Vaticano

Le Guardie ticinesi ci sono, i soldi non ancora

Nella Caserma Pontificia sono arrivate (dopo due anni d'assenza) le due reclute dal Ticino – Ma il contributo del Cantone che fine ha fatto?
EPA/FABIO FRUSTACI
Davide Illarietti
12.05.2024 09:30

Girando per la Caserma Pontificia non si ha un’impressione di decadenza. Tutt’altro. Eppure «tutto quello che vedete sarà integralmente rifatto tra due anni» spiega il vice-caporale David Davolio ai visitatori. Nel breve tour mostra l’armeria, il guardaroba, il cortile di San Damaso con le bandiere dei 26 Cantoni. Si ferma davanti a quella ticinese.

«I vessilli sono disposti nell’ordine storico di ingresso nella Confederazione» illustra il vice-caporale. Ma non tutti i Cantoni sono ugualmente «presenti» in Vaticano. Lunedì nel cortile si è tenuto il giuramento di 32 nuove Guardie Svizzere: per la prima volta dopo due anni d’assenza il Ticino, oltre alla bandiera, era rappresentato anche da due reclute. Ma nella milizia più piccola al mondo i ticinesi restano una minoranza (una decina su 135 alabardieri) e le ragioni sono sia storiche che pratiche.

«Tanta emozione»

Alla vigilia della cermionia nel cortile c’è un gran via vai. Giacomo Porcini si affretta tra i compagni, da cui lo distingue una mantellina scura - «è il soprabito invernale» - e un po’ più di agitazione. «Sono giorni concitati - racconta il 20.enne di Carona - oggi incontro la mia fidanzata, poi i genitori, il tempo stringe». È arrivato a Roma dopo un addestramento «ferreo» sul Monte Ceneri, dove per convenzione dal 2016 si svolge parte della formazione delle reclute, presso la Polizia cantonale. La Domenica lo aveva incontrato assieme a Gabriele Scaffetta, l’altra recluta di Locarno, e raccontato le comuni aspirazioni e la soddisfazione condivisa: a lungo - fino agli inizi del ‘900 - i ticinesi sono stati esclusi dalla leva vaticana perché italofoni. «Si volevano evitare i contatti con la popolazione romana. Una penalizzazione» secondo Scaffetta «dal punto di vista ticinese».

I tempi sono cambiati, in teoria. Nel discorso tenuto lunedì durante la cerimonia Papa Francesco ha sollecitato le reclute a «socializzare» e immergersi nella Città Eterna, invitandoli a usare meno i telefonini. All’indomani del giuramento Scaffetta descrive via mail le emozioni vissute - «gioia, agitazione, la mente temeva un errore nell’esecuzione formale, il cuore si raccoglieva» - e quanto al «natel» ammette che «spesso e volentieri la potenza di questo mezzo non viene adeguatamente canalizzata, e dunque risulta inutile se non dannoso».

Problemi di... connessione

Anche Porcini, che pure ha una fidanzata in Ticino e usa il telefono per ragioni familiari, ha fatto propria la riflessione del Pontefice: nei giorni successivi al giuramento al telefono è praticamente irraggiungibile («dobbiamo preservare i nostri militi, che giustamente si adeguano alle disposizioni del Santo Padre» spiega l’addetto stampa Eliah Cinotti). Del resto usare il telefono è proibito in servizio e i contatti con il Ticino «sono sempre stati un tasto dolente» fin da quando i social non c’erano ancora, e si facevano «interminabili file per l’unica cabina telefonica presente in Vaticano» ricorda il veterano Jonathan Binaghi, segretario cantonale dell’Associazione ex Guardie Svizzere Pontificie che conta una settantina di iscritti in Ticino.

I problemi di connessione Ticino-Roma però non sono solo telefonici. A differenza che oltre Gottardo - dove i veterani sono circa 2mila - nella Svizzera italiana non avviene un reclutamento attivo da parte del Corpo e questo, spiega Binaghi, sarebbe all’origine dei bassi numeri di nuove reclute. «Ci stiamo lavorando, ma la decisione di cambiare la modalità di ingaggio è operativa e spetta al Comando».

Il contributo «promesso» da Bellinzona

Chissà che in futuro, dunque, il numero di ticinesi all’interno della Caserma Pontificia non sia destinato ad aumentare. Un po’ di Ticino intanto almeno sulla carta c’è già: il progetto di restauro dei tre edifici è firmato dallo studio di architettura Durisch e Nolli di Massagno. Costerà circa 50 milioni e prevede un «rifacimento totale dei dormitori, verrà preservata solo la struttura esterna» spiega il vice-caporale Davolio alla fine del tour. «È un intervento necessario per rendere gli spazi più vivibili. È stato approvato dall’Unesco».

Alle spese dei lavori - 50 milioni in totale - contribuiscono donazioni di privati ed enti pubblici. Ticino compreso. Nel 2021, durante una visita in Vaticano, il Consiglio di Stato si disse disponibile a partecipare: in risposta a un’interrogazione del Partito Comunista chiarì in seguito che avrebbe attinto al fondo Swissloss (quindi senza passare dal voto in Gran Consiglio).

Che fine hanno fatto i soldi? Nel frattempo altri Cantoni (Lucerna e Ginevra, a febbraio) si sono tirati indietro a seguito di votazioni popolari.Nel weekend la Santa Sede ha reso noto che mancano ancora 1,5 milioni all’appello. La donazione ticinese - 350.mila franchi - è stata confermata ma non ancora versata, fanno sapere dal Consiglio di Stato. Una prima tranche partirà da Bellinzona «non appena inizieranno i lavori».

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