José Bordalás, risultati e manie: «Vuoi giocare? Allora rasati i capelli»

Attorno all’Estadio Coliseum la città è in fermento. In questi giorni si tiene la diciannovesima edizione del Getafe Negro, rinomato festival internazionale dedicato alla narrativa poliziesca. Il programma è ricchissimo, con tanto di omaggio a due istituzioni del genere: Stephen King e - a cinquant’anni dalla sua scomparsa - Agatha Christie.
A separare l’affascinante Teatro Federico García Lorca, epicentro dell’evento, e lo stadio che questa sera ospita Getafe-Lugano sono poco più di tre chilometri. L’atmosfera da noir e giallo, tuttavia, rischia di pervadere anche il secondo impegno dei bianconeri nella fase campionato di Conference League. Dopo la vittoria storica e inebriante colta all’esordio contro la Stella Rossa, ad attendere gli uomini di Croci-Torti è infatti un avversario misterioso dal condottiero ambiguo: José Bordalás.
Aggressività e difesa
L’allenatore spagnolo non smette di spaccare l’opinione pubblica. C’è chi lo reputa una sorta di guru, giocatori e celebri colleghi compresi. Ma c’è anche chi lo ritiene esponente di spicco dell’anti-calcio, giocatori e celebri colleghi compresi. La filosofia basata su aggressività, distruzione delle buone intenzioni altrui e difensivismo esagerato favorisce entrambi i pareri, così come le sue inevitabili conseguenze: pochissimi gol subiti, una marea di vittorie per 1-0, ricorrenti 0-0 o 1-1 e punti racimolati un po’ ovunque.
Bordalás è alla seconda esperienza sulla panchina degli Azulones. La prima si estese dal settembre del 2016 al maggio del 2021 e diede vita ad alcuni traguardi significativi, come la promozione immediata nella Liga e gli ottavi di finale di Europa League raggiunti nella lunga stagione pandemica 2019-20. Accantonato dal Valencia a fronte di un dignitoso nono posto e una finale di Coppa del Re persa, Bordalás venne richiamato a Getafe nell’aprile del 2023 per salvare capra e categoria. Missione riuscita, sino al ritorno sulla scena continentale costruito la scorsa stagione e finalizzato con la qualificazione alla fase principale della Conference League. Le cose, in questo avvio di campionato, non vanno invece così bene, con 9 punti in altrettante partite e - meno sorprendente - nessun match chiuso con due reti all’attivo.
«Stranissimo»
«Eppure, presto o tardi, i risultati finiscono quasi sempre per dare ragione a José». A parlare è Rolf Feltscher, prodotto del Grasshopper e poi giramondo del pallone, tra Italia, Germania, Inghilterra, Stati Uniti e pure Spagna. Il fratello dell’ex granata Frank, raggiunto dal CdT, riavvolge nastro e tappe di questo viaggio, tornando all’estate del 2016: «Alla luce di una Copa America vissuta da protagonista insieme al Venezuela, il Getafe mi volle a tutti i costi, inserendomi in una compagine infarcita di talenti che aveva un solo obiettivo: l’ascesa in prima divisione». Complice una preparazione totalmente sbagliata, la parentesi del mister argentino Juan Esnáider - con cui Feltscher era titolare - si rivelò tuttavia brevissima. Iniziò così l’era di Bordalás al Getafe. «Un personaggio stranissimo e discutibile sul piano umano. Quando ci presentammo in spogliatoio, in occasione del suo primo giorno di lavoro, le mie cose e quelle del mio compagno tedesco van den Bergh erano sparite. Spostate in un altro locale senza alcuna spiegazione e stretta di mano». Feltscher venne obbligato ad allenarsi in solitaria. «Giri del campo e basta». Poi il primo tentativo di mediazione. «Mi presentai da Bordalás per ottenere un chiarimento. E mi ritrovai di fronte un allenatore che si poneva in un modo, usando parole concilianti, e alle spalle ti trattava in un altro». Per alcune partite, infatti, non cambiò nulla. «Scioccante, poiché non mi ero mai sentito così in forma e perché avevo bisogno di giocare in chiave nazionale» rammenta Feltscher, che per forzare la situazione fece anche leva su regolamenti e diritti del calciatore. «Mi fu dunque permesso di rientrare in gruppo. Ma per il resto solo tribuna e un paio di panchine».

Quella foto sul cellulare
Inevitabile il nuovo faccia a faccia tra giocatore e tecnico. Un incontro dai contenuti alquanto bizzarri. «Ricordate la mia chioma afro vero? Ecco. Bordalás mi chiese di rasarla. “Perché con questi capelli sembri un angelo e gli attaccanti non avranno mai paura di te.” Disse proprio così, elogiando i difensori dall’espressione brutta e cattiva. Ovviamente non mi piegai al suo invito». Quello, comunque, non fu l’unico elemento che spiazzò Feltscher, cultore di fisico e muscoli. «Con l’intento di mostrarmi i modelli di difensori che apprezzava, il mister si mise a ricercare una foto sul rullino del telefono e, a un certo punto, vidi comparire una mia immagine a petto nudo. Se ne accorse pure Bordalás, che con un certo imbarazzo provò a fare finta di nulla. Io rimasi in silenzio, ma l’episodio ovviamente mi è rimasto impresso». Tolta un’estemporanea titolarizzazione, Feltscher rimase ai margini sino alla cessione durante il mercato invernale. «E però ribadisco: i risultati, a conti fatti, premiarono la sua gestione».
Le fissazioni del mister
E a proposito di gestione. Il presente, sempre riferito al Getafe di Bordalás, narra di uno staff tecnico che non teme in alcun modo di affidarsi a tecnologia e intelligenza artificiale. Strumenti, questi, ai quali il tecnico spagnolo e i suoi assistenti ricorrono in modo sistematico, anche in pieno match e nel quadro della pausa fra primo e secondo tempo, per interpretare la trama della partita, evidenziare i punti deboli dell’avversario e, di riflesso, adottare i necessari aggiustamenti per puntare al successo.
Nel 2016, l’IA non si era ancora ripromessa di scuotere gli equilibri sociali e nemmeno quelli calcistici. «L’atteggiamento maniacale di Bordalás, però, era evidente anche allora» sottolinea Rolf Feltscher. Per poi avanzare un paio di esempi: «Detto della particolare attenzione per l’atleticità dei giocatori e dell’amore per le cattive maniere in campo, José strutturava gli allenamenti anche in base alle personali fissazioni. Ricordo quindi sedute interamente dedicate alle rimesse laterali offensive a favore, e per la precisione quelle lunghe da recapitare nei 16 metri. Un’ora e mezza così, a ripetere il gesto, ancora e ancora, con buona parte della squadra ferma. Stesso discorso per quanto riguarda i rinvii dei difensori per liberare l’area di rigore, in caso di pressione: la palla doveva essere spedita il più lontano possibile e sempre alle spalle della retroguardia avversaria. E quando non accadeva, beh, Bordalás impazziva». I suoi meccanismi psicologici complessi e comportamenti stravaganti si sarebbero ritagliazi in un horror di Stephen King o in un giallo di Agatha Christie.


