«Le azioni di Xhaka e Fischer mostrano una totale sfiducia verso medici e istituzioni»

Sta facendo discutere, nel mondo sportivo ma non solo, in Svizzera, ma anche all'estero, il caso di Granit Xhaka così come, qualche tempo fa, aveva avuto grande eco mediatica il caso di Patrick Fischer. A caratterizzare la vicenda del capitano della nazionale svizzera di calcio e quella dell'ormai ex commissario tecnico della nazionale elvetica di hockey un comune denominatore: la falsificazione di un certificato di vaccinazione contro il COVID-19.
«Sono rimasto piuttosto sconcertato dal fatto che due figure così importanti abbiano deciso in maniera cosciente di cercare una scorciatoia acquistando un certificato vaccinale falso piuttosto che sottoporsi alla vaccinazione oppure scegliere, cosa che avrebbero assolutamente potuto fare, di non sottoporsi all'iniezione», commenta da noi contattato il medico dello sport Marco Marano, direttore del Centro Swiss Olympic di Manno. «Con questo non intendo riaprire il dibattito tra pro-vax e no-vax; mi limito a osservare che personaggi come loro avrebbero dovuto affrontare la situazione in maniera diversa. Queste azioni, infatti, non si possono semplicemente ricondurre alla responsabilità individuale in quanto costituiscono un problema sociale data l'influenza che hanno nel mondo dello sport figure quali Xhaka e Fischer».
Una domanda che resta senza risposta
Facendo astrazione dai casi specifici, resta una domanda di fondo: perché una parte non marginale del mondo sportivo, uno degli ambienti più monitorati e seguiti che esistano dal punto di vista medico, ha guardato e tuttora guarda al vaccino contro il COVID-19 con sospetto? Un quesito, questo, che ancora oggi sembra non trovare risposta. «Chi all'epoca lavorava nell'ambiente sportivo, e non mi riferisco solo ai medici, si è impegnato quotidianamente per spiegare l'importanza della vaccinazione nel modo più trasparente possibile», garantisce Marano. «Abbiamo fatto di tutto per far passare un messaggio chiaro ed evitare che venisse dato credito a teorie non basate su evidenze scientifiche. Purtroppo, però, in una quota non bassa di atleti ha fatto breccia proprio tale discorso alternativo».
Tra gli argomenti messi sul tavolo da coloro che si opponevano al vaccino c'era il rischio di sviluppare problemi cardiaci. La FDA americana e l'EMA, l'Agenzia europea per i medicinali, avevano in effetti riconosciuto la miocardite come raro effetto collaterale dei vaccini a mRNA, con incidenza più alta nei maschi giovani e dopo la seconda dose. Ecco allora che alcuni sportivi avevano ritenuto che i rischi legati a un contagio fossero inferiori a quelli degli eventuali effetti collaterali della vaccinazione. «Gli studi scientifici pubblicati all'epoca e quelli usciti successivamente hanno però dimostrato come queste paure fossero infondate», precisa il direttore del Centro Swiss Olympic di Manno.
Durante le discussioni sull'opportunità della vaccinazione per gli sportivi c'era poi chi denunciava l'assenza di canali medici interni credibili, indipendenti dal datore di lavoro, in cui gli atleti potessero esplicitare le proprie riserve senza temere ripercussioni dal punto di vista professionale. Una richiesta, questa, non condivisa da Marano. «Un medico non fa gli interessi di un club: è un professionista che fa coscientemente il proprio lavoro».
Sarebbe anche sbagliato affermare che agli sportivi sia stata negata la possibilità di dissentire sui vaccini o di averne quantomeno paura. «In quel periodo ci sono stati diversi atleti che hanno deciso di dichiarare apertamente la propria perplessità nei confronti del vaccino, penso per esempio a Novak Djokovic e al cestista Kyrie Irving», osserva il nostro interlocutore. «Siamo in democrazia e nessuno è mai stato obbligato a vaccinarsi. Se però si decide di rifiutare l'iniezione, è importante essere coerenti con sé stessi e accettare le conseguenze della propria scelta senza cercare scorciatoie illegali come hanno appunto fatto Xhaka e Fischer».
«Non ci sono persone al di sopra delle regole»
Torniamo però alla vicenda di Xhaka. Cercando di giustificare quanto fatto con il certificato vaccinale, il capitano della nazionale svizzera ha detto che, all’epoca, nutriva «forti dubbi» e una profonda diffidenza nei confronti del vaccino e si trovava in uno stato d’animo agitato. Possibile allora che il numero 10 della selezione rossocrociata, nonostante lo sforzo dei medici che lo seguivano sia a livello di club, sia in Nazionale, non sia stato sufficientemente informato e sensibilizzato sul vaccino contro il COVID-19? «Non so se qualcosa sia mancato nella comunicazione, una cosa però è certa: falsificando il certificato vaccinale, Xhaka ha imboccato la strada sbagliata mostrando una mancanza completa di fiducia verso il mondo sanitario e le istituzioni», commenta Marano. «Mi preme comunque sottolineare che gli sforzi di sensibilizzazione fatti all'epoca da coloro che lavoravano in campo medico erano finalizzati a garantire proprio la sicurezza degli sportivi e delle persone che ruotavano intorno al loro mondo».
Per concludere, resta da capire quale sia l'immagine del mondo dello sport che restituiscono casi come quelli di Xhaka e Fischer. «Il rischio è che passi il messaggio che esistono delle regole che però non valgono per alcuni personaggi importanti. Ciò potrebbe minare la credibilità dello sport e di chi da anni lavora per promuovere la coerenza al suo interno», chiosa Marano.



