Il grido dei giornalisti: «A Gaza ci uccidono, ma la stampa internazionale evita di nominarci»

A Gaza c'è rabbia tra i giornalisti palestinesi. Non per il «double tap» israeliano - un raid multiplo - che, condotto sull'ospedale Nasser di Khan Younis, ha lasciato a terra, ieri, cinque colleghi e altri 16 fra personale medico e altri civili. No, la rabbia dei reporter di Gaza è per come la stampa internazionale ha trattato la notizia.
In un comunicato diffuso sui social, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha descritto l'uccisione di 21 persone nella struttura ospedaliera come un «tragico incidente». «Israele - ha scritto il leader di Tel Aviv - esprime profondo rammarico per il tragico incidente» avvenuto nella Striscia di Gaza. «Israele apprezza il lavoro dei giornalisti, del personale medico e di tutti i civili». A Gaza, tuttavia, la verità è che fare informazione è più pericoloso che mai. Solo due settimane fa, cinque giornalisti di Al Jazeera sono stati uccisi in un attacco mirato dell'IDF su una tenda stampa che si trovava nei pressi dell'ospedale di al-Shifa di Gaza City. L'esercito israeliano, allora, aveva confermato di aver compiuto un attacco deliberato, accusando uno dei cinque (Anas al-Sharif) di aver fatto parte di Hamas.
Secondo dati sostanzialmente confermati da organi di stampa internazionale, sono più di 200 i reporter palestinesi uccisi, sin qui, da inizio guerra a Gaza: numeri mai raggiunti in nessun altro conflitto. Ai quali, appunto, ieri sono andati ad aggiungersi altri cinque nomi.
Hossam al-Masri lavorava per Reuters, Mohammed Salama per Al Jazeera, Moaz Abu Taha per NBC e altri media, Mariam Abu Daqa per Associated Press. Ahmed Abu Aziz per Quds Network e altri media. Corrispondente di Al Jazeera da Deir el-Balah, al centro di Gaza, Hind Khoudary ha confermato che il sentimento principale fra i giornalisti rimasti è quello di rabbia per il comportamento dei media internazionali: «Molti organi di informazione per cui lavoravano i giornalisti uccisi non hanno nemmeno menzionato i loro collaboratori. L'agenzia di stampa Reuters non ha citato nel titolo il cameraman che lavorava per loro da mesi. Nel loro articolo, lo hanno semplicemente descritto come un «contractor» della Reuters. Nessuna organizzazione giornalistica per cui lavorava Moaz Abu Taha, invece, ha detto che lavorava per loro». I giornalisti palestinesi, evidenzia Khoudary, «rischiano la vita da 23 mesi e, dopo essere stati uccisi, non vengono nemmeno menzionati nei titoli dei giornali. Alla fine, vengono menzionati come «appaltatori», «freelance» - mentre, quando erano vivi, lavoravano 24 ore su 24, 7 giorni su 7, per produrre, sistemare e documentare per questi organi di informazione. Vedete come vengono trattati i giornalisti palestinesi. Non c'è protezione quando sono vivi. E dopo che sono stati uccisi, nessuno li nomina. È così che si sente la maggior parte dei giornalisti palestinesi: siamo solo usati come robot per raccontare ciò che accade perché non ci sono giornalisti stranieri; veniamo uccisi e poi tutti si dimenticano di noi».
Indignazione
L'indignazione nei confronti dei principali media internazionali, colpevoli di non riconoscere il lavoro dei giornalisti palestinesi con cui collaborano, non riguarda evidentemente solo la Striscia. Ore fa, la fotoreporter canadese Valerie Zink ha annunciato di voler interrompere i rapporti con l'agenzia di stampa Reuters dopo otto anni di lavoro come stringer, affermando di non poter più continuare a svolgere il suo lavoro a causa del «ruolo dell'agenzia nel giustificare e consentire l'assassinio sistematico di 245 giornalisti a Gaza».
In un post su X, Zink ha criticato la copertura da parte di Reuters dell'uccisione del giornalista Anas al-Sharif, che proprio con Reuters aveva vinto un Premio Pulitzer nel 2024. Pubblicando una foto della sua tessera di accredito tagliata in due, Zink ha accusato Reuters di aver ripetuto affermazioni israeliane «infondate» sul conto di al-Sharif (riferimento alle notizie di una sua presunta affiliazione a Hamas, diffuse da Tel Aviv), mettendo a rischio la sua vita e quella di altri giornalisti. «La volontà di Reuters di perpetuare la propaganda israeliana non ha risparmiato i suoi stessi reporter dal genocidio israeliano. Ho apprezzato il lavoro che ho portato a Reuters negli ultimi otto anni, ma a questo punto non posso concepire di indossare questo pass stampa se non con profonda vergogna e dolore», ha scritto Zink. «Non so cosa significhi iniziare a onorare il coraggio e il sacrificio dei giornalisti di Gaza - i più coraggiosi e i migliori che siano mai esistiti - ma in futuro indirizzerò tutti i contributi che avrò da offrire pensando a questo».