Olimpiadi

Cortina e Milano, una storia di intrecci a cinque cerchi

Per la località alpina e l’Italia, l’edizione del 1956 ebbe grande valore politico, economico e sociale - Il progetto meneghino per i Giochi estivi del 2000, invece, fallì
©KEYSTONE/JEAN-CHRISTOPHE BOTT
Massimo Solari
06.02.2026 06:00

Dal fallimento alla rinascita. Milano e il Veneto si apprestano a sublimare un’unione di intenti naufragata all’inizio degli anni Novanta. Già, perché Milano avrebbe voluto ospitare le Olimpiadi estive del 2000. Questo, perlomeno, prevedeva un progetto promosso con convinzione da un comitato presieduto dal futuro presidente dell’Inter Massimo Moratti. Sostenuta in ambito accademico, sportivo e culturale, oltre che benedetta dal CIO, la candidatura si scontrò con il dissenso del mondo politico, sulle barricate con più forze, a maggior ragione in pieno scandalo Tangentopoli.

Cortina, lei, torna invece a essere la culla - o meglio una delle culle - dell’olimpismo. Era già successo nel 1956, quando i Giochi invernali ospitati dalla località alpina travalicarono, e di molto, la dimensione sportiva. A indagarne la portata, nel libro Cortina 1956. Un’olimpiade tra Guerra fredda e Dolce vita, edito lo scorso anno da Rubbettino, è stato l’economista Andrea Goldstein. E riavvolgere il nastro, per poi provare a far dialogare due edizioni, due luoghi e due momenti storici, è esercizio prezioso.

Orgoglio e mondanità

«Per l’Italia - sottolinea l’autore - l’organizzazione di quelle Olimpiadi rappresentò innanzitutto una vittoria politica. Basti pensare che l’assegnazione da parte del CIO avvenne nel ’49, appena quattro anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale. A incrementare il valore politico dei Giochi fu poi l’ammissione dell’Italia alle Nazioni Unite, datata dicembre 1955». Il successo in questione, preludio alle Olimpiadi estive di Roma 1960, «consolidò anche l’orgoglio di una Nazione che si era appena risollevata e stava vivendo i primi anni di boom economico» sottolinea Goldstein. «Il Veneto restava però regione povera e la rassegna a cinque cerchi - appunto - ne favorì l’autostima».

Cortina, al contrario, ostentava un certo benessere già all’epoca. «Ma le Olimpiadi permisero alla sua immagine di rivaleggiare con St. Moritz e Chamonix, come meta di prestigio nell’arco alpino» rileva il nostro interlocutore. Eccola la Dolce vita. Eccola la sfumatura sociale della mondanità. «Che per la popolazione si tradusse altresì nella realizzazione di nuovi impianti e piste, oltre che in migliorie sul piano dell’accessibilità» indica Goldstein.

Ieri l’URSS, oggi la Norvegia

Settant’anni più tardi, i sussulti post bellici e la Guerra fredda hanno lasciato spazio a nuovi blocchi e a tensioni di diverso tenore sullo scacchiere internazionale. Da un punto di vista geopolitico, continuità e rottura sembrano insomma andare a braccetto lungo il ponte che unisce i Giochi di allora e quelli presenti. «Anche se nel ’56, con la Jugoslavia, il blocco socialista di fatto si trovava appena fuori la porta di casa» rammenta Goldstein. «Più in generale, le Olimpiadi erano e rimangono una forma di compimento della supremazia nazionale. E per gli Stati Uniti, nel 1956, si trattò di digerire la prima partecipazione e i numerosi ori dell’Unione sovietica».

Con i russi obbligati a prendere parte ai Giochi in qualità di atleti individuali e sotto bandiera neutrale, oggi la competizione extra-sportiva coinvolge altri attori. Anche perché tra Donald Trump e Vladimir Putin i rapporti sono tutt’altro che freddi. «L’avversario numero uno degli USA per il primato nel medagliere - osserva Goldstein - è rappresentato dalla piccola Norvegia. Il che è paradossale e persino ironico: Oslo, infatti, sta conoscendo degli attriti pronunciati con il presidente americano».

Il battesimo televisivo

La principale arma in mano all’Italia, indica Goldstein, non è invece cambiata. «Torniamo alla Dolce vita, un soft power che ai tempi si rifletteva nella bellezza di icone come Sophia Loren e Gina Lollobrigida. Come a Torino 2006, la cultura italiana - con le sue gemme - sarà al centro della cerimonia d’apertura odierna». E poi vivrà attraverso i siti della manifestazione e, quindi, le immagini.

È notizia fresca la cura dimagrante decisa al Washington Post, anche per quanto concerne la copertura degli imminenti Giochi invernali. Le Olimpiadi del 1956, per contro, furono le prime trasmesse in televisione. Un assist pazzesco per l’attrattività di Cortina. E però anche un elemento dissonante rispetto alla narrazione attuale, che pone l’accento sugli sfregi al territorio causati da opere costose e in taluni casi incompiute. Goldstein soppesa gli umori dei due periodi. «La capacità di disboscare un pendio per renderlo sito di competizione, all’epoca, era ritenuta una prova di modernità. Oggi, all’opposto, l’avanguardia passa, o dovrebbe passare, dalla sostenibilità. Di qui la prima edizione diffusa su sei sedi, nel rispetto dell’agenda del CIO». Stando a Goldstein, tuttavia, la nuova pista di bob a Cortina non dovrebbe monopolizzare l’intero dibattito. «Dopo tanto tempo, a riappropriarsi dei Giochi invernali saranno le Alpi. Di più: si gareggerà su tracciati leggendari ed esistenti, come la Stelvio e l’Olympia delle Tofane».

Riscatti e parità

Andrea Goldstein pone sotto i riflettori un ultimo aspetto. Un epocale cambio di paradigma. «I Giochi di Milano Cortina verranno ricordati come i Giochi della parità. Il 47% degli atleti è di sesso femminile, al via in 15 discipline su 16 (fa eccezione la combinata nordica, ndr.). Le Olimpiadi di 70 anni fa, invece, s’inserivano in un contesto ancora fragilissimo per le donne. Mi piace dunque ricordare alcune storie di riscatto, come quelle delle sciatrici elvetiche Madeleine Berthod e Renée Colliard, capaci di imporsi in discesa e slalom, a fronte dei mancati successi maschili. Ed è interessante notare come i risultati in questione s’innestarono nel successivo dibattito sul suffragio femminile, ai tempi assente in Svizzera».

In questo articolo:
Correlati
«Con i Giochi olimpici, il mondo si offre un alibi»
Dai conflitti in corso alle tensioni tra gli Stati Uniti di Donald Trump e l’Europa: l’evento a Milano-Cortina, con i suoi simboli e le sue polemiche, s’inserisce in un momento storico tormentato - Éric Monnin: «È un tentativo di aprire una parentesi di pace, scandito però da politica e media»