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Cinema

Le nonne di Wuhan e quella Cina che i grattacieli non raccontano, Cheng: «Per capirla ho dovuto disimparare»

L’artista, architetta e filmmaker nata a Wuhan racconta il film presentato in prima mondiale allo St. Moritz Art Film Festival, nato da dieci anni trascorsi in un villaggio rurale tra anziane, lavoratori migranti e una Cina sospesa tra campagne e metropoli: «Sono svantaggiati, ma non sono semplicemente vittime»
Mattia Sacchi
29.08.2026 11:06

Per capire Wuhan, Jingru Cheng ha dovuto allontanarsi da Wuhan. Non soltanto geograficamente, trasferendosi a Londra per studiare, ma soprattutto spostando lo sguardo dal centro alla periferia, dai grattacieli alle campagne, dalla città che cresce a chi quella crescita l'ha resa possibile.

Da questo movimento, cominciato dieci anni fa, è nato anche «Till Ashes Turn into Pines», il cortometraggio che Jingru – Cyan per tutti – Cheng ha presentato in prima mondiale nel concorso della quinta edizione dello St. Moritz Art Film Festival, conclusasi domenica scorsa. Nove minuti realizzati insieme a Chen Zhan e Mengfan Wang e ambientati in un villaggio alle porte di Wuhan, dove le vite di alcune anziane si intrecciano con quelle delle pinete che le circondano. Le donne raccolgono aghi di pino per alimentare il fuoco, estraggono resina e vendono legname: gesti quotidiani attraverso i quali affiorano la storia della Cina rurale e le trasformazioni prodotte dalla rapidissima urbanizzazione del Paese.

Il film chiude «Ripple Ripple Rippling», una trilogia nata da un rapporto decennale con questa comunità di lavoratori migranti rurali. Ed è anche una buona porta d'ingresso nel mondo di Cheng, perché definirla semplicemente regista sarebbe riduttivo. Architetta di formazione, con un dottorato alla Architectural Association di Londra, oggi insegna al Royal College of Art e lavora all'incrocio tra architettura, antropologia, arte e cinema. Nel 2023 ha ricevuto il Wheelwright Prize della Harvard Graduate School of Design per «Tracing Sand», progetto che segue i movimenti della sabbia per indagarne le conseguenze ambientali, sociali ed economiche. Nei suoi lavori possono cambiare i soggetti – persone, acqua, sabbia – ma ritorna la stessa attenzione verso ciò che si muove e verso le relazioni, spesso invisibili, che questi movimenti producono.

«Sono cresciuta a Wuhan, è la mia città. Eppure durante la mia infanzia non avevo mai veramente conosciuto le persone che l'avevano costruita, quelle che lavoravano nei servizi e che, di fatto, rendevano possibile anche la mia vita».

Quando durante gli studi a Londra ha avuto l'occasione di avviare una ricerca architettonica, Cheng ha deciso così di andare «dietro le quinte». Nel villaggio alla periferia di Wuhan ha trovato una comunità nella quale la generazione in età lavorativa era in gran parte assente. «Deve andare nelle città per lavorare, ma ha diritti molto limitati per stabilirvisi a causa del sistema cinese di registrazione familiare. Nel villaggio rimangono quindi soprattutto gli anziani e i bambini. Quello che ho visto erano i vuoti lasciati dal ritmo rapidissimo dell'urbanizzazione cinese».

All'inizio Cheng studiava soprattutto gli edifici comunitari ancora presenti nel villaggio. Con il passare degli anni, però, l'architettura ha lasciato sempre più spazio alle persone. E soprattutto alle «grannies», le anziane diventate protagoniste del film.

«Erano state loro la generazione di mezzo. Avevano lavorato nelle città, avevano contribuito alla loro crescita e poi, diventate anziane, erano tornate al villaggio, spesso sole. Credo che la cosa più significativa che abbiamo fatto sia stata semplicemente trascorrere del tempo con loro».

Tempo significa anche giornate senza alcun programma. «Andavamo da loro e guardavamo insieme le soap opera». La telecamera è arrivata soltanto al quinto anno. «Avevo trascorso cinque anni a costruire un rapporto con loro, quindi quando abbiamo iniziato a filmare sapevano già chi fossi».

E, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, la presenza dell'obiettivo non le ha infastidite. «A loro la telecamera piace», ride. «Erano curiose di quello che riprendevamo. Ci dicevano: «Questo è bello, venite a vedere», ci portavano in giro. Ci hanno fatto entrare negli orti, nei soggiorni, persino nei bagni». Una disponibilità che Cheng collega anche a una percezione meno rigida del confine tra pubblico e privato rispetto alle comunità urbane.

È ascoltandola raccontare queste donne che si comprende meglio anche Cyan. Ha modi delicati, sorride spesso e parla con una calma quasi in contrasto con la profondità delle questioni che affronta. Dietro quella dolcezza emerge però uno sguardo estremamente lucido, e soprattutto poco disposto ad accettare categorie troppo semplici.

A cominciare da quella della vittima.

«Quando parliamo dei lavoratori migranti rurali è molto facile immaginarli come vittime. In sociologia e antropologia vengono descritti come una comunità marginalizzata. E lo sono, sono svantaggiati. Ma quando ho cominciato davvero a conoscerli ho scoperto che possiedono modi propri di fare le cose e di dare un senso al mondo».

Una parte del suo lavoro consiste proprio nel rifiutare quella che definisce una «flat victim narrative», una rappresentazione piatta della vittima. «Sono parte del sistema, sanno quello che stanno facendo. Sono svantaggiati, certamente, ma possiedono una propria capacità di agire. Costruiscono il loro mondo secondo le proprie regole».

È qui che la Cina raccontata da Cheng incontra quella che conosciamo maggiormente in Europa. Shenzhen, con i suoi grattacieli, l'intelligenza artificiale, le automobili elettriche e un'industria tecnologica diventata riferimento mondiale, sembra lontanissima dal villaggio di «Till Ashes Turn into Pines». In realtà i due mondi sono collegati dalle stesse persone.

«Quelli che descrivete come due estremi sono completamente incorporati nelle loro vite. Molti lavorano proprio nelle zone costiere, compresa Shenzhen. Shenzhen è una città di migranti ed è una delle principali destinazioni per chi cerca lavoro. Quella contraddizione è la loro realtà quotidiana».

Vanno nelle metropoli a lavorare e poi tornano al villaggio. È la cosiddetta «floating population», una popolazione che continua a muoversi tra mondi apparentemente opposti. «In città possono guadagnare molto di più, mentre in campagna trovano sicurezza e, per molti, il senso di casa. Le loro radici sono lì, ma hanno la possibilità di andare a lavorare in luoghi come Shenzhen».

Anche il desiderio di città, però, può nascondere un'altra semplificazione. «Esiste naturalmente l'aspirazione a una vita urbana. Ma quell'aspirazione rischia di essere dominata da un'unica idea di che cosa debba essere una buona vita. E così alcuni aspetti belli della vita rurale non vengono riconosciuti neppure da chi la vive».

Dopo dieci anni Cheng non pretende comunque di essere diventata parte della comunità. Anzi, insiste sulla distanza. «Vengo da una famiglia della classe media, sono cresciuta in città. Non abbiamo lo stesso background». Qualcuno ha definito il rapporto nato con le anziane una sorta di «parentela improvvisata». «Sono come una strana nipote lontana che torna ogni anno a trovarle. Ma non credo di avere il diritto di parlare al loro posto».

Il compito, semmai, è ascoltare. E mettere in discussione anche la posizione di chi osserva. «Cerchiamo di comprenderle, ma anche di disimparare alcune delle idee privilegiate che avevamo nella nostra testa. Si tratta di imparare da loro e, allo stesso tempo, di disimparare noi stessi».

C'è infine un'altra Wuhan, inevitabile quando il nome della città viene pronunciato fuori dalla Cina: quella della pandemia. Cercare un legame diretto con «Till Ashes Turn into Pines» sarebbe una forzatura, ma nella vita di Cheng quegli anni hanno lasciato una traccia molto personale. Lei era bloccata a Londra, mentre sua madre, medico, lavorava in prima linea.

«Per quattro anni non sono riuscita a tornare a casa. Parlavo con mia madre ogni giorno: delle persone le sono letteralmente morte tra le braccia e, soprattutto all'inizio, lavorava senza protezioni adeguate. Ero così vicina a quella prima linea che tutto quello che vedevo nei notiziari rimaneva soltanto notizia. Per me il Covid aveva una dimensione molto più personale e intima».

Ora la ricerca di Cheng si concentra soprattutto sulla sabbia e sull'acqua nel Sud-est asiatico. Il prossimo appuntamento sarà a novembre a Lipsia, con una mostra realizzata in collaborazione con il Max Planck Institute for Social Anthropology. «C'è un gruppo di antropologi che si chiama Sand Group e lavoreremo insieme. La mostra riguarda la nostra ricerca sulla produzione del vetro». Un tema che la riporta anche alla disciplina dalla quale era partita. «È un po' come tornare all'architettura», dice sorridendo. Poi scherza: «Anche perché quello è il mio vero lavoro...».

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