Il caso

La spy story finisce in querela

Dalle Orsoline alla Procura (federale) – Nel caso Nada spunta il giallo di un'interrogazione per conto terzi
© CdT/Chiara Zocchetti
Davide Illarietti
07.05.2023 17:29

Interrogativi, interrogazioni, mezze risposte e sonori «no comment». La vicenda di Hazim Nada, il trader luganese finito in mezzo a un intrigo internazionale tra Ceresio ed Emirati (raccontata dal settimanale The New Yorker e settimana scorsa da La Domenica) si lascia dietro una scia di dubbi, come tutte le «spy story». E anche qualche strascico giudiziario.

Gli avvocati dell’uomo d’affari presenteranno nelle prossime settimane una denuncia alla Procura federale. Il bersaglio: un’agenzia privata di investigazioni di Ginevra. Ci sarebbero i detective ginevrini, almeno secondo quanto emerso, dietro alla macchina del fango che ha portato sull’orlo della bancarotta la società di trading petrolifero di Nada, attiva dal 2010 al 2018 sulla piazza luganese. Un’operazione finanziata, secondo le rivelazioni del New Yorker, nientemeno che dal governo di Abu Dhabi.

Dal Golfo a Palazzo delle Orsoline

Hazim Nada - 40 anni, figlio del più noto Youssef, ex banchiere egiziano trapiantato a Campione d’Italia e a sua volta sfiorato nel 2001 da un’inchiesta internazionale, poi finita nel nulla - era il «pesce grosso». Ma in Ticino non è l’unico a essere finito nella rete di spionaggio (aziendale, anche se a sfondo politico) tessuta tra il Lemano e il Golfo Persico.

Nel fiume di carte (e gigabyte) che confluiscono nella denuncia c’è anche un’interrogazione presentata nel luglio 2019 a Bellinzona dalla deputata del Centro Sabrina Gendotti. Riguardava un dipendente frontaliere della società di Nada, dove si sosteneva fosse «un islamista» con un permesso G ottenuto «grazie a un contratto di lavoro discutibile». La granconsigliera sollecitava accertamenti da parte del Consiglio di Stato.

Un giallo nel giallo. Come è finito il dossier sui banchi del Gran Consiglio? Nada mostra una mail inviata a suo tempo a Gendotti, in cui chiedeva chiarimenti. «Non ha mai risposto». Alla luce dei retroscena emersi, la deputata spiega a La Domenica di non essere «mai stata ovviamente al corrente di simili collegamenti internazionali». E confessa: l’interrogazione da lei presentata era stata in realtà «preparata» da un’altra persona, «un investigatore privato attivo in Ticino anche come giornalista».

L’esperto ticinese

Su internet si presenta come «esperto di security», con un negozio di tecnologie di sicurezza attivo da diversi anni. Ma non è iscritto all’albo delle agenzie autorizzate ad operare in Ticino, anche se - sempre su internet- pubblicizza «consulenze» e «servizi personalizzati per la sicurezza del territorio». Contattato, il professionista si trincera dietro a un «no comment» per quanto riguarda sia l’interrogazione parlamentare, sia possibili collegamenti con i «colleghi» di Ginevra.

Il mistero si infittisce. Il Consiglio di Stato, dal canto suo, ha risposto (il 2 ottobre 2019) all’interrogazione firmata da Gendotti. Il caso del frontaliere, scriveva il Dipartimento delle istituzioni, era stato segnalato per competenza all’Ufficio federale di polizia dall’Ufficio della Migrazione. Ma la segnalazione non aveva portato, apparentemente, ad alcun provvedimento. L’ex dipendente di Nada - che nel frattempo ha perso il lavoro, a seguito della crisi dell’azienda - non è al corrente di alcun procedimento avviato nei suoi confronti, né in Svizzera, né in Italia. «Ho ottenuto il permesso senza problemi e ho lavorato normalmente per anni attraversando la frontiera ogni giorno finché, a causa di queste macchinazioni, ho perso la mia occupazione e certo la cosa non mi ha fatto piacere».

«Ho perso il lavoro»

Il 41.enne, di fede musulmana, non nasconde di essere stato attivo all’epoca nel Coordinamento delle associazioni islamiche di Milano e Monza (incarico che non ricopre più) ma, sottolinea, «si è trattato di attivismo alla luce del sole presso un’istituzione riconosciuta, altro che radicalismo». Nel 2019 ha sporto denuncia per diffamazione in Italia contro l’esperto di sicurezza ticinese.

Tra tanti misteri ancora da chiarire, infine, ce n’è uno che forse così misterioso non è. Il fatto che a Palazzo delle Orsoline gli atti parlamentari vengano spesso «confezionati» da terzi. «Si è sempre fatto anche se è piuttosto raro che qualcuno lo ammetta», commenta un ex deputato con cinque legislature alle spalle. «Ciò non toglie che sia una pratica abbastanza scorretta». Un altro deputato di lungo corso spezza una lancia a favore della categoria. «Il compito della politica è dare voce alle esigenze del territorio. Certo - racconta - non deve essere un ruolo passivo. Se no si rischia di diventare dei semplici postini». E di finire invischiati in intrighi che possono portare troppo lontano.

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