Mondiale 2026, l'economia a forma di K: ecco perché i tifosi vengono spremuti come mai prima

Il Mondiale di calcio è anche politica. Anzi, soprattutto politica. O geopolitica. Per tacere dell'aspetto economico e commerciale. Insomma, la Coppa del Mondo FIFA 2026 assomiglia più a una polveriera che a un torneo sportivo. Basti pensare che uno dei Paesi ospitanti, gli Stati Uniti, è in guerra con uno dei Paesi partecipanti, l'Iran. La situazione è talmente tesa che il Team Melli è costretto a fare la spola fra Messico e America per disputare le partite. A ciò, scrive fra gli altri la BBC, bisogna aggiungere la disputa fra gli stessi Stati Uniti, il Canada e il Messico, co-organizzatori del Mondiale, a suon di dazi. Nel periodo compreso fra la cerimonia inaugurale all'Azteca di Città del Messico e la finale al MetLife Stadium nel New Jersey, i tre attori saranno chiamati a rinegoziare l'USMCA, l'accordo di libero scambio per l'area nordamericana.

L'effetto Trump
Donald Trump, presidente statunitense, evidentemente tiene molto al Mondiale e all'immagine, positiva, che un evento di questa portata può veicolare. Se è vero che il tycoon ha giurato di colpire «molto duramente» l'Iran, è altrettanto vero che ha ribadito a più riprese di avere a portata di mano un accordo per porre fine al conflitto. Il destino di Trump è legato a doppio filo alla FIFA: dopo aver accettato il discusso (e discutibile) premio per la pace creato ad hoc dal governo del calcio mondiale, il presidente USA ha appunto lanciato una pesante offensiva contro Teheran tradottasi in uno shock energetico ed economico globale. Sul campo, le nazionali dei due Paesi potrebbero affrontarsi nella fase a eliminazione diretta, mentre il presidente della FIFA Gianni Infantino più volte ha chiesto un cessate il fuoco in vista della finestra dei Mondiali. È difficile, nonostante il peso specifico della Federcalcio internazionale, pensare che lo stesso Infantino possa favorire una de-escalation. Ma il tema, quanotmeno, è presente. Come è presente un chiaro, evidente stravolgimento dell'economia del calcio, per dirla sempre con la BBC.
L'economia a forma di K
Jock Stein, ex commissario tecnico della Scozia, una volta disse che il calcio non è niente senza i tifosi. Il problema, di cui abbiamo ampiamente parlato, sono i prezzi. Dei biglietti, ma non solo. Fatti due calcoli e considerando il costo della vita negli USA e in Canada, per accompagnare la Svizzera di Murat Yakin nei gironi occorrerà un budget di almeno 8.000 franchi. Ripetiamo: almeno. Spremere i tifosi, a questo giro, è la norma. La BBC parla di economia biforcuta, «a forma di K». L'espressione descrive una ripresa economica in cui diversi settori, aziende o categorie di reddito seguono traiettorie divergenti dopo una recessione. Mentre una parte cresce e prospera, il braccio che sale della lettera K per intenderci, l'altra continua a declinare o ristagna. Il braccio che scende. I tifosi, tornando a noi, sono il braccio che sale. La FIFA, rispetto alle polemiche sui prezzi alle stelle, ha spiegato che i ricavi da biglietteria verranno reinvestiti nello sviluppo del calcio stesso, in particolare nelle nazioni più povere. Tutto giusto, ma la grandezza – geografica, in primis – del torneo ha dato e darà una spinta decisiva ai prezzi: mille dollari, in media, per un biglietto di una partita clou della fase a gironi, importi a cinque cifre per la finale, centinaia di dollari per una banale partita fra nazionali di seconda o terza fascia. Eccola, la politica della FIFA. Una politica figlia del dynamic pricing, ossia l'adeguamento dei prezzi al rialzo in funzione della domanda crescente. Ne avevamo avuto un assaggio, personalmente, in occasione della reunion degli Oasis, ma applicare questo concetto a un evento ancora più grande, e globale, è un esperimento nuovo.

L'economia da football americano
La BBC, di riflesso, parla non solo di economia biforcuta ma anche di economia «da football americano». Nella NFL, la massima lega professionistica di football, la determinazione dei prezzi dei posti è tagliata su misura per il segmento di lusso: gli stadi, per intenderci, offrono una minore capienza ma sempre più suite e lounge per tifosi – pardon: clienti – facoltosi. L'offerta di queste aree hospitality è limitata dalla durata della stagione: nella NFL ci sono la miseria di nove partite casalinghe, all'incirca la metà rispetto ai maggiori campionati di calcio europei. Ogni partita, dunque, conta ancora di più. O, se preferite, ogni tifoso va spremuto il più possibile.
Le edizioni precedenti dei Mondiali, prosegue la BBC, si poggiavano su un'altra logica: favorire la costruzione di infrastrutture, inclusi i trasporti. Canada, Messico e Stati Uniti non hanno avuto bisogno di investire in cattedrali nel deserto come quella di Manaus, in Brasile. Non hanno avuto bisogno, insomma, di «rifarsi» sui contribuenti, a eccezione (parzialmente) del Messico. Il problema, tuttavia, è capire chi ne beneficerà al di là della FIFA. Parentesi: Richard Sheehan, professore di economia ed esperto di finanza sportiva all'Università di Notre Dame, ritiene che i ricavi totali da biglietti e ospitalità per il torneo potrebbero superare i 7 miliardi di dollari, un aumento vertiginoso (sette volte) rispetto al passato. A suo dire, i ricavi da biglietteria per partita non solo raddoppieranno dai 15 milioni di dollari dell'ultimo Mondiale, ma aumenteranno di quasi cinque volte, a 71 milioni. Una manna per le città ospitanti, i proprietari degli stadi che hanno affittato alla FIFA gli impianti, le Federazioni e i giocatori. O forse no. A differenza di USA '94, l'ultimo Mondiale su suolo americano, nel 2026 le città non beneficeranno di questi ricavi da biglietteria in ascesa. Gli stadi sono stati affittati per una somma fissa. Il montepremi è stabilito. Le città, semmai, finanzieranno i costi. Così, alla BBC, Alan Rothenberg, che guidò il Comitato organizzatore del Mondiale di USA '94: «Strutturalmente, è tutto diverso. Non si può proprio fare un paragone. Nel 1994, la FIFA tenne i ricavi internazionali da marketing e TV e poi affidò l'intero torneo alla Federazione calcistica statunitense, che a sua volta creò un'entità separata per gestirlo. Avevamo un'unica entità, gestita da noi. Ci furono concesse alcune categorie di sponsorizzazione e opportunità di licenza allettanti, oltre a opportunità di vendita dei biglietti».
Alcune città hanno reagito, cercando di recuperare i costi di sicurezza e trasporto. Il prezzo dei treni urbani da New York è stato aumentato di dieci volte, prima di essere leggermente ridotto a 98 dollari. Il collegamento ferroviario di Boston costa 80 dollari. Parcheggiare l'auto? Le tariffe ufficiali arrivano fino a 175 dollari, persino 225. È un mondo lontano, anzi lontanissimo dai trasporti gratuiti offerti ai possessori di biglietto ai tornei in Qatar nel 2022, in Germania nel 2010, in Giappone nel 2002 e in Francia nel 1998. In Giappone, i volontari locali fiancheggiavano i percorsi dalle stazioni dei treni ad alta velocità fino agli stadi, inchinandosi ai tifosi, dando loro da mangiare e, in alcune occasioni dopo la partenza degli ultimi treni, pagando loro il taxi per tornare a casa.

Ci sono anche prezzi bassi
La FIFA, dal canto suo, ha reagito al caro biglietti immettendo nel sistema alcuni tagliandi a prezzi più bassi, ad esempio 60 dollari, da distribuire attraverso le Federazioni nazionali. Il governo del calcio mondiale ha pure incorporato il mercato secondario, garantendosi una commissione del 15% sulla rivendita ufficiale dei biglietti. Il tutto, a suo dire, per il bene della comunità calcistica globale.
La comunità, in questi anni, ha sicuramente beneficiato della liquidità extra: nazioni come Capo Verde, al netto dell'allargamento del Mondiale, mai avrebbero potuto avere la forza di allestire un programma calcistico di qualità per giocarsi una Coppa del Mondo. La BBC, al riguardo, fa l'esempio della piccola Montserrat, nei Caraibi, che dalla FIFA riceva un guadagno inatteso pari al 2,5% del suo PIL annuo. Parliamo di 500 dollari a persona. Questo modello di distribuzione esiste dagli anni Novanta ma è stato potenziato dal presidente Gianni Infantino, principalmente per scopi elettorali. Altra parentesi: alla FIFA, ogni Paese ha diritto a un voto, per cui la citata Montserrat vale quanto la Svizzera politicamente parlando.
Il dynamic pricing, però, presenta anche un conto salato: l'atmosfera, negli stadi, sarà quella di sempre? Gli stessi stadi saranno pieni? E se la FIFA dovesse vedersi costretta a tagliare, ulteriormente, i prezzi dei biglietti come accaduto al Mondiale per club dall'anno scorso? La BBC, ancora, si chiede se la FIFA abbia spinto questo esperimento fino al suo naturale punto di rottura. Nel 2030, quando il Mondiale si giocherà fra Marocco, Portogallo e Spagna, i tifosi saranno disposti a spendere cifre simili? L'economia «a forma di K» — con il boom per il 10% più ricco che traina fino alla metà di tutta la spesa al consumo, secondo gli analisti di Moody's, ma con stagnazione e ritrazione agli altri livelli di reddito — ha spinto il governo del calcio mondiale a cercare, con insistenza, proprio quel 10%. Si spiega anche così il ritiro, fra le città ospitanti, di Chicago, presente invece nel 1994 con tanto di partita d'apertura (Germania contro Bolivia).
