L'intervista

Ora parla Mattia Bottani: «Crus, quella scelta ti qualifica»

A due mesi dall'ultima partita con la maglia del Lugano, l'ex capitano si toglie alcuni sassolini dalla scarpa - Diversi, e molto duri, i rimproveri mossi all'allenatore Mattia Croci-Torti: «Meritavo un finale diverso»
17 maggio 2026: Mattia Bottani si appresta a entrare in campo contro il Basilea. È la 402. partita con il Lugano, l'ultima. © cdt/gabriele putzu
Massimo Solari
22.07.2026 06:00

Per il Football Club Lugano sta per aprirsi una nuova era. Il debutto ufficiale alla AIL Arena è dietro l’angolo e, seppur fuori dallo spogliatoio, emoziona anche Mattia Bottani. Sono trascorsi due mesi dall’addio alla maglia bianconera e per l’ex capitano è giunto il momento di togliersi qualche sassolino dalla scarpa. «Perché ho a cuore questa società e credo che la verità, seppur scomoda, sia necessaria per migliorare».

Mattia, prima di tutto, ci sono novità in merito al tuo futuro?
«In questo momento no. Ci sono stati contatti con club di Challenge e Super League, ma nessuna offerta concreta che valesse davvero la pena prendere in considerazione».

Si avvicina il grande giorno dell’esordio bianconero alla AIL Arena: sarai allo stadio? E se sì, con quale stato d’animo?
«L’idea è di esserci, perché si tratta di un evento storico e perché ho voglia di tifare la squadra della nostra città. Lo stato d’animo sarà paragonabile a quello di ogni tifoso del Football Club Lugano: tanta emozione e un pizzico di ansia per l’esordio nel nuovo stadio, che speriamo possa costituire la miccia in grado di provocare qualcosa di grande».

Da luglio, oramai, non fai più parte di questa società. Dal finale di stagione e dall’emozionante epilogo a Cornaredo sono trascorse diverse settimane. E allora, con la mente più lucida e il cuore meno pesante, che sensazioni prova oggi Mattia Bottani?
«Le sensazioni sono simili a quelle di qualche mese fa; ho solo avuto più tempo per metabolizzare. Rimane un forte mix di orgoglio e gratitudine, ma anche l’amarezza per come si sono concluse alcune cose».

Che cosa non hai digerito?
«La mia ultima partita a Cornaredo. Sono cresciuto in questo club e ho dato sempre il massimo. Fisicamente stavo bene e avrei potuto giocare dall’inizio. Avrei voluto salutare la mia gente e i miei compagni scendendo in campo da titolare e con la fascia al braccio, vivendo l’addio in modo diverso».

Avrei voluto salutare i miei tifosi e i miei compagni di squadra scendendo in campo dal 1’, con la fascia al braccio

Insomma, da Mattia Croci-Torti, almeno sul finale, ti aspettavi un trattamento diverso?
«Credo che la mia dedizione quotidiana meritasse una considerazione diversa rispetto ai 5-10 minuti che mi sono stati concessi nel finale di campionato. La mezz’ora conclusiva contro il Basilea, per altro, è stata fatta passare quasi come un regalo. Ma non lo era. Semplicemente, mi è stata tolta la possibilità di salutare i tifosi luganesi dal primo minuto».

Il Lugano, però, si giocava l’accesso in Europa. È lecito che l’allenatore abbia fatto delle valutazioni, passaci il termine, poco romantiche.
«Non penso che una scelta differente, contro un Basilea senza obiettivi, avrebbe compromesso il risultato. La decisione, in ogni caso, qualifica lui, non me. Io, ancora una volta, ho messo la squadra davanti a tutto. Sapevo quanto fosse vitale l’Europa per il club, e destabilizzare l’ambiente in quel momento sarebbe stato un errore imperdonabile».

Ma sei più deluso o arrabbiato con il Crus?
«Per essere delusi bisogna avere aspettative, e io non ne avevo più. Negli ultimi anni ho visto la società prendere decisioni importanti, allontanando figure storiche come Daprelà, Sabbatini e Custodio, così come il prof Townsend, che per il mister era un grande amico, non solo un collaboratore. Praticamente, a parte il Cao, è stato cambiato l’intero staff, compresi Di Benedetto e Aletti. Da un punto di vista societario, le scelte si possono anche ritenere comprensibili. Reputo per contro particolare che il mister le abbia sempre accettate in silenzio. Perciò non mi aspettavo che le cose, con me, andassero diversamente, anche perché il nostro rapporto si era incrinato da anni. Avrei solo voluto un confronto sincero, un “abbiamo deciso così”, guardandomi negli occhi. Ma per farlo servivano coraggio e coscienza pulita; si è preferito far finta di nulla fino all’ultimo giorno».

D’accordo. Ma ci permettiamo di avanzare due osservazioni. Al netto dei rapporti profondi con i collaboratori citati, che interesse avrebbe avuto Croci-Torti ad andare allo scontro con la dirigenza, rischiando il posto di lavoro? Purtroppo, il calcio è un mondo spietato. E poi, Mattia, se sei riuscito a strappare il rinnovo automatico del contratto durante la stagione 2023-24, gettando le basi per altre due stagioni in bianconero, è anche grazie alla fiducia che ti ha accordato il Crus. O sbagliamo?
«Non dico che non mi abbia fatto giocare, anche se sulla gestione dei 55 minuti fissi a partita, con il cambio programmato dietro la scusa del “rischio infortuni”, o dettato dal fatto che mai mi sarei lamentato platealmente, ci sarebbe molto da dire. Ironia della sorte, mi sono infortunato di più negli ultimi anni, giocando meno e con meno continuità. Ma al di là dei numeri, ciò che ho ottenuto me lo sono guadagnato ogni giorno sul campo. Le mie perplessità non sono tecniche, ma umane. Mi aspettavo solo la verità, nient’altro. La verità, l’onestà e la personalità si traducono in credibilità».

Il legame con il mister si era incrinato da anni. Per un epilogo sincero, però, occorrevano coraggio e coscienza pulita

Ma la dirigenza, verosimilmente, la pensava come il tecnico.
«I vertici della società hanno una visione molto pragmatica e lungimirante: quello che si sta costruendo a Lugano è un progetto solido e importante, ed è comprensibile – anzi, forse è un bene – che chi gestisce il club mantenga il necessario distacco emotivo per prendere le decisioni migliori a lungo termine. Però ribadisco: il problema non è la dirigenza, le cui scelte sono legittime e orientate alla crescita».

E la Coppa Svizzera del 2022 che hai alzato al cielo da protagonista? Anche quel trofeo è stato possibile perché il Crus ha creduto in te.
«In realtà siamo stati noi a credere in lui, concordando con la società di confermarlo dopo l’addio di Braga. Eravamo un gruppo solido, esperto e collaudato: una squadra di uomini che avrebbe portato chiunque a vincere quella Coppa. Ad ogni modo, già dopo quel trionfo le distanze tra me e il mister si sono ampliate. La narrazione pubblica e la realtà quotidiana non coincidevano più. Ho provato ad aiutarlo, anche sul piano umano, ma col tempo alcune sue scelte mi hanno fatto perdere la stima che serbavo nei suoi confronti».

In questo periodo, ad ogni modo, il Lugano ha sempre ottenuto risultati di primo piano. Risultati, insomma, che parlano per Mattia Croci-Torti.
«La società ha fatto un lavoro straordinario, investendo moltissimo in strutture, professionisti e ingaggi importanti, portando il club a un livello superiore. Proprio alla luce di questo budget e considerata la qualità della rosa a disposizione, ritengo che sul campo si sia raccolto meno di quanto fosse possibile».

Insistiamo: nessun altro club svizzero ha ottenuto un piazzamento europeo per cinque anni consecutivi…
«Vero, ma vivendo la realtà da dentro per vent’anni, dico che con queste risorse e con la crisi delle storiche big svizzere era necessario fare di più. Negli ultimi anni lo Young Boys non è stato lo schiacciasassi del passato, il Basilea è colato a picco, e Zurigo e Servette hanno vissuto alti e bassi. In questo contesto, il Lugano doveva raccogliere di più. Si è invece preferito cavalcare una narrazione che ha sopravvalutato i risultati sul campo. Non solo: pure sui singoli, a mio avviso, si poteva lavorare meglio, così da permettere anche alla società di incassare cifre superiori».

Il Lugano ha raccolto meno del dovuto, considerati budget e qualità della rosa. E in prima squadra, nonostante cinque anni di stabilità, non è stato integrato un solo giovane ticinese

Hajdari è titolare in Bundesliga e ha sfiorato il Mondiale con il Kosovo. Belhadj il Mondiale l’ha giocato. Zanotti è un giocatore più completo che, se tutto va come deve, permetterà al club di incassare una cifra interessante. Tu stesso, sotto Mattia Croci-Torti, hai raggiunto la Nazionale. Il tuo giudizio non è troppo severo?
«Non voglio sminuire l’intero operato; mi limito a osservare che la mia è la visione di chi ha vissuto, dall’interno, la trasformazione epocale del club. E parliamo di un’opinione condivisa anche da altri. Dopodiché, le analisi sui singoli giocatori le lascio a voi giornalisti. Ma ripeto: per rosa e investimenti si poteva ambire a qualcosa in più, specialmente considerando lo spazio lasciato dalle concorrenti dirette. Tengo a precisare come la mia sia una riflessione legata soprattutto a un rapporto umano gestito male dal mister. Tutto qui. Ma al netto dei discorsi fatti sin qui, ve n’è uno che mi sta molto a cuore».

Quale?
«I giovani del nostro territorio. Abbiamo avuto per anni un allenatore che ha sempre rivendicato con orgoglio le proprie radici ticinesi. Ma con cinque anni di stabilità, forza contrattuale e una Coppa in bacheca, concretamente che cosa è stato fatto per i ragazzi del posto? Non abbiamo visto un solo giovane locale integrarsi stabilmente in prima squadra. E non accetto la scusa secondo la quale mancavano i profili all’altezza: i giovani richiedono solo pazienza, lavoro e attenzione».

In conclusione, e a poche ore dal debutto europeo, c’è un messaggio che vorresti lasciare ai tifosi bianconeri?
«Il mio amore per questa maglia non è svanito con la fine del contratto che mi legava al club. Posso avere opinioni dure su singole persone, ma il bene del Lugano viene prima di tutto. Se mi sono esposto in questo modo è proprio perché ho a cuore la società bianconera e credo che la verità, anche se scomoda, sia l’unico modo per migliorare. Spero che in futuro si creino basi concrete per permettere ai ragazzi del nostro territorio di continuare a sognare la maglia con la “V”. E chissà che grazie al nuovo stadio e all’entusiasmo che saprà creare non possa essere l’anno giusto per vincere uno storico titolo».

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