Mondiali 2026

Svizzera, un altro 4-1 che sa di America: dal Pontiac a Los Angeles, trentadue anni dopo

Manzambi, Vargas e Xhaka stendono la Bosnia al SoFi Stadium, come Sutter, Chapuisat e Knup affondarono la Romania di Hagi nel 1994 – Due notti americane, lo stesso punteggio
© KEYSTONE
Marcello Pelizzari
19.06.2026 17:30

Quattro. Uno. Anzi, quattro a uno. Due numeri che la Svizzera, su un campo americano, aveva già scritto. Sempre d'estate, il 22 giugno del 1994 per l'esattezza. La storia si ripete, verrebbe da dire. Da un lato l'avveniristico, per l'epoca, Pontiac Silverdome di Detroit quale cornice del poker rifilato alla Romania dei maestri, Hagi su tutti. Dall'altro, l'astronave di Los Angeles, il SoFi Stadium, teatro di una partita tesa ancorché felice, nel risultato, per i rossocrociati: Manzambi, Vargas, ancora Manzambi e Xhaka, con tanti saluti alla Bosnia. Stesso continente, stessa nazione, stesso punteggio, stessa competizione, i Mondiali, stessa sensazione. Quale? Quella che agli elvetici, la seconda partita del girone, da quelle parti riesca particolarmente bene.

Trentadue, lunghi anni separano le due partite. Ai tempi, la Svizzera si affacciava per la prima volta a una Coppa del Mondo dopo un'eternità: l'ultima partecipazione, prima di USA '94, risaliva infatti al 1966. Di fronte, un colosso come la Romania. A questo giro, la Bosnia del grande vecchio Dzeko, arrivata al palcoscenico più importante di tutti dopo aver fatto fuori nientepopodimeno che l'Italia. A unire questi due estremi, un attaccante. Capace di spaccare la partita. Knup allora, Manzambi adesso. Due doppiette incastonate nella ricca, oramai ricchissima storia della Svizzera ai Mondiali. Lo stesso 4-1 che resta negli occhi, sul tabellone di uno stadio americano ma anche negli occhi degli spettatori, a casa, incollati al televisore o, venendo ai nostri giorni, agli smartphone.

Tanto, tantissimo è cambiato. A cominciare dalla cifra tecnica della stessa Svizzera, con Murat Yakin che, oggi, si trova certo in una posizione migliore rispetto a Roy Hodgson. Nel 1994, quel 4-1 alla Romania sotto la cupola del Pontiac Silverdome fu il punto più alto del Mondiale rossocrociato. La Svizzera chiuse la corsa agli ottavi di finale, schiacciata tanto dalla Spagna quanto da un senso di appagamento che, Mondiale dopo Mondiale, è scomparso. Dopo l'America, negli anni Novanta, ci fu l'Inghilterra con l'Europeo due anni più tardi. Quindi, un lungo cono d'ombra. Da vent'anni e passa, per contro, i rossocrociati sono una presenza fissa ai grandi appuntamenti. E, a immagine di capitan Granit Xhaka, nessuno vuole fermarsi prima del previsto.

Le notti americane hanno un che di magico. Chi era ragazzo o bambino, nel 1994, si è portato quel ricordo fino a qui. Manzambi, con la sua sregolatezza e il suo genio calcistico, ha contribuito a crearne di nuovi. Ma la macchina dei sogni, rimanendo a questo Mondiale, si è appena messa in moto. Si spera, almeno. C'è un sapore che torna, in queste notti di fine giugno. Aria calda, fuso orario sbagliato, gli schermi accesi fino a tardi. Trentadue anni fa era il sapore della scoperta. Stavolta, è anche il sapore dell'abitudine. E della meraviglia.

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