Lugano-Roma, solo andata: ma è davvero necessario parlare di Crans-Montana nelle TV italiane?

Carlo, carissimo, come stai? Ti chiedo subito: hai voglia di fare l'ospite in TV e parlare di Crans-Montana?
«Ciao Marcello. Perché, non volete più andare in TV, nelle TV italiane soprattutto?».
Siamo al paradosso... Il Centro manda un comunicato stampa a tutti i fuochi dicendo, più o meno: i nostri esponenti non parleranno più nelle trasmissioni televisive italiane dedicate a Crans-Montana, perché l'informazione viene sgretolata, svenduta. E poi viene promossa la cosiddetta TV del dolore. Quindi, noi non vogliamo partecipare a questo gioco al massacro del «dacci contro la Svizzera». Poi, succede che giovedì sera, da Paolo Del Debbio, su Rete 4, c'è Filippo Lombardi, uno degli esponenti di spicco del Centro. E quindi, appunto, siamo al paradosso, perché alla fine nessuno vuole andare ma in tanti comunque ci vanno.
«Nessuno vuole andare, ma tutti sono affascinati dalla ribalta, dal microfono, dalla telecamera, dalla possibilità di partecipare a un dibattito che, devo dire, rispetto a quello che è successo tragicamente il primo gennaio, sta assumendo dei contorni farseschi: e questo è irrispettoso nei confronti delle vittime, dei feriti e delle famiglie di tutti i ragazzi».
Tu sei d'accordo, tra l'altro, che questa è una polemica molto sterile? Addirittura si è arrivati alla crisi diplomatica: non ce n'era bisogno, fondamentalmente...
«No, non ce n'era bisogno, soprattutto se si tiene presente che parliamo di due Paesi amici, due Paesi confinanti, due Paesi che – in diverse zone, in Svizzera, si parla italiano – condividono storia, valori e appunto lingua. Soprattutto, non era il caso di fare questo gesto di rottura clamoroso, perché bisogna tener conto che nelle democrazie, e in Europa ne abbiamo ancora per fortuna, i poteri sono separati. Un intervento diplomatico, un'azione politica, contro un altro Paese, un Paese amico, non può riverberarsi in un'azione di quel governo sull'autonomia dei giudici locali. Cioè, quando sono stati fatti processi o inchieste per reati commessi da cittadini di altri Paesi, pensiamo agli Stati Uniti, l'Italia ha sempre rivendicato l'autonomia della sua magistratura, l'autonomia della sua giurisdizione. Non si capisce per quale motivo la Svizzera debba sottomettersi a dei desiderata politici, e molto spesso pretestuosi, che provengono dall'Italia».
La televisione fa poi anche da megafono a questa ingerenza politica, tant'è vero che, trasmissione dopo trasmissione, il processo di Crans-Montana si sta già consumando.
«Questo è abbastanza inevitabile e in Italia, ma non solo in Italia, succede molto spesso. Le televisioni non solo fanno da cassa di risonanza. Di fatto, consumano la cronaca e, spesso, la confondono. Ma le televisioni, alcune trasmissioni di alcune televisioni, offrono anche assist al governo. La palla è soltanto da mettere in rete, perché il governo, dimostrandosi duro, forte, integerrimo nei confronti della Svizzera, a parte qualche dissapore diplomatico, non deve spendersi più di tanto. È un gioco facilissimo ritirare l'ambasciatore. È un gioco, però, che in un galateo istituzionale e geopolitico consolidato, non va fatto. Perché può diventare un gioco molto pericoloso».
Non stanno sbagliando, però, anche i politici svizzeri? Al di là del partecipare o meno, ci sono state reazioni molto forti, molto piccate, mi verrebbe da dire all'italiana, permettimi questa espressione, rispetto all'episodio di ritirare l'ambasciatore. Addirittur,a abbiamo avuto un politico ticinese, Farinelli, che ha detto: «Vabbè, finché resta a Roma a mangiare la pasta all'amatriciana, resti pure». E anche qui il galateo è venuto meno.
«Sì, mi ha stupito molto questa affermazione, questa provocazione davvero puerile e infantile. Ma sai cos'è? Quando entri in un campo da gioco e ti poni dall'altra parte del campo, quindi per un confronto con l'avversario, scadi o addirittura eccedi nel voler rivaleggiare su quel piano. Quindi, quando c'è una gara a chi la spara più grossa, anche chi magari non è abituato a spararla grossa si impegna a farlo. E in questo caso ci si è anche riusciti».
Però stona un po', no?
«Certo, certo che stona. Ma il problema qual è? Tu mi dirai: che c'entra? Ma anche quanto sta accadendo sull'asse Berna-Roma è una conseguenza del contesto storico nel quale siamo avvolti e dal quale siamo sommersi. È colpa della comunicazione di Trump. Ormai tutti i Paesi, grandi, medi e piccoli, sono condizionati dall'ultima idea, dall'ultima provocazione di Trump. Di conseguenza, tutta l'agenda del giornalismo e della comunicazione, a parte i casi di cronaca come quelli di Crans-Montana oppure la frana di Niscemi in Italia, tutto il dibattito è concentrato sulle conseguenze delle iniziative di Trump. In questo nostro mondo, il mondo occidentale che è inevitabilmente ancora legato agli Stati Uniti e lo sarà ancora anche dopo Trump, il presidente degli Stati Uniti un giorno dice che c'è la tregua in Ucraina e, quindi, i giornali discutono se è vero o non è vero, che ne pensano gli italiani, che dice Zelensky. Poi, Trump si sveglia e dice: attacchiamo l'Iran. E allora, ci sono gli articoli su come l'America può attaccare l'Iran, su che cosa faranno gli iraniani e su che dicono gli esuli iraniani in Italia. Poi, il giorno dopo ancora, Trump vuole prendersi la Groenlandia, allora i giornalisti vanno in Groenlandia, a difendere i ghiacciai. Poi, Trump mette i dazi sullo champagne, allora si fa un raffronto tra lo champagne, il vino e il formaggio svizzero. È diventata una roba, ormai, non più gestibile. Io faccio fatica a leggere i giornali: quei giornali che vengono stampati tra un giorno e l'altro, diciamo durante la notte, alla mattina già non sono più utili, non perché sono superati dagli eventi, ma perché quell'evento ormai rimane sospeso, incompiuto, e si passa a quello successivo. Anche per i politici svizzeri e per i politici italiani, l'unico modo in cui possono sembrare di avere una possibilità di incidenza sulle sorti dell'umanità è quella di fare spettacolo sui fatti di cronaca».
Ma per slittamento semantico, tu parli anche del modo in cui comunicano i politici? Mi riferisco ad esempio a Macron, con quei suoi occhiali da sole, e a quel discorso che ha fatto a Davos sull'Europa che deve reagire e deve reagire ai bulli. Cioè, stiamo facendo i bulli perché c'è un signore che fa il bullo alla Casa Bianca?
«Oggi sono dieci anni dall'introduzione nel dizionario del termine e del concetto di post-verità. E la post-verità che cos'è? L'assenza della verità, no? Una nebbia che avvolge tutto. E questo perché è successo? Perché si è persa la gerarchia della competenza. Tutto diventa opinabile e nel campo della politica estera tutto diventa piegabile ai propri vantaggi, anche alla propria propaganda e alle proprie esigenze. Ecco, anch'io faccio fatica a interpretare Macron, perché se da un lato posso interpretare le sue parole come un atto di alto valore politico, di coraggio, dall'altra parte non posso dimenticare che Macron ha delle grandissime difficoltà nel suo Paese, è alla fine del suo secondo mandato, non ha un erede politico, non ha un'area politica che gli sopravvivrà. E quindi cerca di conservare il suo prestigio residuo ponendosi come l'unico argine europeo a Trump in vista di possibili incarichi europei ai quali certamente Macron potrà ambire dopo la fine del suo mandato, il secondo, all'Eliseo».
Chiudendo, ti faccio una domanda da svizzero: quanto ti mancano i cosiddetti gesti bianchi di Roger Federer, visto che siamo in dirittura d'arrivo con gli Australian Open? Ma anche pensando a quanto male ci comportiamo un po' tutti?
«È vero, è vero, manca Federer, manca la sua classe e manca l'eleganza nell'esercitare la forza. Se tutti fossimo, e lo dico per i politici, capaci di esercitare la forza con eleganza, forse, ecco, chiudo da non da svizzero ma da libro Cuore, saremmo tutti migliori».

