E, ora, chi ha paura dell'Iran al Mondiale?

Era stata definita la madre di tutte la partite, durante la Coppa del Mondo 1998. In Qatar, nel 2022, aveva quindi fatto da sfondo alle rivolte interne per l’uccisione di Mahsa Amini, al solito soggiogate dal regime. Il prossimo 3 luglio, per uno strano scherzo del destino, la sfida tra USA e Iran potrebbe riproporsi nei sedicesimi di finale programmati a Dallas. Difficilmente però accadrà. Anche perché la presenza del «Team Melli» al Mondiale americano, a fronte di quanto sta accadendo in Medio Oriente, appare tutto fuorché sicura.
«Con quello che è successo e alla luce dell’attacco statunitense, è improbabile che possiamo guardare alla Coppa del Mondo con speranza, anche se sono i vertici dello sport che devono decidere in merito». Queste le parole pronunciate dal presidente della Federcalcio iraniana Mehdi Taj a margine dei bombardamenti registrati a Teheran nel weekend. Chiamata in causa, la FIFA ha da parte sua cercato di non scomporsi. «Il nostro obiettivo è che i Mondiali siano un evento sicuro, con la partecipazione di tutti» ha indicato a caldo il segretario generale Mattias Grafström. Ma a 100 giorni dall’inizio del torneo, tensioni e interrogativi si moltiplicano. E, va da sé, pongono Gianni Infantino e la sua creatura in una posizione tanto scomoda, quanto complessa.
Altro che fiori e foto di gruppo
L’ayatollah Ali Khamenei, guida suprema dell’Iran uccisa dall’offensiva condotta da Israele e USA, non avrà invece voce in capitolo. E ciò a differenza del 1998, quando a ridosso dell’incrocio di Lione ordinò alla «sua» selezione - che avrebbe dovuto farlo in qualità di squadra B - di non procedere verso gli americani per stringere loro la mano. Il protocollo fu stravolto e avvenne il contrario. E così alla storia passarono le rose bianche consegnate dagli stessi iraniani ai giocatori avversari, come pure la foto di gruppo scattata prima del fischio d’inizio dell’arbitro svizzero Urs Meier. Uno scenario effimero e però, dicevamo, inimmaginabile per la Coppa del Mondo 2026.
Inserito nel gruppo G, l’Iran dovrebbe sfidare la Nuova Zelanda (16 giugno) e il Belgio (21 giugno) a Los Angeles, per poi affrontare l’Egitto a Seattle (27 giugno). Regolamenti alla mano, nelle ultime ore ci si è tuttavia già spinti a valutare i margini di manovra della FIFA qualora il «Team Melli» non volesse o non potesse disputare la competizione. Da un lato, la federazione mondiale potrebbe annullare le partite dell’Iran, modificare le regole e considerare il gruppo G come un girone a tre squadre. Dall’altro potrebbe sostituire l’Iran con un’altra selezione, verosimilmente della confederazione asiatica: l’Iraq, nel caso in cui non dovesse imporsi nel playoff intercontinentale con Suriname e Bolivia, oppure gli Emirati Arabi Uniti, eliminati nella seconda fase della qualificazione. In ogni caso, un’operazione - nei tempi e nei modi - non semplice.
Dal premio per la pace all’escalation
«Il più grande evento sportivo che l’umanità abbia mai visto e che vedrà mai» - parole di Infantino - rischia insomma di non riuscire a sostenere tutto il peso delle tensioni geopolitiche globali. Anche se, va detto, l’avvicinamento a ciascuna delle ultime edizioni del Mondiale era stato accompagnata da scossoni e timori, poi accantonati sul campo. L’esplosività della manifestazione, tuttavia, oggi si misura molto più che in altre circostanze. Ed è in buona parte riconducibile alle azioni del presidente americano Donald Trump, a cui Infantino aveva conferito il primo Premio per la pace targato FIFA in occasione del sorteggio dello scorso dicembre. Già, se in precedenza ad accendere la miccia erano state le guerre commerciali condotte a suon di dazi - compresi quelli inflitti al Canada, co-organizzatore del Mondiale -, nel 2026 Trump ha cercato lo scontro sulla Groenlandia, ha decapitato il regime in Venezuela catturando Nicolas Maduro e alzato la voce pure con la Colombia. Senza dimenticare il decreto esecutivo firmato a giugno dall’inquilino della Casa Bianca per vietare l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini iraniani, come pure a quelli di Haiti (qualificato al Mondiale).
Se si muove l’Arabia Saudita
Di qui lo spettro del boicottaggio, volatile e spesso brandito senza conseguenze, certo, ma per ragioni diverse tornato d’attualità sia in Europa, sia a est, dove bombe e incertezza potrebbero protrarsi per mesi. Addirittura sino alle porte del Mondiale. «Se l’Iran ritirasse la sua squadra, un risultato che sembra del tutto plausibile, è probabile che la FIFA tiri un sospiro di sollievo, viste le possibilità di proteste e disordini» ha sostenuto alla BBC Nick McGeehan, direttore del gruppo per i diritti umani, FairSquare. Non solo. A spingere con forza per un’esclusione della compagine iraniana, ora, potrebbero essere gli stati del Golfo colpiti dagli attacchi di rappresaglia di Teheran. Su tutti l’Arabia Saudita, da anni complice prediletta di Infantino. Per la popolazione iraniana, che non ha mai smesso di ritenere la nazionale una costola del regime, tanto da tifare USA a Qatar 2022, la battaglia prioritaria da vincere non sarà quella per il Mondiale ma quella a difesa dei propri diritti e della propria libertà.



