Inevitabile e strumentale, la guerra Mondiale è servita

Gianni Infantino ci ha provato. Il suo tentativo di (ri)avvicinare l’Iran al Mondiale 2026, tuttavia, ha avuto vita molto breve. Sette, otto ore, per la precisione. Dopodiché, il ministro dello sport iraniano ha rimesso il numero uno della FIFA e il presidente americano Donald Trump al loro posto. Era inevitabile. Ma andiamo con ordine.
A poco meno di due settimane dall’attacco israelo-statunitense, e a fronte dell’alone d’incertezza che ha avvolto la qualificazione del Team Melli, Infantino si è espresso per la prima volta sul tema. E ciò a seguito di un incontro avuto con l’inquilino della Casa Bianca in vista della Coppa del Mondo della prossima estate (11 giugno-19 luglio). «Durante il nostro colloquio, il presidente Trump ha ribadito che la squadra iraniana è ovviamente la benvenuta per disputare il torneo negli Stati Uniti» ha tenuto a precisare Infantino in un post pubblicato sui propri canali social. «Of course», sì, nonostante solo pochi giorni fa - alla luce dell’offensiva contro Teheran - Trump avesse dichiarato di non essere interessato alla partecipazione o meno alla competizione dell’Iran. «Non me ne importa nulla».
«Il calcio unisce il mondo»
Il presidente della FIFA, va da sé, non è entrato nel merito delle cause delle attuali tensioni in Medio Oriente, fonte per l’appunto d’insicurezza per il Team Melli. Infantino si è limitato a elogiare la promessa di colui che, a dicembre, si era visto attribuire in pompa magna il primo premio per la pace targato FIFA. «Abbiamo tutti bisogno di un evento come la Coppa del Mondo per unire le persone, ora più che mai, e ringrazio sinceramente il presidente degli Stati Uniti per il suo sostegno, poiché dimostra ancora una volta che il calcio unisce il mondo».
«Scenario impossibile»
Già. Peccato che la replica del ministro dello sport iraniano, come detto, sia giunta a stretto giro di posta. «Dal momento che questo governo corrotto (quello degli USA, ndr.) ha assassinato il nostro leader, non abbiamo alcuna intenzione di partecipare ai Mondiali», ha dichiarato Ahmad Donjamali alla tv di Stato, per poi sottolineare le «misure malvagie» intraprese dagli Stati Uniti contro l’Iran: «Ci sono state imposte due guerre in otto o nove mesi e diverse migliaia dei nostri cittadini sono stati uccisi. Perciò, lo ribadisco, non abbiamo assolutamente alcuna possibilità di prendere parte al torneo».
Inserito nel gruppo G con Nuova Zelanda, Belgio ed Egitto, l’Iran dovrebbe disputare i match della fase a gironi a Los Angeles e Seattle. Il presidente della Federcalcio Mehdi Taj, ad ogni modo, aveva allontanato tale scenario già nelle ore successive lo scoppio del conflitto: «Ciò che è certo al momento è che, a fronte di questo attacco e di questa crudeltà, non si può guardare con speranza ai Mondiali 2026».
Il caso della selezione femminile
Il discorso, in parte, vale anche per l’Iraq, a fine mese atteso in Messico per lo spareggio intercontinentale contro la vincente di Bolivia-Suriname. Ebbene, il ct Graham Arnold ha invitato la FIFA a valutare l’opportunità di rinviare la sfida, sottolineando come buona parte dei suoi giocatori - tesserati per club iracheni - rischi di non poter lasciare il Paese, a maggior ragione considerate le difficoltà a ottenere i visti d’entrata dalle autorità messicane.
Ma incerto è altresì il destino della nazionale femminile dell’Iran, reduce dall’eliminazione nella Coppa d’Asia in corso in Australia e definita da Teheran «traditrice in tempo di guerra» per essersi rifiutata di cantare l’inno al debutto. Cinque giocatrici sono riuscite a richiedere e ottenere asilo politico, le altre - molte di loro in lacrime e con il terrore nel cuore - hanno invece lasciato Sidney nelle scorse ore per rientrare in patria.
Asilo e gioco politico
A spendersi per la causa delle giocatrici iraniane, per altro, era stato lo stesso Donald Trump, mettendo sotto pressione le autorità australiane. «Gli Stati Uniti le accoglieranno se non lo farete voi» il suo messaggio su Truth. La sensazione, stando a diversi esperti, è che il presidente USA stia però facendo un uso strumentale della questione. E che lo stesso, appunto, possa avvenire con la partecipazione della selezione maschile al Mondiale organizzato insieme a Canada e Messico. L’Iran, evidentemente, non intende prestarsi al gioco politico del nemico. Riformuliamo: il ministro dello sport - diretta emanazione del regime degli ayatollah - alimenta lo scontro. E difficilmente la Federcalcio si smarcherà, L’eventualità che Stati Uniti e Team Melli possano incrociarsi nei sedicesimi di finale, oggi, appare dunque irrealizzabile. Con buona pace di Gianni Infantino.


