La riflessione

«Con i Giochi olimpici, il mondo si offre un alibi»

Dai conflitti in corso alle tensioni tra gli Stati Uniti di Donald Trump e l’Europa: l’evento a Milano-Cortina, con i suoi simboli e le sue polemiche, s’inserisce in un momento storico tormentato - Éric Monnin: «È un tentativo di aprire una parentesi di pace, scandito però da politica e media»
©Reuters
Massimo Solari
27.01.2026 06:00

Éric Monnin coglie il cuore della questione con un esempio tanto banale, quanto indicativo. «Negli scorsi giorni ero ospite di un programma televisivo e il dibattito sui Giochi a cui stavo partecipando è stato interrotto bruscamente: la regia ha voluto trasmettere in diretta l’atterraggio all’aeroporto di Zurigo dell’Air Force One di Donald Trump, poi atteso al WEF di Davos».

Contattato dal Corriere del Ticino, il direttore del Centro di studi e ricerca olimpici universitari all’Université Marie et Louis Pasteur di Besançon suggerisce così l’esercizio di equilibrio a cui dovrà sottoporsi l’imminente edizione di Milano-Cortina. Perché da un lato vi sono gli ideali e l’utopia di Pierre de Coubertin e dall’altro un pianeta tormentato da molteplici conflitti e dalle tensione sull’asse USA-Europa. «Ecco perché l’interrogativo è lecito» insiste l’esperto di olimpismo, nonché sociologo dello sport: «I Giochi invernali riusciranno a sostituirsi agli scossoni geopolitici sullo scacchiere mondiale? Oppure verranno a loro volta oscurati?».

Dall’ICE all’Uomo Gatto

Per dire: è notizia di ieri, calcata giornalisticamente alla luce dei fatti di Minneapolis, che gli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) statunitense saranno a Milano per la cerimonia d’apertura, con l’obiettivo di monitorare il vicepresidente J.D. Vance e il segretario di Stato Marco Rubio. «I grandi eventi sportivi - sottolinea Monnin - non possono sfuggire a due logiche. La volontà della politica di appropriarsene e il fatto che ad accentuarne i contenuti - in un senso o nell’altro - siano i media». E allora è attraverso questa lente d’ingrandimento che bisogna osservare le sterili polemiche sui tedofori schierati da Milano-Cortina 2026, come pure il déjà entendu sull’impatto ambientale e i ritardi di diverse infrastrutture olimpiche.

Senza (ri)scomodare l’Uomo Gatto - che per trasportare la torcia olimpica ha semplicemente compilato un questionario messo a disposizione dal comitato organizzatore -, Monnin si sofferma su una delle missioni dei Giochi moderni: «L’olimpismo ha bisogno di ambasciatori emblematici. Penso anche alla scelta, sempre più articolata e delicata, dei portabandiera. La rassegna a cinque cerchi, in effetti, deve anche essere uno strumento per sognare. E i sogni, certo, si nutrono di icone e messaggi forti. Allo stesso tempo, però, le Olimpiadi aspirano a una rivoluzione più ampia, per l’intera società. Ed è dunque fondamentale - ancorché complicato da far accettare - che la staffetta della torcia olimpica abbracci una dimensione più popolare, quasi neutrale».

Il patrimonio montano conteso

Si torna quindi ai tentacoli della politica e al megafono dei media. «Attori ai quali, per fini elettorali e di visibilità, interessa porre l’accento sull’impatto istantaneo della narrazione olimpica» rileva Monnin. Per poi precisare: «A prevalere è il concetto del Panem et circenses offerto al popolo, mentre ci si scorda che il ragionamento - perlomeno quello ideale - va fatto in termini di eredità. Un’eredità a lungo termine, di tipo materiale e immateriale».

L'impatto istantaneo della rassegna, il Panem et circenses, purtroppo impedisce di ragionare in termini di eredità materiale e immateriale
Éric Monnin, direttore del Centro di studi e ricerca olimpici universitari all’Université Marie et Louis Pasteur

Lo scontro fra ambientalisti e «agonisti» dello sport e del turismo, a Cortina per esempio, si gioca su questo terreno. «A fronte della portata universale delle Olimpiadi estive, non da ultimo per i suoi numeri e la sua eco decisamente più importanti, la questione interessa soprattutto i Giochi invernali» evidenzia il nostro interlocutore: «Il patrimonio da valorizzare, per queste edizioni, è sostanzialmente di natura paesaggistica. E, in questo quadro, devono convivere due esigenze: il rafforzamento dell’attrattività turistica del luogo o dei luoghi interessati da una parte e la sobrietà ecologica dall’altra. La ridefinizione dell’economia alpina passa, o meglio dovrebbe passare, dalla sintesi delle due correnti. I Giochi moderni, sempre più, vanno d’altronde considerati alla stregua di laboratori sperimentali. E qui mi riferisco alle pratiche legate agli sport sulla neve e alla complessa sfida del surriscaldamento globale». E a proposito: le nevicate delle scorse ore hanno mitigato l’imbarazzo degli organizzatori e mascherato in parte le dissonanze su alcuni siti di gara.

«Una boccata d’ossigeno»

Per poco più di due settimane, ad ogni modo, sarà la competizione a prendersi la scena. A provarci, per l’appunto. «E in questo momento storico, fatto di divisioni e invasioni di campo, l’appuntamento olimpico rappresenta una boccata d’ossigeno» evidenzia Monnin. «Sì, consideriamolo un tentativo di aprire una parentesi di pace». Di tregua, anche, volendo restare fedeli a uno dei principi cardine del CIO. «Mi piace citare anche l’esempio dei Giochi estivi di Parigi, andati in scena nel 2024 ma la cui spinta decisiva - a livello di candidatura - si registrò nel 2015, come riflesso consapevole agli atti terroristici di matrice jihadista ».

Il sociologo francese si aggrappa a un verbo oramai affiancato d’ufficio ai grandi eventi sportivi: «Federare». E dunque riavvicinare fette più o meno rilevanti di popolazioni nazionali. «Parliamo di una dinamica di per sé virtuosa» prosegue Monnin, riconoscendone tuttavia anche la fragilità: «La verità è che dal 6 al 22 febbraio, con i Giochi, e dal 6 al 15 marzo con le Paralimpiadi, il mondo si offrirà un alibi per distrarsi e accettare un po’ di magia». Accodarsi è quasi inevitabile. «Mi collego all’altro highlight del 2026, i Mondiali di calcio americani, dal momento che è tornata a fare capolino l’idea di boicottarlo. Ebbene - conclude Éric Monnin -, nell’era della globalizzazione chiamarsi fuori non è praticamente più concepibile. Dissociarsi da un sistema che intreccia interessi sportivi, economici e culturali, purtroppo, significa anche finire ai margini».

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