Quando tutti volevamo essere Georges Bregy

Ci siamo. Inizia anche il nostro Mondiale. All’ora di pranzo, qui in California, e alle 21 svizzere, la Nazionale sfida il Qatar alla San Francisco Bay Arena. Tensione e speranza si aggrovigliano. Una nuova storia sta per essere scritta. E, certo, l’auspicio è che si possano vivere da subito momenti indimenticabili. Come il 18 giugno 1994, al Silverdome di Detroit. E come il 19 giugno 2006, al Westfalenstadion di Dortmund. Merito di due icone del calcio elvetico: Georges Bregy e Alex Frei. Li abbiamo incontrati. Per emozionarci ancora.
Sabato. Anche Svizzera-Stati Uniti si giocò di sabato. A quel debutto mondiale, a differenza di oggi, la selezione rossocrociata si presentava però senza riferimenti. Con la tremarella del primo giorno di scuola e un orgoglio grande così. Sul palcoscenico sportivo più prestigioso del pianeta, d’altronde, mancavamo da quasi 30 anni. Un’eternità, fatta di frustrazioni e sconfitte onorevoli. Sino all’avvento di Roy Hodgson, che nel maggio del 1992 - in vista di un’amichevole-crocevia contro la Francia - decise di rispolverare un 34.enne dai piedi educati e il baffo inconfondibile. «Giocavo nell’YB e di me non parlava più nessuno» rammenta Georges Bregy. «Quella di Hodgson fu una chiamata speciale. Ma anche un rischio, sia per me, sia per il ct. Il dibattito attorno al sottoscritto fu acceso. Ma ripagai subito la fiducia e la convocazione alla Coppa del Mondo giunse in modo naturale».
Un gesto reazionario
E dunque eccolo lì, Bregy, al limite dell’area di rigore statunitense, pronto per la specialità della casa: le punizioni. «La distanza era perfetta per le mie caratteristiche. Nel momento in cui ho posato la sfera a terra, un pensiero fulmineo mi ha però avvolto: gli americani avevano studiato tutte le mie punizioni, e nel 95% dei casi calciavo di destro sopra la barriera. Mi sono detto che il portiere avrebbe battezzato quella traiettoria. Allora mi sono concentrato sul secondo palo, visualizzando una traiettoria vincente in anticipo sul destino. E quando il pallone ha gonfiato per davvero la rete, beh, c’è stata un’esplosione di gioia». In campo, sulle tribune e nei cuori di milioni di svizzeri incollati davanti alle tv. Già. Bregy che alza entrambe le mani al cielo e si volta verso la porta appena sedotta, quasi incredulo, come se non fosse ammissibile un gesto così reazionario, non lo scorderemo mai. Quell’esultanza e quel gol rappresentarono un oltraggio al passato e la promessa di un futuro migliore. Una promessa colta, 12 anni più tardi, da Alex Frei.
La cosa più importante
«Non so se la punizione di Bregy entrerebbe ancora con i portieri di oggi» afferma, ridendo, il miglior marcatore nella storia della Nazionale. «Ma quel calcio franco, all’epoca, fu favoloso. Dopo quella partita, ogni quindicenne, come il sottoscritto, voleva essere Georges Bregy. Volevamo tutti calciare le punizioni come lui. Sì, l’impatto della generazione di USA ‘94 sui giovani svizzeri fu pazzesco. E, questa, a mio avviso, è la cosa più importante per la Nazionale attuale: fare in modo che i bambini e le bambine vogliano essere Xhaka, Widmer, Embolo o Ndoye. Alla fine, conta questo: rimanere impressi nella memoria delle persone. Non sono i titoli, solo i titoli. No, è il ricordo che lasci».
La metabolizzazione di questo processo, così prezioso, così profondo, avvenne a tappe per Bregy. «Iniziammo a renderci conto del nostro ascendente sugli svizzeri dopo la partita vinta contro la Romania. Lì misurammo quanto fosse stato importante rompere il ghiaccio con gli Stati Uniti. Battere un colpo. Personalmente, segnare un gol al Mondiale dopo 26 anni di assenza fu eccezionale, ma sul momento non lo vissi come un “gol mitico”. Ero solo felice e orgoglioso di aver segnato. Con il passare degli anni, però, i media e la televisione hanno riproposto quel gol a ogni Mondiale e a ogni Europeo, trasformandolo in una specie di leggenda. Ancora oggi, quando giochiamo con le Suisse Legends, la gente si avvicina per congratularsi. E sono trascorsi più di 30 anni! È incredibile come sia rimasto impresso nella memoria collettiva. Ci sono quarantenni che lo hanno riscoperto, ma anche donne e ragazzi più giovani, spesso perché il padre mostra loro il video dicendo: “Guarda, questo è lui, guarda che gol!”. Di nuovo: è qualcosa di stupendo».
Una spinta essenziale
L’ispirazione, suggerivamo, si tramutò in simbologia ai Mondiali tedeschi del 2006. Dopo due edizioni vissute sul divano, la Svizzera era di nuovo decisa a stupire. Anzi, la scoperta e l’incanto del 1994 avevano lasciato spazio all’ambizione. «Quella spinta ci ha motivati a raggiungere lo stesso obiettivo» indica Frei, individuando un altro punto di svolta: «L’Europeo Under 21 del 2002, organizzato in casa. Con diversi compagni poi diventati pilastri della Nazionale maggiore scardinammo il vecchio stereotipo della Svizzera che “gioca bene ma perde con onore”. Era da tanto tempo che non si vedeva un gruppo di calciatori con quella mentalità». C’erano Stéphane Grichting, Ricardo Cabanas e Ludovic Magnin, autore del traversone da cui prese vita un’altra rete leggendaria: il provvisorio 1-0 di Frei contro il Togo, secondo avversario della fase a gironi del Mondiale 2006 dopo lo 0-0 con la Francia. Vent’anni fa.

Campioni del mondo?
Da Bregy a Frei, dunque. Per un altro frangente in grado di scuotere e influenzare un popolo intero. «Sì, forse si possono paragonare per il tipo di impatto che hanno generato» riconosce l’ex attaccante. «Ma se chiede a qualunque giocatore della mia generazione che ha vissuto Svizzera-Togo a Dortmund, le dirà che è stata la partita più bella della storia per la sua atmosfera. Eravamo a due passi da casa, in uno stadio affascinante, colorato da maglie rossocrociate. Fu straordinario». E, appunto, esemplare per chi sarebbe stato chiamato a raccogliere il testimone. «La Nazionale del 2006, a mio avviso, ha lasciato un’eredità notevole a quella di Xhaka, Shaqiri e Rodriguez. E ora tocca a loro trasmettere questi valori alla generazione successiva».
L’occasione, forse l’ultima, è lì, da cogliere con tanta consapevolezza e un pizzico di follia. «La Svizzera, oggi, possiede qualità immense. E le aspettative sono chiare: raggiungere almeno gli ottavi di finale. Dopodiché, per come è strutturato il tabellone, serve anche fortuna nel sorteggio: chi affronti, chi è squalificato, chi è infortunato, chi è al top della condizione e si sente in fiducia». Capitan Xhaka, invero, ha dichiarato di voler diventare campione del mondo. «Ed è giusto che sia così» annuisce Frei. «Di più: spero che anche nazionali come Curaçao e Capo Verde dicano la stessa cosa, altrimenti tanto vale starsene a casa. Non è una questione di arroganza, è una questione di ambizione. Ed è proprio trasmettendo questa ambizione che siamo riusciti a cambiare le cose».
«Come dei bambini stupiti»
Nel 1994 era diverso. Un mondo ignoto, tutto da scoprire. Sentite Bregy. «Ricordo che dopo la preparazione in Svizzera, caratterizzata da un seguito incredibile, con 3.500 tifosi a ogni allenamento, ci spostammo a Montréal e poi a Detroit. In Michigan, in un primo momento, faticammo ad avvertire l’euforia degli americani. Non sembrava nemmeno che ci fosse un Mondiale. Rammento la sessione pre-partita al Silverdome: guardavamo quello stadio spettacolare, immenso, ma alla gente del posto non pareva interessare. Poi, il giorno della partita, quando entrammo e scoprimmo il pienone, l’emozione fu fortissima. Eravamo come dei bambini stupiti». Sino al 39’. Sino alla carezza di Georges Bregy. Un gol indimenticabile, come quello di Alex Frei nel 2006. E in attesa che un nuovo sussulto rimanga impresso nella memoria degli svizzeri.



