I nomadi «parcheggiati» a Giubiasco, con gli asilanti

«Alla fine siamo tutti sulla stessa barca. Anche loro sono in viaggio, come noi. Solo che vengono da più lontano. Per quanto mi riguarda la mia roulotte è aperta a tutti».
Marcel, 73 anni, ha appena finito di piantare la veranda nel suo angolino preferito al campo nomadi di Giubiasco. Tira fuori la fisarmonica, gli attrezzi da arrotino. Dall’altra parte della recinzione un giovane turco lo guarda come se non avesse mai visto uno Jenisch prima d’ora.
«Waf waf».
Il barboncino di Marcel abbaia allegro tra i caravan, naturalmente senza guinzaglio.
«Saranno due anni che manchiamo dal Ticino» dice il padrone. «L’ultima volta c’era ancora mia moglie. Adesso siamo rimasti soli, io e lui».

Nel frattempo al Seghezzone sono cambiate diverse cose. Attorno al piazzale dedicato alla sosta dei nomadi svizzeri è comparsa la recinzione in metallo. Ai lati del campo sono spuntate delle colonnine della corrente elettrica. Ma soprattutto, nel prato accanto alle roulottes è stato improvvisato un nuovo complesso residenziale.
Era un campo incolto, fino alla scorsa primavera. Ad agosto sono iniziate ad arrivare le prime famiglie di richiedenti asilo. Container abitativi su tre piani, scale antincendio, posteggio esterno. Il centro d’accoglienza è stato montato in tempi record dal Cantone assieme alla Croce Rossa, che lo gestisce.
«Cittadini di serie B»
L’arrivo dei nuovi vicini ha suscitato un certo trambusto, nel campo nomadi. «Nessuno ci ha consultati» lamenta ad esempio Philippe, 63 anni, arrivato con la moglie dal Vallese. «A molte persone la cosa ha dato un certo fastidio». Camicia a quadri, orecchino d’ordinanza, al collo ha appesa la placchetta dell’esercito che mostra con orgoglio.
«Noi nomadi svizzeri abbiamo fatto tutti il militare, siamo cittadini come gli altri, anche se a volte non sembra proprio».
Il malcontento in realtà cova da tempo tra gli Jenisch che frequentano il Seghezzone, e non per colpa degli asilanti: la mancanza di servizi (igienici, acqua, corrente elettrica) ha incrinato i rapporti con le autorità da ben prima. A sentire i rappresentanti della comunità i problemi si trascinano da anni.

«A lungo alle nostre richieste di miglioramenti, che per noi erano essenziali, ci è stato risposto che non si potevano fare» sottolinea il portavoce Albert Barras raggiunto al telefono in un campo nomadi a Zurigo, dove si trova al momento. Là le toilettes ci sono, dice, e anche l’elettricità, come in qualunque campeggio in Svizzera. «È la normalità in tutte le aree di sosta per nomadi del paese. Solo il Ticino finora ha rappresentato un’eccezione».
Un’anomalia legata allo statuto «temporaneo» del sedime del Seghezzone, dove il Cantone ha trasferito nel 2013 l’area di sosta per gli Jenisch che prima si trovava sul Ceneri. In precedenza era loro riservato un campo a Monte Carasso, ricordano i più anziani: la provvisorietà a ben vedere dura da sempre.
Sempre meno nomadi
Il problema non riguarda solo il Ticino. In Svizzera sono in funzione a oggi 47 aree di sosta per i nomadi «autoctoni», ma ne occorrerebbero almeno il doppio. Gli Jenisch sono una minoranza culturale e linguistica riconosciuta dalla Costituzione, che garantisce la tutela del loro stile di vita. Si stima siano circa 35mila (altri 90mila vivono in Austria e Germania) ma di questi solo 2-3mila hanno mantenuto lo stile di vita nomade.
«Molti giovani non vogliono più vivere in viaggio, vogliono una casa e un lavoro regolare» racconta Maria, 54 anni, anche lei originaria del canton Vallese. Con il marito Fabian sono appena tornati dalla casa di un cliente, a Bellinzona: hanno entrambi i vestiti coperti di macchie di vernice. «Io ho sempre fatto l’imbianchino» spiega Fabian. «È una tradizione di famiglia. Ho tutte le carte in regola, sono un lavoratore autonomo come tanti, solo che i miei clienti sono sparsi ai quattro angoli della Svizzera e io vado dove mi chiamano».
Ai margini della società
Non è una vita per tutti, come non è per tutti la sedentarietà. «Vedere tutti i giorni gli stessi posti, le stesse persone: non ce la farei mai!» esclama Maria mentre prepara il caffè nella cucina del mini-van. «Sono nata e cresciuta in un camper, non riesco a concepire un’altra vita».
Questo non significa che gli Jenisch non apprezzino le comodità di un normale campeggio. Purtroppo a Zugo l’area di sosta è vicina a un cementificio, a Wädenswil (ZH) e Altstätten (SG) di fianco all’autostrada, a Lucerna in una zona industriale vicino alla ferrovia. «Non è una casualità» secondo Simon Röthlisberger, segretario della fondazione Zukunft für Schweizer Fahrende (Futuro per i nomadi svizzeri) che riunisce Confederazione, Cantoni e rappresentanti della comunità Jenisch. «Spesso purtroppo i nomadi svizzeri continuano a essere confinati ai margini della società e le loro esigenze di vita vengono ignorate dalle autorità locali».

Proprio la mancanza di infrastrutture adeguate - la Fondazione stima che servano almeno altre 34 aree di sosta invernali e 45 estive in Svizzera - sarebbe una delle cause dell’abbandono della vita nomade da parte di molti Jenisch, avverte Röthlisberger. «In Ticino il problema non è costituito dalla zona in sé, che anzi è apprezzata da chi la frequenta, quanto piuttosto dall’assenza di servizi essenziali che si protrae fino ad oggi». L’apertura del centro asilanti sullo stesso sedime preso in affitto dal Cantone ha risolto alcune criticità, ammette la Fondazione, ma allo stesso tempo ha creato nuove preoccupazioni.
In attesa delle toilettes
«Non prendiamoci in giro: se non fosse stato per gli asilanti, qui la corrente elettrica non sarebbe mai arrivata».
Filippo, 50 anni, condisce un grande piatto di pomodori al centro della tavolata, dove la famiglia si è riunita per pranzo. Di mestiere fa il rigattiere, sta tutto il giorno in giro a cercare mobili da riparare o acquistare. «Come posso essere tranquillo a lasciare qui le mie cose e la mia famiglia, quando vado al lavoro? Molti di noi hanno bambini piccoli, e sono preoccupati». Il cugino Kouki, 61 anni, fa l’arrotino come Marcel ed è anche lui della tavolata. Scuote la testa. «Non penso che possiamo invidiare queste persone. Vengono da contesti difficili. E finora non possiamo dire che ci siano stati problemi».
Forse i malumori diminuirebbero, se a fronte di un centro asilanti altrettanto «provvisorio» costruito a gran velocità dal Cantone - «a loro tutto subito, e noi invece?» - gli Jenisch si vedessero accontentare altre rivendicazioni di vecchia data. L’area del Seghezzone è utilizzata da un centinaio di famiglie Jenisch ogni anno, con frequenza variabile, che pagano 12 franchi a notte per il soggiorno: da fine settembre la tariffa è salita a 15 franchi compresa l’elettricità. «Eppure siamo ancora costretti a usare i servizi igienici delle roulotte» lamenta Lara. «Dopo tanti anni non abbiamo ancora un posto dove scaricare le acque sporche».
È arrivato l’arrotino
Il Dipartimento delle istituzioni, che da sempre riconosce il diritto dei nomadi svizzeri (non di Rom e nomadi stranieri) a una sistemazione adeguata, sta valutando la costruzione di un collegamento fognario o di vere e proprie toilette, nel prossimo futuro. «Siamo abituati ad aspettare» sorride Alfred. «Chissà, magari nel frattempo potremmo chiedereun favore ai nuovi vicini».
Dal piazzale del centro asilanti Mahmoud, 25 anni, osserva con curiosità le grandi roulottes degli Jenisch. Nel suo paese i «campi profughi» sono ben diversi, riflette.
«Ma anche io appartengo a una minoranza».
In Turchia i curdi sono stati da tempo costretti ad abbandonare il nomadismo con la forza. Dall’altra parte della recinzione Marcel intanto ha tirato fuori la pietra pomice, e ha iniziato ad affilare un coltello a scopo dimostrativo, non certo intimidatorio.

«Da noi invece il problema è i giovani vogliono diventare ricchi, nessuno ha più voglia di faticare per due soldi» dice. «E la clientela degli Jenisch è sempre meno».
Non resta che puntare sul passaparola e sui rapporti di buon vicinato. Chissà, dall’altra parte della recinzione, qualcuno potrebbe avere bisogno dell’arrotino, di un pittore o di un rigattiere prima o poi.
