Le storie incrociate di tre svizzeri «di carta»

Per una libreria che chiude, specie se storica, c’è sempre chi è pronto a «strapparsi le pagine». Come ha sottolineato caustico Luigi Mascheroni sul Giornale, il mese scorso, se tutte le persone che hanno pianto sui social la chiusura della Hoepli di Milano (libreria e casa editrice) avessero comprato un libro negli ultimi anni la Hoepli non avrebbe chiuso affatto, probabilmente. Lo stesso vale per i lodevoli nostalgici che sono accorsi a manifestare solidarietà (ai librai, più che ai libri) nei vicoli dietro piazza Duomo, dove il metro quadro costa come sulla Bahnhofstrasse e un immobile di sei piani vale molto più vuoto che pieno di libri.
«Strapparsi le pagine» è un rito inevitabile, come era strapparsi le vesti nell’antichità, e ci è stato tramandato proprio dai libri (Bibbia e Iliade in primis) assieme al senso sempre più raro della vergogna pubblica (Aidòs). È successo anche con la storica Melisa in via Vegezzi a Lugano, per dire, ma in modo più composto e con una svendita memorabile che durò mesi e mesi, per la gioia dei lettori attirati dagli sconti. Perché va detto, se le librerie muoiono - anche in Ticino, vedi sotto - i libri invece trasmigrano come le anime e lo stesso vale per le case editrici, che a volte si reincarnano nelle forme e nei luoghi più inaspettati.
È di buon auspicio in questo senso - non solo per la libreria milanese - una storia meno nota rispetto a quella di Ulrico Höpli, ma ugualmente svizzera anche se di seconda mano, come svizzera è l’eredità del compianto capostipite «milanesissimo» dell’editoria tecnico-manualistica italiana.
Il vicino di casa
Se il primo Ulrico (1847 -1935) emigrò a fine Ottocento in una Milano che non era ancora la capitale dell’editoria subalpina - lo sarebbe diventata di lì a poco grazie anche a lui, vincendo la sfida con Firenze e Roma - negli stessi anni uno spazzacamino della valle Onsernone si trasferiva a Ginevra, varcando le Alpi in senso inverso. Anche la famiglia Schira fece il «salto sociale» emigrando, e il figlio dello spazzacamino francesizzò la grafia del cognome (Skira) proprio come Höpli italianizzò il proprio (Hoepli). Alberto Schira non sarebbe diventato Albert Skira se fosse rimasto a Loco, questo è certo. Se fosse rimasto a Ginevra, invece, probabilmente sarebbe diventato un impiegato di banca (fece l’apprendistato) e non l’intellettuale che a Losanna fondò una casa editrice in una camera d’albergo, poi si spostò a Parigi, conobbe Picasso Matisse e Dalì e li convinse a illustrare libri d’arte.
Le riviste Minotaure (1933-1939) e Labyrinthe (1944-46) sono entrate nella storia del movimento surrealista, la seconda fondata a Ginevra assieme a un altro grande Alberto rientrato da Parigi (Giacometti). La casa editrice di Skira - tornato a Ginevra nel 1941 e morto a Dully nel 1973 - gli è sopravvissuta e continua a pubblicare cataloghi d’arte, ma oggi ha sede, guarda caso, nel palazzo affianco alla libreria Hoepli a Milano.
Come ci è finita? Di mezzo c’è l’operazione messa a segno nel 1996 da due «gentlemen» dell’editoria milanese, Giorgio Fantoni e Massimo Vitta Zelman, che acquistarono prima il marchio e poi l’intera società in seguito rilevata da Einaudi-Mondadori e infine - tre anni fa - dal colosso museale francese Chargeurs Museum Studio. In tutto ciò, però, gli uffici sono sempre rimasti in via Agnello angolo via Hoepli, il che fa di questo "cantone" dietro il Duomo una sorta di seconda ambasciata culturale svizzera sotto la Madonnina (la prima è il Centro Svizzero poco distante).
Giovanni e Ulrichi
Ma tra gli scaffali della libreria è passato anche un altro pezzo dell’editoria svizzera «in esilio»: Iohannes Scheiwiller arrivò dal canton San Gallo nel 1880, assunto di persona dal «vecchio» Hoepli di cui fu uomo di fiducia. Anche qui i nomi si italianizzano e si ripetono: come i discendenti di Ulrich si chiameranno tutti Ulrico - Carlo Ulrico, Gianni Ulrico, Giovanni Ulrico, Matteo Ulrico - così i discendenti di Scheiwiller ereditano il nome del padre assieme alla professione. Il figlio Giovanni lascia e riprende più volte l’impiego in libreria (dal 1940 è direttore generale) per seguire ambizioni libresche a Ginevra, Zurigo, Madrid, New York - insomma un altro viaggiatore impenitente - e tra una cosa e l’altra fonda nel 1936 una propria casa editrice, «All’insegna del pesce d’oro». La terza generazione Scheiwiller a Milano è rappresentata dal giovanissimo Vanni che, a 17 anni, si butta sulle collane di poesia e negli anni Settanta approda a monumentali pubblicazioni di mecenatismo bancario (tra cui un non casuale «Gli Stranieri e l’Italia» per il Banco Ambrosiano Veneto) oltre a farsi valere come giornalista e critico letterario. Il suo archivio fuso con quello paterno (e donato al centro Apice di Milano) è tra i più importanti sul Novecento italiano.
La fine di un’era
Piace immaginare che dietro la Swiss-connection ci fosse un’intesa culturale profonda: gli eredi di Ulrico, proprietari delle mura, hanno sempre rivendicato con orgoglio la propria «svizzeritudine», da ultimo in un’intervista con chi scrive rilasciata a ottobre dell’anno scorso. È stata l’ultima concessa dal presidente Matteo Ulrico Hoepli prima e dopo la notizia della messa in linquidazione.
«L’ultimo degli Ulrichi» era il titolo nefasto, e purtroppo confermato poi dai fatti. Tra eredi, si sa, spesso si finisce col litigare: succede anche nelle migliori famiglie Hoepli (scriveva sempre Mascheroni) ed è successo in un’assemblea dei soci tenutasi proprio due giorni dopo l’uscita dell’intervista sul Corriere del Ticino. A Matteo Ulrico, che a differenza di Albert Skira impiegato di banca - poi dirigente - lo è stato davvero, tra l’altro anche a Lugano, prima di prendere in mano le redini dell’azienda di famiglia, è toccato il destino infelice di chiuderla e smantellarne il patrimonio anzitutto immobiliare.
L’edificio che dal 1959 è stato il cuore pulsante della cultura svizzera a Milano, oltre che un pregevole esempio di architettura modernista, progettato da due maestri del Novecento come Luigi Figini e Gino Pollini. Ora verrà ceduto - pare - a un fondo americano per venti milioni di euro, suppergiù, e la rivista Abitare ha lanciato un appello per salvarlo dalla speculazione: la conservazione dell’architettura modernista, spesso priva di vincoli e tutele in Italia e non solo, è un’altra battaglia in buona parte già persa. Il restauro intelligente è a questo punto l’auspicio migliore.
Forse è il destino inevitabile delle grandi librerie per non dire enormi - sei piani e una novantina di dipendenti in questo caso, tra le più grandi d’Europa - specie se si trovano in posizioni di pregio. Curioso, vista la vicinanza del Quadrilatero, che ad avanzare la prima proposta d’acquisto sia stata una maison d’alta moda (Loro Piana) a cui è stata preferita quella di Mondadori, interessata però solo al ramo dell’editoria scolastica. È il temuto «spezzatino» evocato dai sindacati all’indomani dell’ultima assemblea dei soci - il 10 marzo - che ha approvato la liquidazione volontaria. Tra le pagine strappate, nel libro di Milano, è sicuramente quella che fa più male anche da questa parte del confine.
