La domenica del Corriere

Salario minimo, dallo scontro al quasi accordo

Sembra profilarsi un controprogetto - Quadranti: «A 25 franchi non era praticabile» - Riget: «Assunzione di responsabilità» - Modenini: «Ci sono conseguenze» - Gargantini: «Non se ne va nessuno»
©Chiara Zocchetti
Giona Carcano
01.03.2026 20:31

Dalle accuse di una «combine» fra partiti borghesi per far slittare il voto a un (possibile) compromesso politico . Il tutto, nel giro di un mese. Sul salario minimo, l’impressione è che un’intesa sia a portata di mano, ma per ora meglio mantenere una certa prudenza. Specie dopo il Comitato socialista di mercoledì scorso. A fare il punto della situazione ci hanno pensato Gianni Righinetti, vicedirettore del Corriere del Ticino, e gli ospiti de «La domenica del Corriere»: Laura Riget (copresidente del PS), Matteo Quadranti (capogruppo PLR), Giangiorgio Gargantini (segretario cantonale di UNIA) e Stefano Modenini (direttore di AITI). Come si è giunti a questo punto? «Lo scontro iniziale» fra Fabrizio Sirica e Alessandro Speziali «è avvenuto per l’allarme lanciato dal copresidente del PS che ha colto tutti i partiti di centrodestra di sorpresa, perché non c’era nulla di segreto», ha spiegato Quadranti. «Come partito, ci siamo però detti che arrivare a 25 franchi come salario minimo non era praticabile». E quindi, si trattava di trovare un compromesso con gli altri partiti, consultando anche l’economia. Ma chi ha elaborato la bozza di compromesso? «Un gruppo di lavoro», ha spiegato il capogruppo PLR. Sorprendente, ad ogni modo, la velocità con cui si è passati dallo scontro all’accordo. «In politica bisogna differenziare le discussioni mediatiche da quelle che si fanno attorno a un tavolo», ha sottolineato Riget. «Questa è stato un’assunzione di responsabilità da parte dei partiti. Speriamo non sia l’ultima volta che accada». Insomma, bisogna puntare anche sui compromessi, come accaduto sul salario minimo.

«Noi siamo contrari allo strumento e sempre lo saremo», ha osservato da parte sua Modenini. «Il salario minimo esiste per legge, l’ha voluto il popolo, quindi adesso è inutile ritornare sulla questione». Ma fissare dei minimi salariali «ha delle conseguenze», in particolare in un contesto di «economia fragilizzata». Per il direttore di AITI, dunque, bisogna fare scelte ponderate «che non portino a uno sconquasso sul mercato del lavoro». «Quando è necessario e quando è giusto per i lavoratori, il sindacato negozia e trova degli accordi», ha ricordato invece Gargantini, sottolineando che UNIA non è un attore politico.

A questo punto, la bozza verrà discussa in Gestione fra i partiti. Con i paletti messi settimana scorsa dal Comitato socialista. «La posizione della base è quella di dire sì di principio al compromesso, proprio perché si riconosce che questo porterebbe un miglioramento salariale di circa trecentoventi franchi al mese a migliaia e migliaia di lavoratori, le persone più precarie del nostro cantone», ha rilevato Riget. Ad ogni modo, ha aggiunto la copresidente, «sono fiduciosa che si riuscirà a trovare delle formulazioni che rispettano il mandato della nostra base, che però siano anche sopportabili per gli altri partiti coinvolti e che quindi questo controprogetto possa concretizzarsi». Fra i punti invalicabili, secondo i socialisti, c’è quello delle deroghe ai CCL in caso l’azienda si trovasse in difficoltà. Una deroga da attivare all’unanimità dalla Tripartita, ha però avvertito Modenini, sarebbe insostenibile. «Una maggioranza qualificata invece è sostenibile». Preoccupazione è stata espressa da Modenini per le aziende che rischiano di non riuscire ad assorbire un nuovo salario minimo. «Su tre punti possiamo convivere», ha da parte sua spiegato Gargantini. Ad oggi «non siamo d’accordo sulla clausola di salvaguardia e sui benefit». Insomma, ci sono ancora tanti dettagli da chiarire. Il PLR è pronto ad affrontarli? «Nella misura in cui abbiamo iniziato questo percorso, siamo disposti a fare qualche approfondimento giuridico», ha risposto Quadranti. «Bisogna definire qual è la definizione di salario, punto», ha rilanciato Gargantini, che non vuole sentire parlare di tecnicismi. Anzi, chi non vuole il salario minimo «parla di delocalizzazione. Ma da quando è stato introdotto non se n’è andato nessuno». «Non è vero», ha risposto Modenini. «Mi chiedo se viviamo sullo stesso pianeta. Sono figlio di operai, non accetto lezioni in questo senso. Le aziende non sfruttano, e quelle che lo fanno vanno punite». Parliamo di «aziende che fanno fatica, e se aumentiamo i costi ci sono delle conseguenze. Bisogna agire in maniera di ridurre queste consegeuenze negative».

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