Minneapolis

«La violenza dello Stato negli USA non è un'eccezione, la novità sta in chi la esercita»

Elisa Volpi, professoressa associata di Scienze Politiche alla Franklin University Switzerland, sui fatti di Minneapolis: «L'escalation può finire in quattro modi: per scelta politica, per intervento giudiziario, per vincoli di bilancio o per un accordo operativo con le autorità locali»
©CRAIG LASSIG
26.01.2026 09:00

La lotta all’immigrazione voluta da Donald Trump finora ha portato alla morte di due persone in meno di un mese a Minneapolis: Renee Nicole Good e Alex Jeffrey Pretti. Ma non solo, perché negli Stati Uniti c’è chi parla di un «clima da guerra civile» e chi, come il governatore dello stato del Minnesota, chiede di «ritirare l’ICE dallo Stato prima che uccida un altro americano». Poi c’è chi difende l’operato degli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement, come il loro comandante Greg Bovino che definisce «vittime» gli stessi membri delle forze dell’ordine. Infine c’è la piazza che chiede, ad esempio, di «abolire l'ICE» e «fermare il terrore dell’ICE». La lotta voluta dal presidente USA è sfuggita di mano? «Parlerei di un conflitto istituzionale tra livello federale e livello statale/municipale che, in un contesto già teso, rende molto più probabile l’escalation», ci spiega Elisa Volpi, professoressa associata di Scienze Politiche alla Franklin University Switzerland. «Da un lato un’agenzia federale che opera con obiettivi e catena di comando propri; dall’altro autorità locali che devono garantire ordine pubblico e sicurezza dei cittadini, ma senza poter definire davvero perimetro, tempi e modalità dell’azione federale».

«Questo attrito», continua l’esperta, «produce almeno tre rischi: frammentazione del comando e messaggi incoerenti alla popolazione; scarico reciproco di responsabilità quando accadono incidenti gravi; polarizzazione politica, perché lo scontro istituzionale diventa immediatamente uno scontro identitario. In questo quadro, la richiesta di supporto della Guardia Nazionale è soprattutto un indicatore di "stress istituzionale": la città tenta di gestire conseguenze e sicurezza, mentre il motore politico-operativo della crisi resta in gran parte fuori dal suo controllo». Intanto, per entrambe le vittime, in rete circolano video che sembrano mostrare una dinamica dei fatti differente dal racconto delle forze dell’ordine. Sintomo di «agenti sotto pressione» o di una certa libertà nell’eseguire gli ordini? «Le due dinamiche possono coesistere», afferma Volpi.

Quando la leadership politica incentiva risultati rapidi, arresti, deterrenza, visibilità, e legittima un approccio aggressivo, sul campo aumenta la propensione al rischio e all’uso della forza
Elisa Volpi, professoressa associata di Scienze Politiche alla Franklin University Switzerland

«La prima è "difensiva": nelle ore immediatamente successive a un uso letale/eccessivo della forza, l’amministrazione/agenzia tende a presentare una versione che riduca la responsabilità legale e politica, "minaccia", "legittima difesa", "resistenza violenta", spesso prima che tutte le evidenze siano disponibili o pubbliche. La seconda è ''strutturale'': quando la leadership politica incentiva risultati rapidi, arresti, deterrenza, visibilità, e legittima un approccio aggressivo, sul campo aumenta la propensione al rischio e all’uso della forza. In questo senso parlare solo di ''agenti sotto pressione'' è riduttivo: la pressione discende anche da obiettivi, retoriche e regole d’ingaggio percepite come permissive, oltre che da una cultura organizzativa che può favorire l’impunità».

Il sindaco di Minneapolis si è scagliato contro l’amministrazione Trump. «Quanti altri residenti, quanti altri americani devono morire o rimanere gravemente feriti perché questa operazione finisca?» ha detto in conferenza stampa. «Se per fine intendiamo la cessazione dell’attuale escalation, può arrivare in quattro modi: per scelta politica, con la riduzione/ritiro o rimodulazione dell’operazione federale; per intervento giudiziario/legale che restringa pratiche operative o imponga trasparenza e accountability; per vincoli di bilancio e controllo parlamentare, con il condizionamento dei finanziamenti e della supervisione; per un accordo operativo con autorità locali che ridefinisca perimetro e modalità. Il quando è la parte più difficile: nel breve periodo, se l’amministrazione vede benefici politici nel braccio di ferro, può prolungare lo scontro; al contrario, se il costo reputazionale e l’instabilità crescono, proteste, scioperi, attrito istituzionale, aumenta la probabilità di una de-escalation». In ogni caso, «senza un canale credibile di verifica indipendente sui fatti contestati, la fiducia pubblica difficilmente si ricomporrà».

Quanto sta accadendo con la lotta all’immigrazione voluta da Trump non è paragonabile con altri fatti storici, ma «il punto è che la violenza dello Stato negli USA ha precedenti: dalla repressione dei diritti civili ad altri episodi storici, non è un’eccezione mai vista», aggiunge Volpi. «La novità oggi non è la violenza in sé, ma chi la esercita e come viene percepita: non la polizia locale inserita, almeno in teoria, in circuiti cittadini di controllo e responsabilità, bensì un’agenzia federale di immigrazione che opera con modalità spesso descritte come paramilitari, tattiche, identificabilità ridotta, raid, e con una catena di comando politicizzata e distante dal controllo locale. In un contesto in cui le versioni ufficiali sono state contestate da video e testimoni, la percezione di impunità cresce e il conflitto si radicalizza».

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