Il film

«Non sarò mai più chi ero»: le voci del Nova in «We Will Dance Again»

Circa 200 persone al Cinema Lux per il documentario sul 7 ottobre – Le testimonianze mostrano la paura e le perdite, mentre resta aperta la domanda sulla risposta delle autorità
© KEYSTONE (EPA/ATEF SAFADI)
Jenny Covelli
12.10.2026 18:41

«Non sarò mai più chi ero prima del 7 ottobre. Sto cercando di capire chi sono dopo». È una delle frasi che restano impresse dopo la visione di We Will Dance Again, il documentario di Yariv Mozer sul massacro al Nova Music Festival. Domenica sera, al Cinema Lux di Massagno, circa 200 persone hanno assistito alla proiezione organizzata dall’Associazione Svizzera-Israele – Sezione Ticino.

La ricostruzione attraverso le voci

Il film riporta lo spettatore alla notte tra il 6 e il 7 ottobre 2023, quando migliaia di giovani si erano riuniti nel deserto del Negev per un festival di musica trance. Una delle testimonianze racconta che il luogo esatto era stato comunicato il giorno prima. Quando ha visto quanto fosse vicino a Gaza, ha pensato al confine, ma non si è allarmato: «Ero tranquillo». All’alba, i razzi e poi gli spari hanno trasformato la festa in una fuga.

Mozer ricostruisce quelle ore attraverso le voci dei sopravvissuti, i video girati dai partecipanti con i telefoni e le immagini attribuite agli aggressori di Hamas. Non sono soltanto le riprese a restituire la confusione e la paura: sono le persone che le hanno vissute a raccontare che cosa vedevano, che cosa temevano e come hanno cercato di salvarsi. Una voce paragona la fuga a Squid Game: «Sparavano a raffica, indistintamente. La gente cadeva una dopo l’altra».

Tra le storie più sconvolgenti c’è quella ambientata in rifugio lungo la strada, nel quale alcuni ragazzi avevano cercato rifugio. Quando gli aggressori lanciano granate all’interno, Aner Shapira le raccoglie e le scaglia fuori, una dopo l’altra, per proteggere le persone nascoste con lui. Finché una non gli esplode tra le mani e lo uccide. «È stato un eroe. Si è sacrificato per noi. Non so quante ne abbia rispedite all'esterno».

Tra le persone ricordate nel film c’è anche Shani Louk. La vediamo ballare al festival, poi le immagini diffuse dopo il rapimento la mostrano sul cassone di un pick-up. Il contrasto tra i due momenti restituisce, senza bisogno di commenti, la frattura tra la festa e ciò che accadde poche ore dopo.

Un’altra testimonianza riporta a un momento di festa, prima che tutto cambiasse. Un giovane ricorda una ragazzina in sedia a rotelle, con la carrozzina illuminata da luci colorate, accompagnata al festival dal padre. «L’ho abbracciato. Gli ho detto che era bellissimo che avesse portato sua figlia a una festa dove si balla, ci si diverte e ci si sente parte di qualcosa». Entrambi moriranno nell’attacco. Il ricordo fa emergere, accanto alla violenza, la normalità e la gioia che quel giorno sono state spezzate.

Ci sono persone che cercano riparo nei piccoli rifugi lungo la strada, altre corrono o si nascondono dove possono. Una giovane donna resta per ore in un frigorifero e perde i sensi per la mancanza d’aria. Registra moltissimi video: «Dite a mio figlio che lo amo». Esce solo quando arrivano i soldati delle Forze di difesa israeliane (IDF), con un'iniziale diffidenza. Attorno, solo silenzio e morte.

Terrore, ma anche frustrazione

Nel documentario affiorano anche gli interrogativi sui tempi della risposta: «Sono passate sei ore», dice una voce. Un’altra testimonianza racconta la difficoltà di farsi credere: «Quando ho chiamato la polizia e ho detto: “Hanno ucciso tutti i miei amici”, dall’altra parte c’era incredulità. Non sapevano che cosa stesse accadendo». Una ragazza, tra le lacrime, ammette: «Se la polizia e l'esercito non arrivano, significa che non ci sono più. Ho avuto paura. Mi sono detta: "Che fine farà Israele?"». Le domande sui soccorsi e sull’intervento delle forze di sicurezza non vengono cancellate, ma il documentario non si trasforma in un’inchiesta sulle responsabilità: le lascia affiorare nelle parole di chi c’era.

La paura, nel film, non è un istante: si dilata nelle ore in cui i giovani restano nascosti – uno di loro nell'erba alta, tanto da faticare persino a camminare, una volta in piedi –, senza sapere se i soccorsi arriveranno o se gli aggressori torneranno. Un'attesa interminabile. Prima le luci, la musica e le persone che ballano; poi le stesse immagini e gli stessi telefoni diventano strumenti per cercare una via di fuga o lasciare un ultimo messaggio ai familiari.

Al Nova tutti aspettavano l’alba: era il momento in cui la musica si sarebbe alzata, i movimenti si sarebbero intensificati. Volevano solo ballare. Ventiquattro ore dopo, mentre cercavano di tornare a casa dopo il massacro, quella seconda alba aveva tutt’altro sapore. Al Nova si erano radunate circa 3.500 persone. 364 partecipanti furono uccisi e 44 vennero rapiti e portati a Gaza.

Il film offre un resoconto crudo e toccante, un racconto intenso. La premessa del documentario ricorda che nessun film può restituire tutte le storie individuali di chi era al festival e riconosce la sofferenza dei civili a Gaza dopo il 7 ottobre. Raccontare una parte di quello che è stato, senza pretendere che sia tutto. Ascoltare queste testimonianze non significa esaurire il racconto del conflitto, né sospendere quello che è avvenuto dopo: significa dare spazio a una parte di ciò che è successo, senza trasformare le vittime in una gara.

La proiezione al Lux

Nel suo intervento introduttivo, Sergio Savoia ha detto che «una parte dell’opinione pubblica letteralmente si rifiuta di vedere» le immagini del 7 ottobre. Ha rispolverato la visita del generale Dwight Eisenhower al campo di concentramento di Ohrdruf, sottocampo di Buchenwald, nel 1945, e la sua volontà di raccogliere prove «nel caso in futuro si sviluppi la tendenza a liquidare queste accuse come semplice propaganda». Savoia ha voluto accostare quel timore al 7 ottobre: «Ci sarà qualche bastardo che cercherà di negare la verità». Dopo la proiezione, è salito sul palco e con una sola frase ha spinto il discorso ben oltre le testimonianze del film: «C’è una guerra ed è iniziata così».

Jack-Roy Diwan, project manager dell’Associazione Svizzera-Israele – Sezione Ticino, che ha organizzato la serata al LUX, ha definito il film «il racconto di chi era presente». Alla domanda se mostrarlo tenti di giustificare ciò che è seguito, ha risposto: «Non è una giustificazione. Purtroppo è una realtà cruda che va affrontata». Interpellato anche sulla proiezione di Naza, prevista la prossima settimana al Festival dei Diritti Umani di Lugano, Diwan ha detto che si tratta di iniziative distinte: quella sul documentario di Mozer, ha spiegato, era in preparazione da mesi per commemorare il 7 ottobre e non voleva essere una risposta né una «competizione».

We Will Dance Again ha ricevuto un News & Documentary Emmy nel 2025, il duPont-Columbia Award nel 2026 e due riconoscimenti al Doc Edge Film Festival del 2024.

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