«Locarno non è una Cenerentola, anzi: questo gioiello sa giocare le sue carte»

Marco Solari, due volte «onorario»: sia come cittadino di Locarno, sia come presidente del Festival del film. Ha scelto di tenere un basso profilo, ma ha deciso di concedere un’intervista: «All’inizio non volevo, ma avete fatto leva sul mio senso del dovere», dice al Corriere del Ticino. Già ci sono stati due libri, uno di Matilde Casasopra e una biografia in tedesco «per tentare di spiegare il Ticino ai non ticinesi». In più seminari e conferenze (come quella che si terrà martedì 4 marzo alla Biblioteca popolare di Ascona).
Perché ha scelto di mantenere un basso profilo e farsi vedere meno?
«Perché mi sembrava la cosa più corretta. Chi conclude un incarico dovrebbe farlo con discrezione. Mi riconosco in quella massima dei patrizi bernesi: “Servire e poi sparire”».
Cosa l’ha convinta, oggi, ad accettare questa intervista da cittadino onorario di Locarno?
«Avete fatto leva sul mio senso del dovere. Non si può dire sempre no, altrimenti si rischia davvero di diventare un fantasma. Ogni tanto bisogna mostrarsi».
Le manca la vita del Festival?
«La nostalgia c’è, eccome: degli anni intensi, dei collaboratori, e soprattutto del pubblico di piazza Grande, che era meraviglioso. Vivo comunque tutto ciò con tranquillità e un equilibrio sereno».
Cosa significa «cultura»?
«Di definizioni ne esistono migliaia, ma quella che sento più vicina è un po’ kantiana: la capacità di stupirsi davanti al cielo stellato e, allo stesso tempo, di riconoscere dentro di sé la legge morale».

Oggi incontra spesso il pubblico in contesti più raccolti.
«È un rapporto più intimo, direi anche più profondo. In piazza Grande parlavo davanti a ottomila persone, e ogni parola aveva un peso enorme. Ora il dialogo è più vicino, più caldo. È un’altra forma di intensità».
Ha delle figure di riferimento?
«Da giovane, quando dirigevo l’Ente del turismo, frequentai persone come Piero Bianconi, Virgilio Gilardoni, Plinio Martini. Hanno influenzato il mio modo di guardare al Ticino».
E in politica?
«Sono stato vicino a Flavio Cotti e Pascal Delamuraz. Ho avuto un ottimo rapporto con Marina Masoni».
Nel mondo imprenditoriale?
«Moritz Suter fu un compagno di tante avventure, soprattutto per l’aeroporto di Agno. E una figura che mi colpì profondamente fu Angelo Conti Rossini: un ristoratore, un intellettuale, un maestro di vita».
Ha conosciuto Sandro Pertini: che impressione le lasciò?
«Indelebile. Un giorno, durante una visita ufficiale negli anni Ottanta a Morcote, al mattino presto, parlammo da soli per un momento. Gli chiesi degli anni in prigione».
Cosa le disse?
«Mi rispose con una frase che conservo ancora: “Mai piegarsi alla prepotenza. Mantieni la fiducia, così non perderai la tua dignità”. È stato un uomo di una sincerità disarmante».
Che cosa rappresentò il 700. della Confederazione?
«Fu molto più di un anniversario. Era un’occasione per interrogarsi sul futuro del Paese. Ricordo l’inaugurazione sotto la tenda di Botta a Bellinzona: da una parte i gruppi folkloristici legati al fuoco, dall’altra discorsi memorabili. Quello di Jean Starobinski rimane, per me, il più bello dell’anno celebrativo».
Quando è iniziato il suo legame con il Festival del Film?
«Nel 1973. Raimondo Rezzonico, allora presidente, mi chiamò per occuparmi dei rapporti con la stampa. Fu lui a salvare il Festival in un momento delicato. Poi, nel 2000, con una nuova crisi in corso, mi venne chiesto di assumere la presidenza».
Oggi, come presidente onorario, ha ancora voce nelle decisioni?
«No. Ed è giusto così. Chi lascia un incarico deve garantire la libertà dei successori. Dico sempre: il suocero entra in casa della nuora solo se invitato».
Qual è stata la serata più bella della sua presidenza?
«Senza dubbio l’ultima. Bellissima e malinconica insieme. Salutare quel pubblico così sensibile fu molto toccante. Quando chiamai mia moglie sul palco, il suo sorriso illuminò la piazza: molti scoprirono allora che sono sposato».
Quella più difficile?
«Un temporale terribile, nel 2002 o 2003. Il pubblico, spaventato, premeva verso le uscite, e due addetti non volevano aprire le transenne. Urlai come un forsennato. Quella sera rischiai il carcere».
Pensa che la formula vada cambiata o mantenuta?
«La strategia dell’internazionalità è perseguita con coerenza. Artisticamente il Festival è stimato in tutto il mondo, organizzativamente è un modello e i conti sono in ordine. Ciò che speravo quando ho lasciato».
Che idea si è fatto del possibile spostamento delle date a luglio?
«È una possibilità sensata. Anni fa ci provammo, ma non c’erano camere. Oggi la situazione è diversa. Ma ogni cambiamento richiede equilibrio e attenzione».
Per l’80. edizione si parla di novità...
«Non so nulla. Come il giornalismo, anche i festival devono sorprendere. E mi farò sorprendere anch’io».
Alcuni ipotizzano un coinvolgimento da parte della presidente di architetti internazionali in nuovi progetti.
«Ma questa è una domanda da fare direttamente alla presidente Maja Hoffmann... non a me».
La cattedra legata al Festival non è a Locarno...
«Lo capisco. Per me, averla a Locarno sarebbe naturale, sì. Ma è una scelta che spetta all’Università della Svizzera italiana. Posso augurarmi un po’ più di decentramento, ma la decisione non è del Festival».
Finiti i dieci giorni del Festival, in città non resta nulla. È d’accordo?
«No. I ricordi hanno un peso enorme, e l’impatto mondiale del Festival sulla città è straordinario. Ogni festival ha il suo DNA. Locarno è quello dei valori illuministi: libertà, dignità, coraggio. Questa identità resta».
Per il centenario del Patto della pace di Locarno non c’è stata un’eredità visibile: è mancato qualcosa?
«Il contenuto c’è stato. È vero però che, nella storia, si ricordano i faraoni per le piramidi. Il Palacinema, fortemente voluto da Carla Speziali, è la nostra piramide. Quanto ai monumenti, bisogna chiedersi se siamo ancora in un’epoca che li richiede. Quel che conta è che Locarno continua a coltivare un’idea di pace che la distingue da tutte le altre città».
Secondo alcuni Locarno è penalizzata rispetto ad altre realtà.
«Non condivido questa teoria. Locarno è un gioiello e sa giocare bene le sue carte. Certo, ci sono margini di sviluppo, ma non la vedo affatto svantaggiata. Anzi, sta diventando sempre più bella, sotto molti punti di vista».
Cosa pensa del progetto di riqualifica «Nouvelle belle époque»?
«Penso che meriti un applauso. Anzi, un applauso in piedi. Sono felice di vedere quanto la città si stia innamorando di questa trasformazione, che renderà Locarno ancora più preziosa».
Un aspetto che l’ha colpita?
«Il mantenimento del ciottolato di piazza Grande. Ho sempre avuto un rapporto affettivo con quei sassi che assorbono il calore del giorno e lo restituiscono alla sera. È cultura anche questa. E spero resti anche il binario storico: è il filo che lega la città alle sue valli».
I progettisti hanno pensato a tutto?
«Mi sembra un lavoro molto ben fatto. Ora spero che il Consiglio comunale gli dia il via libera: è una riqualifica riuscita».
Si sarebbe potuto fare qualcosa di più per valorizzare piazza Grande?
«No. Il meglio, spesso, è nemico del bene».
Nemmeno un intervento sul binario storico?
«La semplicità è la forma più alta di bellezza».
Negli anni sono state proposte idee stravaganti, come una copertura o una fontana. Lei che ne pensa?
«La copertura dimostra che non si è capito lo spirito del Festival. Il cielo stellato è parte della sua poesia. Anche il temporale che arriva, l’elettricità nell’aria: tutto questo crea un’avventura condivisa che nessun altro festival possiede. Coprire la piazza significherebbe toglierle l’anima».
I ricorsi tipici di Locarno potrebbero ostacolare il progetto?
«Non più che altrove. La presunta litigiosità locarnese è una leggenda metropolitana. Tutto si risolve con il dialogo. Anche la questione dello schermo del Festival si è sistemata così».
L’8 marzo si vota sul canone radiotelevisivo. Lei come voterà?
«Ho passato una vita a rafforzare la Svizzera italiana, e la SSR è sempre stata al nostro fianco. Indebolirla sarebbe un errore gravissimo. Il mio “No” è netto, definitivo».
Perché, finora, non aveva preso posizione pubblica?
«Aspettavo me lo chiedesse lei».
Com’è la sua vita familiare oggi?
«Molto tranquilla. Con mia moglie Michela condivido un legame che dura da cinquant’anni, ed è una presenza fondamentale. Vivo però con la consapevolezza di quanto tutto sia fragile: ti siedi a cena, ti alzi, e il tuo mondo non c’è più. Questa idea non mi abbandona mai».
Chi altri fa parte della sua vita?
«Sono un uomo di famiglia, forse persino con un tratto patriarcale. Seguo tutta la mia “cerchia allargata”, anche se non posso sempre risolvere ogni problema. Al centro c’è mia moglie Michela. I figli sono lontani: Luca è pilota di idrovolanti negli Stati Uniti, Giacomo è all’ambasciata a Bucarest. I nipoti erano cinque, ora sono quattro: la morte di Sebastian, a vent’anni, è stata il mio più grande dolore».
Animali domestici?
«Due cani lupo, uno dopo l’altro. Li ho accompagnati entrambi fino alla fine. Non ho più voluto altri animali».
Ha luoghi o riti che considera «momenti del cuore»?
«Quando ti ritiri dalla vita attiva devi avere una passione, altrimenti rischi di smarrirti. La mia è la letteratura. È un oceano che provi a svuotare con un secchiello: non ci riesci mai, e proprio per questo ti accompagna giorno e notte».
Un piatto preferito? O un luogo?
«Tutti sanno che ho un solo piatto davvero mio, spaghetti al pomodoro. Conosco bene i ristoranti che li sanno fare come si deve. A casa li prepara mia moglie, da noi i ruoli sono tradizionali...»
Come lo vede il futuro?
«È una domanda intima. Alla mia età non ci si addormenta la sera né ci si sveglia al mattino senza pensare alla morte. È una presenza discreta ma costante».
Che rapporto ha con la morte?
«Direi un rapporto epicureo. Come diceva Epicuro: se c’è la vita non c’è la morte, e quando c’è la morte c’è il silenzio e non c’è più la vita. È inutile tentare di svelare un mistero che nessuno conosce».
A 81 anni, cos’è la felicità per lei?
«La felicità sta in poche cose. Sapersi accontentare, restare nel presente, non aspettarsi troppo dagli altri. Aggiungerei una quarta: non covare risentimenti».
Parla con misura. È diplomazia?
«No. È una forma di sensibilità. Le parole possono ferire più di un’arma. Non sopporto l’ingiustizia, soprattutto verso i più deboli. E so che una parola detta male può lasciare cicatrici che durano una vita».
Ma bisogna pur dire la verità.
«Certo! Ricordo una serata in piazza Grande con Harry Belafonte: parlò della «parresia», il coraggio di dire ciò che si ha dentro, anche quando disturba. Vale per l’artista, e io aggiungo: anche per il giornalista».
Teme di essersi esposto troppo?
«No, anche perché non ho detto tutto, tutto. C’è sempre qualcosa che si tiene per sé. E poi c’è modo e modo di rispondere senza mentire».
È un esempio, o vuole esserlo?
«No. L’umiltà è fondamentale. È il contrario della hybris (superbia, ndr), il voler andare oltre ciò che è giusto. Per gli antichi greci, il massimo dei peccati. Le persone percepiscono subito se qualcuno vuole apparire diverso da ciò che è».
Come vorrebbe essere ricordato?
«Come un uomo che si è impegnato».






