne in ardesia, come quando ha suonato l’ultima campanella. Nei prossimi mesi verranno rimossi per fare spazio all’archivio dei Ggurijnar.
«Dispiace, abbiamo tutti tanti ricordi in questo posto» spiega il sindaco Alberto Tomamichel. «Abbiamo tenuto quest’aula intatta per tanto tempo sperando che prima o poi sarebbero tornati gli allievi. Ma è inutile illudersi».
Nei registri bisogna risalire fino al 2022 per imbattersi in un’altra nascita: Jakob, fratello di Alexander, che ora ha tre anni. Poi c’è un vuoto statistico (e ancor prima umano) fino al 2015, quando è nato Noé Frich, cugino di secondo grado di Jakob e Alexander. Le nascite precedenti risalgono al 2012 (Enea, fratello di Noé) e poi al 2009 (Amelie, sorella maggiore di Enea e Noé). La statistica delle nascite a Bosco Gurin è finita qui.
La lingua che muore
Il sindaco Tomamichel chiude la porta dell’ex scuola e si dirige alla sua azienda agricola. Attraversa in auto la parte alta del paese, passa di fianco alla chiesa dei Santi Giacomo e Cristoforo, protettori dei pellegrini che un tempo passavano di qui per recarsi a Santiago de Compostela. Il cimitero sul retro è panoramico, piccolo e pieno di croci.
«Lì sì che c’è tanta gente».
I nomi dei defunti sono gli stessi degli abitanti di oggi (Tomamichel, Della Pietra, Sartori, Bronz, più le famiglie Janner ed Elzi di cui non restano più rappresentanti in paese) ma questi ultimi sono molti di meno. Un secolo fa il paese contava 210 abitanti, nel 1858 erano 420: oggi sono 45 sulla carta. Diversi hanno lasciato qui il domicilio anche se abitano altrove, rimettendoci dei soldi perché il moltiplicatore d’imposta di Bosco è tra i più alti in Ticino (100 per cento).
«Lo fanno per affetto» spiega Tomamichel. Una specie di nostalgia. «Vogliono sostenere il paese».

L’aria nei campi è gelata, ma la stalla del sindaco è riscaldata dal fiato di dodici vacche e quattro vitelli, che fanno mille feste al suo arrivo. Qui Tomamichel sorride. In totale nel suo Comune vivono meno esseri umani che mucche, una sessantina in totale. Anche il rapporto tra giovani e adulti è decisamente a favore degli animali. Dei tre figli grandi di Tomamichel solo uno è rimasto in paese, e quando andrà in pensione spera che sarà lui a continuare l’attività agricola.
La lingua che muore
Il ricambio generazionale è un problema anche culturale. Oggi nell’unico paesino Walser del Ticino vivono cinque minorenni, e non tutti parlano la lingua dei loro antenati.
«Con i miei figli ho parlato da sempre Ggurinartitsch» racconta Gloria Sartori-Frich, 44 anni.È stata lei a convincere il marito, originario di Bellinzona, a creare una famiglia a Bosco Gurin. «Lui parla italiano, ma con gli anni ha imparato a capirci. Qui ci sentiamo a casa, è qui che vogliamo stare».
Da Locarno Gloria è tornata a lavorare nella panetteria che la sua famiglia gestisce da oltre un secolo, l’unica rimasta in paese: in realtà oggi gestisce anche il servizio postale e lo spaccio di birre prodotte da suo fratello minore Alfio, nel retrobottega. Il tutto in una stanza di meno di circa dieci metri quadri.

È un luogo a modo suo impressionante. Con un passo ti sposti dalla panetteria al birrificio, un altro passo e ti trovi nell’ufficio postale (una specie di macchina fotocopiatrice circondata da pacchi), e in qualche modo riflette la promiscuità anche professionale che vige nella comunità di Bosco.
Ruth Tomamichel - la moglie del sindaco - passa a ritirare i pacchi e inizia il suo viaggio tra le case legnose ricoperte di neve, a passi lenti per non scivolare sul ghiaccio.La mattina ha munto le mucche, la posta è il suo secondo lavoro.
«Qui tutti facciamo almeno due lavori, e tutti siamo in qualche modo imparentati» dice con un sorriso infreddolito Cristina Della Pietra-Lessman, ritta come un ghiacciolo davanti all’ingresso del museo etnografico della cultura Walser: una grande casa di legno al limitare del paese.

Oltre ad essere la curatrice della Walserhaus Della Pietra-Lessman - sorella della postina Ruth - fa la contadina e la monitrice di sci per bambini nel vicino impianto di risalita. Di formazione è maestra di scuola, ma non ha mai potuto insegnare a Bosco naturalmente.
«Come molti Ggurijnar ho vissuto a lungo fuori e poi sono tornata, ma vivere qui è tanto bello quanto difficile. Bisogna adattarsi, come insegna la nostra storia».
Valanghe ed emigrazione
La storia dei Ggurijnar effettivamente non è mai stata facile. Arrivati attorno al 1250 dalla Val Formazza - «dove un secolo prima erano giunti dal Vallese, da cui il nome Walser-Walliser» spiega Cristina - a Bosco crearono su pascoli presi in affitto «perpetuo» il paese più alto del Ticino (1506 metri s.l.m.) e uno dei meno soleggiati. Il sole sparisce da metà novembre fino ai primi di febbraio.
«Senza contare le valanghe».
La prima (1695) costrinse gli abitanti a spostare il paese dall’altra parte del fiume, la seconda (1749) quasi distrusse l’attuale sede del museo. Le ultime sono del 1925 e del 1951.
«Le valanghe sono una costante nella nostra storia e anche uno dei motivi, forse, per cui siamo così attaccati ad alcune tradizioni» spiega Cristina mentre sui campi ghiacciati fa strada verso l’oratorio della Madonna della Neve, costruito ex voto dai Ggurijnar (ferventi cattolici) dopo il disastro del 1695.
Ci sono altri modi di proteggersi? A dicembre il piano di protezione dalle valanghe è stato presentato alla popolazione (in italiano) da funzionari di Bellinzona. Il Museo e la casa del sindaco Tomamichel sono al limite della zona rossa (rischio elevato). Ma ora gli abitanti vorrebbero chiedere alla Madonna di far venire più neve.
«Il cambiamento climatico favorisce le valanghe, ci hanno spiegato gli esperti. Eppure la neve è sempre meno, gli impianti non lavorano, e anche questo per noi è un problema».
Senza neve il lavoro è ancora meno, e senza lavoro una comunità quanto può sopravvivere? «Certo che sono preoccupato» chiarisce il sindaco Tomamichel, che tra l’altro è sindaco da 31 anni - sempre eletto con votazione tacita - e fatica a trovare un successore. «I giovani vogliono studiare e realizzarsi, e li capisco. Ma quando se ne vanno difficilmente tornano indietro».
Lontano da casa
Amelie, la figlia maggiore di Gloria Sartori-Frich, è il classico esempio. È uscita di casa a 14 anni (ora ne ha 15) per fare le superiori a Lugano, durante la settimana dorme a Bellinzona da parenti.
«Non è facile, specie per noi genitori» ammette la madre. «Del resto lo mettiamo in conto. Anche io alla sua età ho fatto esattamente la stessa cosa». I Ggurijnar imparano in fretta a stare lontani da casa, e molti non sono più tornati indietro. Amelie ha una grande passione per l’arte: chissà dove la porterà?
L’arte dell’identità
L’esempio arriva dal «capostipite» degli artisti (Chunschtar) di Bosco, il famoso illustratore Hans Tomamichel (1899-1984, vedi pagina affianco), ma anche dall’altra mamma che vive in paese, Karin Cerini-Tomamichel. Disegnatrice e falegname, ha vissuto a lungo lontano ma poi ha deciso di tornare e crescere i figli tra le casette di legno e sasso dove è cresciuta anche lei.
«Vivere qui è un privilegio - dice - costa delle rinunce, ma ne vale la pena».
Karin chiede a tutti in paese di parlare in Ggurijnar Titsch con i suoi due figli piccoli, a cominciare dagli anziani: sente una specie di responsabilità. Ma anche lei non conosce la lingua se non in modo passivo.
«Forse siamo già sotto la soglia di sopravvivenza della lingua. È molto doloroso».
L’ultima generazione di Walser del Ticino è bellissima e felice, ma gioca in italiano (e dialetto ticinese) per le strade del paese. Quando diventerà adulta potrebbe rendersi conto - speriamo di no - di avere imparato una lingua morta.
