Calcio

Mauro Lustrinelli: «Cattivo segnale per il calcio svizzero? Macché, il Thun è un esempio virtuoso»

Siamo stati alla Stockhorn Arena per intervistare l'artefice di uno dei prodigi più incredibili nella storia del calcio svizzero e internazionale, presto sinonimo di titolo: «A Thun, con questo gruppo, 1+1 non fa 2, ma 20»
Mauro Lustrinelli, 50 anni, ha ripreso le redini del Thun nell'estate del 2022. ©KEYSTONE/PETER SCHNEIDER
Massimo Solari
02.04.2026 17:43

Le agende di Mauro Lustrinelli e Andres Gerber non sono mai state così affollate. Il solo tecnico ticinese, tra martedì e ieri, si è prestato a una decina di interviste. Entrambi, ciò nonostante, ci accolgono alla Stockhorn Arena con il sorriso. Fuori nevica. Ma per quanto eccezionale e inatteso, il titolo svizzero promesso al Thun - il primo nella storia del club - è vissuto con grande consapevolezza e misura sia dall’allenatore, sia dal presidente. Abbiamo intervistato entrambi.

Mauro, sabato tornate a Cornaredo, dove – a luglio – aveva preso vita la vostra incredibile stagione. Senza quella vittoria all’esordio, carica di consapevolezze, il Thun sarebbe comunque lì, solitario in vetta, o il campionato avrebbe potuto prendere un’altra piega?
«Difficile dirlo. Di sicuro non è stato un successo casuale. La mia squadra sta vivendo un processo, che la scorsa estate ha fatto rima con ritorno in Super League. In questo periodo abbiamo vinto tanto, conquistando qualcosa come 217 punti in due anni e mezzo. Un dato incredibile, che ha incrementato le nostre certezze, ma che non ci ha tolto la fame. Poi, certo, sconfiggere al debutto il Lugano - un club ambizioso e con un budget decisamente superiore al nostro - ha rappresentato una spinta ulteriore».

Classifica alla mano, immaginiamo che a essere cerchiata in rosso sul calendario sia un’altra sfida con i bianconeri: quella del 25 aprile alla Stockhorn Arena, che aprirà il Championship Group e che potrebbe regalarvi in anticipo il titolo.
«Non siamo ancora lì, davvero. Abbiamo sempre ragionato un passo alla volta e, dunque, tireremo le somme alla fine. Il titolo, inutile nasconderlo, è diventato un obiettivo realistico. Sappiamo di aver plasmato una stagione straordinaria che, ora, potrebbe diventare storica. Ma per far sì che ciò avvenga c’è un lavoro da portare a termine».

Da neopromossi a campioni svizzeri senza rivali: come diavolo ci siete riusciti?
«Grazie a un processo, appunto, e a una chiara idea di gioco. I numeri, non solo i punti in classifica, oltretutto non mentono: il Thun ha il miglior attacco e la miglior difesa della Super League. Ed è una squadra che non ha mai smesso di crescere. Prima accennavamo all’esordio vincente di Cornaredo: ecco, non siamo più quella compagine che aveva battuto subito il Lugano. E mi viene persino da sorridere, poiché in vista del girone di ritorno un ritornello andava per la maggiore: ‘‘Il Thun, presto o tardi, crollerà’’. Abbiamo fatto il contrario e di questo sono orgoglioso: dimostra la mentalità, il cuore e la voglia di non accontentarsi mai del mio gruppo. La Super League è un torneo equilibratissimo e rendere con continuità è difficile. A fare la differenza, quindi, sono stati l’affiatamento del gruppo, il consolidamento delle nostre consapevolezze e la bontà del lavoro giornaliero, declinato al limite. Ripeto: arrivare in alto non era scontato, ma ancor più difficile è stato restarci perseverando nelle vittorie. È un po’ come con le macchinine che piacciono ai bambini, quelle che si caricano facendo retromarcia. Prima o poi si fermano, a meno che non si disponga dell’energia per rilanciarle ogni volta. Ed è in questo che siamo stati eccezionali».

Mi viene da sorridere ripensando a chi parlava di un Thun destinato al crollo: è accaduto il contrario

Un momento, se questo frangente esiste, in cui le emozioni sono riuscite a prendere il sopravvento sulla tua forte razionalità.
«Ci sono vittorie che ti lasciano addosso qualcosa di speciale. E quella contro lo Zurigo, prima della sosta invernale, rientra fra esse. Eravamo reduci da alcune controprestazioni e siamo andati alla pausa sotto di due reti; poi, però, abbiamo ribaltato il match, imponendoci 4-2. Ma potrei citare pure il derby vinto - come non accadeva da quasi un decennio - contro un ottimo YB. O ancora il recente 5-1 ai danni del GC, con il terreno della Stockhorn Arena innevato. Emergere in queste situazioni significa essere più forti di ogni avversità. Il progetto Thun, d’altronde, è importante. E la sua continuità non è misurabile solo in termini di risultati - fondamentali per apparire credibili - ma pure a livello di rosa e dirigenza. Anche per questa ragione, per quanto chi non ci conosce avesse storto il naso, l’obiettivo della top 6 era ponderato e legittimo».

Il Thun ha vinto e continua a vincere più della concorrenza perché gioca in modo diverso? E magari in modo più intelligente?
«Innanzitutto lo stile di gioco c’è; è importante averlo ed è altrettanto cruciale che la sua messa in pratica sia chiara a tutti. Titolari e non. Dev’essere un credo comune. Che passa dalla testa e dalle emozioni. Forza e resilienza si alimentano anche così. E se nel calcio, globalmente, 1+1 fa 2, a Thun fa 10, fa 20. È una questione di energia, di spirito di gruppo e di mindset, del prepararsi e dell’essere sempre pronti a vincere. Il che, a conti fatti, incide di più dello stile o dell’organizzazione tattica di una squadra. Non sappiamo e non vogliamo dominare per novanta minuti, e però il nostro spessore nervoso ci permette di fare la differenza nei momenti decisivi delle partite».

La vostra è una storia pazzesca, che sta facendo il giro del mondo. In Svizzera, al contrario, sembra quasi dare fastidio. «Il Thun neopromosso che conquista il titolo è un pessimo segnale circa il livello e la salute della Super League» è la frase che più abbiamo letto in questi mesi. Come replicare?
«Dipende dai punti di vista. Il mio è chiaro: siamo riusciti a creare un gruppo fantastico, formato in buona parte da giocatori svizzeri, diversi dei quali giovani. E con queste premesse siamo in testa alla Super League. Perché, dunque, non definirlo un esempio virtuoso e un’opportunità? In fondo abbiamo dimostrato a tanti club che è possibile avere successo senza affidarsi unicamente a spasmodiche operazioni sul mercato. Torniamo al concetto di continuità e crescita strategica, non da ultimo a livello di staff tecnico. Si insiste a cambiare allenatori e dirigenti, ma il nostro esempio, o ancora quello positivo del San Gallo, indicano che è possibile un’altra via».

Insistiamo. Nell’ultima lista dei convocati diramata dal ct della Nazionale Murat Yakin non figurano giocatori del Thun. Tutto normale o c’è qualcosa che non torna?
«Non mi sorprende ed è anche comprensibile. La Super League rimane un trampolino, con numerosi elementi di prospettiva che non tardano a partire. Detto questo, e bisogna riconoscerlo, negli ultimi anni il livello del torneo è diminuito. Faticare nelle competizioni internazionali, per altro, non contribuisce a forgiare determinati profili di giocatori. L’Europa è essenziale per l’esperienza dei singoli. Dopodiché, se tutti i club puntassero maggiormente sui prodotti svizzeri, probabilmente anche il selezionatore della nazionale rossocrociata potrebbe disporre di più opzioni».

Uno spogliatoio affiatato e senza star, con la mentalità giusta, conta molto di più dello stile di gioco

A proposito di impegni europei. Il Thun, evidentemente, non ha dovuto fare i conti con una variabile dai più ritenuta decisiva per il rendimento in campionato. A ben guardare, però, né il San Gallo, né tutto sommato il Lugano sono stati chiamati a gestire tale onere. Il segreto del vostro successo, dunque, risiede anche in uno spogliatoio orfano di star e grilli di mercato per la testa?
«A mio avviso si tratta di un fattore determinante. Le dinamiche di uno spogliatoio, le relazioni che si sviluppano al suo interno, possono moltiplicare l’ardore di una squadra. Il collettivo è al centro del progetto Thun, e la sua salute viene curata quotidianamente, dentro e fuori dal campo. Siamo infatti convinti che se il gruppo sta bene e ha successo, a beneficiarne - alla fine - saranno pure i singoli. Voler raggiungere qualcosa insieme alimenta sentimenti costruttivi come la passione, la solidarietà e, infine, la felicità. Sentirsi accettato, comprendere di avere un ruolo nel quadro di un insieme di ruoli, finisce con l’esaltare le qualità individuali».

Ora però la musica rischia di cambiare. Anzi, forse è già cambiata. I tuoi giocatori hanno fatto di tutto per attirare l’attenzione. Hai già calcolato quante lettere d’addio riceverai?
«(ride, ndr). Non lo nego: ci aspettiamo diversi cambiamenti. Ed è normale che sia così. I giocatori che hanno fatto bene, e che avranno la possibilità di fare un salto a livello personale e di carriera, vanno posti nella condizione di cogliere l’occasione. Se la sono meritata. Ne siamo consapevoli e ci stiamo già muovendo per ovviare a tutta una serie di possibili partenze. Spetta a noi, detto altrimenti, mostrarci all’altezza nel reperire i giocatori giusti per proseguire questo progetto».

Le fragilità finanziarie - emerse nelle scorse settimane - non pongono il club in posizione di forza qualora, come prevedibile, giungeranno offerte per i vostri migliori profili. Ti dispiace, pensando anche all’avventura europea che vi attende e soprattutto alla voglia di rimanere ai vertici della Super League?
«Beh, ma non se ne andranno tutti. Ce lo auguriamo, perlomeno. Sarà importante mantenere uno zoccolo di calciatori attorno ai quali dare nuovo slancio al Thun. L’Europa, in questo senso, costituirà un’altra sfida fantastica e una nuova opportunità di crescita. La affrontiamo così, con positività, senza fasciarci anzitempo la testa e - come sempre - con l’obiettivo di fare il massimo con i mezzi a disposizione».

Se non ti sei e non vi siete posti limiti da neopromossi, supponiamo che non lo farete nemmeno nel quadro dei preliminari di Champions League, perché no, puntando a ripetere il magico percorso del 2005-06. Ma, appunto, giocarsi l’accesso a una competizione UEFA senza alcuni elementi chiave dell’attuale rosa e andando a ritoccare gli equilibri dell’organico non rappresenta una missione impossibile?
«La storia, in ogni caso, parla per il Thun, che in campo internazionale ha sempre fornito risposte importanti. Perché non dovremmo ripeterci? Anche allora, dopo tutto, il budget era contenuto. Prima parlavamo dei probabili addii ai quali dovremo reagire. Non vanno intesi come stravolgimenti, anzi: la coerenza della rosa - che, posso già dirlo, non verrà gonfiata - e della struttura societaria sono e rimarranno i nostri pilastri».

Offerte al sottoscritto? Chissà, io però qui ho una visione. No, la mia avventura a Thun non è ancora finita

Finanze e mercato. Tutto viene passato al setaccio dal presidente Andres Gerber, con cui hai già condiviso tante emozioni in campo. Dove finisce la vostra amicizia sincera e, magari tuo malgrado, riflettendo ancora sulle operazioni di mercato, s’impone la gerarchia?
«Negli ultimi tre anni e mezzo, io, lui e il direttore sportivo Dominik Albrecht abbiamo condiviso ogni scelta. Non c’è stato un giocatore, per esempio, acquistato senza l’appoggio di uno di noi. E ora, tenuto conto delle prospettate cessioni, non intendiamo snaturare questo approccio. Si tratta di ragionare sui sostituti, ma il ds conosce esattamente il profilo di giocatori che servono al Thun. Di questo e della situazione di tutti gli elementi della rosa discutiamo circa una volta al mese. Tutti insieme, apertamente, e senza che il mercato rappresenti un assillo».

Presto il presidente del Thun dovrà fronteggiare anche le chiamate di società interessate al suo allenatore?
«Chissà. Io, qui, ho un progetto. Una visione, anche. No, la mia avventura alla guida del Thun non è ancora finita. Mi rimangono due anni di contratto e sono veramente curioso di scoprire i prossimi sviluppi della nostra collaborazione».

Il Mauro Lustrinelli allenatore, per qualità e traguardi, ha già superato Lustrigol?
«Forse non ancora. Ma mi auguro che possa farlo il più presto possibile. Calciatore e allenatore, comunque, sono due mondi completamente diversi. Preferisco quindi riflettere sulla persona. Sul mio percorso. Ed è bello guardarsi indietro e osservare quanto sono cresciuto. Vero, mi è altresì capitato di riflettere sui traguardi che avrei potuto raggiungere avendo a disposizione l’esperienza e le competenze attuali. Ma non funziona così. Sono le tappe del cammino a definire la progressione personale. Per cui sono felice di quanto ottenuto come calciatore e sarò ancora più contento di riuscire a compiere un passo avanti importante da tecnico».

Hai da poco festeggiato i 50 anni, età che per molti funge da spartiacque: ci si guarda alle spalle e si stila un bilancio di quanto costruito, ma al contempo – e con piena maturità – si è pronti ad abbracciare un nuovo inizio. Quello di Mauro Lustrinelli dove conduce?
«In effetti è iniziato il secondo tempo della mia vita. Sportiva e non. E pensare troppo a ciò che è stato non ha più molto senso. Voglio assaporare appieno il momento, i risultati di un lavoro che mi rende felice e uno stadio dell’esistenza in cui mi sento una persona migliore».

Nel 2005-06 fosti protagonista della favola Thun in Champions League, disputando pure il mondiale con la Svizzera. Venti stagioni più tardi ti appresti a mettere la firma su un titolo che ha del clamoroso. Se gloria e scadenze seguono questo ritmo, a quale exploit dobbiamo prepararci per il 2046?
«Di nuovo: proiettarsi così in avanti e lasciarsi distrarre sarebbe poco opportuno. Stiamo affrontando una sfida coinvolgente e scrivendo una storia magnifica. Che cosa volere di più?».

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