Il petrolio, ma anche le rinnovabili: la guerra in Iran è un enorme business energetico

«Questa guerra è insopportabile, speriamo che duri». Una semicitazione del celebre aforisma di Oscar Wilde descrive decisamente bene la situazione generatasi con il conflitto in Medio Oriente. Mentre i comuni cittadini e i molti governi fanno i conti con una pesante crisi energetica internazionale e un incremento generalizzato del costo della vita, c’è chi trae enormi vantaggi dalla guerra scatenata da USA e Israele contro l’Iran. Alcuni attori sono ovvi e stanno incassando miliardi di dollari: le aziende attive nel campo della difesa, quelle del settore di petrolio e le grandi banche. Altri meno, come i colossi dell’energia rinnovabile.
Stando alla BBC, l'incertezza generata dal conflitto e la chiusura dello Stretto di Hormuz, da cui transita il 20% del petrolio e del gas a livello globale, stanno sì facendo lievitare il costo della vita delle famiglie, ma allo stesso tempo hanno permesso a diverse aziende di registrare profitti da capogiro.
Grandi affari per la Russia
La principale conseguenza del conflitto in Medio Oriente è stata un'impennata dei prezzi dell'energia, con le spedizioni di petrolio e gas attraverso lo Stretto di Hormuz interrotte alla fine di febbraio. La Russia, ad esempio, ha approfittato della situazione gonfiando il prezzo dei suoi idrocarburi che, ad aprile, ha raggiunto il livello medio più alto da settembre 2014, portando inattese entrate nelle casse del Cremlino. Stando al Kyiv Post, il prezzo del blend Urals è salito a 94,87 dollari al barile il mese scorso, con un aumento del 23% rispetto ai 77 dollari al barile di marzo e più del doppio rispetto al prezzo di inizio anno, quando si attestava a 40,95 dollari. Il ministro delle Finanze russe Anton Siluanov, settimana scorsa, ha fatto sapere che il bilancio statale ha ricevuto 200 miliardi di rubli (2,6 miliardi di dollari) di entrate petrolifere extra grazie all'aumento dei prezzi. Le tre società russe Gazprom, Rosneft e Lukoil potrebbero realizzare entro la fine dell’anno profitti stimati in 23,9 miliardi di dollari grazie alla guerra in Iran.
I colossi petroliferi
Per quanto riguarda le aziende, i principali beneficiari del blocco della via marittima mediorientale sono stati i giganti petroliferi. Nei primi tre mesi dell'anno, gli utili di BP sono più che raddoppiati, raggiungendo i 3,2 miliardi di dollari, grazie a quella che l'azienda ha definito una performance «eccezionale» della sua divisione commerciale. Shell ha superato le aspettative degli analisti, annunciando un aumento degli utili arrivato a 6,92 miliardi di dollari nel primo trimestre. «Shell ha conseguito risultati solidi grazie alla nostra costante attenzione alle prestazioni operative in un trimestre caratterizzato da sconvolgimenti senza precedenti nei mercati energetici globali», ha dichiarato l'amministratore delegato Wael Sawan. Dan Coatsworth, responsabile dei mercati presso la piattaforma di investimento AJ Bell, ha spiegato a EuroNews che «il conflitto in Medio Oriente ha portato a un'impennata del petrolio, consentendo a Shell di vendere i propri prodotti a prezzi molto più elevati» TotalEnergies ha visto i suoi profitti aumentare di quasi un terzo, raggiungendo i 5,4 miliardi di dollari nel primo trimestre, grazie all’instabilità dei mercati petroliferi ed energetici.
Stando a un'analisi pubblicata dal Guardian, le 100 maggiori compagnie petrolifere e del gas al mondo hanno incassato oltre 30 milioni di dollari all'ora in ricavi non ancora realizzati durante il primo mese di guerra in Iran. Saudi Aramco, Gazprom ed ExxonMobil dovrebbero essere le società a conseguire i maggiori profitti entro la fine dell'anno. Anche se, rileva la BBC, i giganti statunitensi ExxonMobil e Chevron hanno visto diminuire i loro utili rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, a causa delle interruzioni delle forniture provenienti dal Medio Oriente. Tuttavia, entrambi hanno superato le previsioni degli analisti e si prevede un'ulteriore crescita dei profitti nel corso dell'anno, dato che il prezzo del petrolio rimarrà significativamente più alto. A livello globale, Aramco è di gran lunga la compagnia che sta traendo i maggiori benefici dalla guerra, con un profitto stimato di 25,5 miliardi di dollari nel 2026 se il prezzo del petrolio si attestasse su una media di 100 dollari al barile. Una cifra che si aggiunge agli enormi profitti abitualmente realizzati dalla compagnia saudita, ovvero 250 milioni di dollari al giorno nel periodo che va dal 2016 al 2023.
Una spinta alle rinnovabili
Il conflitto sembra però aver dato un’accelerazione pure alla transizione verso l’energia pulita, evidenziando la necessità di diversificare le fonti e, allo stesso tempo, riducendo la dipendenza dai combustibili fossili. Di fatto, l'azione militare americana in Iran sembra aver portato il mondo a riconsiderare gli investimenti nelle energie rinnovabili, decisamente più stabili durante i periodi di crisi.
Una delle aziende che ha beneficiato maggiormente dalla situazione è l'americana NextEra Energy, produttrice di energia solare, le cui azioni hanno registrato un'impennata del 17% dall'inizio dell'anno. Anche i colossi danesi dell'energia eolica Vestas e Orsted hanno registrato un'impennata degli utili. Vestas mercoledì ha annunciato un aumento inaspettatamente elevato degli utili nel primo trimestre, attribuendo il risultato al miglioramento delle prestazioni delle sue attività onshore e offshore, nonostante la crescente incertezza geopolitica. Orsted, dal canto suo, ha registrato profitti superiori alle aspettative negli scorsi mesi, mentre la norvegese Equinor, nota principalmente per petrolio e gas, ha dichiarato alla CNBC che la crisi in Medio Oriente è destinata a dare impulso ai rendimenti della sua divisione di tecnologie pulite.
Torgrim Reitan, direttore finanziario di Equinor, ha affermato che i fattori trainanti della transizione energetica sono chiaramente cambiati in seguito alla guerra, passando da «un’attenzione alla decarbonizzazione a questioni come la sicurezza energetica, l’autosufficienza e l’indipendenza». La britannica Octopus Energy ha invece dichiarato alla BBC che la guerra ha causato un «enorme scossone» nelle vendite di pannelli solari e pompe di calore, con un aumento del 50% delle vendite di pannelli solari dalla fine di febbraio.
L'auto elettrica torna a crescere
L'impennata dei prezzi del carburante ha fatto esplodere la domanda di veicoli elettrici, con i produttori cinesi che hanno saputo sfruttare al meglio l'opportunità. Le vendite di auto elettriche sono tornate a crescere, pure in Svizzera. Nei primi quattro mesi del 2026, le auto full electric sono cresciute del 13%, attestandosi a oltre 16 mila auto e conquistando il secondo posto tra le alimentazioni più richieste dietro alle ibride (27.100 nuove immatricolazioni, con una crescita del 2%). Léna Pellandini-Simányi, esperta di dinamiche di mercato e professoressa associata di Marketing all'Università della Svizzera italiana, interpellata dal CdT ha evidenziato come le statistiche mostrino «un forte aumento degli acquisti di veicoli elettrici dall’inizio della guerra alla fine di febbraio. Secondo l’Associazione dei costruttori automobilistici europei, le vendite di veicoli elettrici in Europa nel marzo 2026 sono quasi raddoppiate rispetto allo stesso mese del 2025. Allo stesso tempo, in Europa sono state acquistate meno auto a benzina, con un calo del 18,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso». La più grande piattaforma tedesca online del settore, mobile.de, ad esempio, ha dichiarato che le persone hanno cercato veicoli elettrici tre volte di più dall’inizio della guerra.
Pellandini-Simányi ha poi fatto notare che «nel 2026 sono stati introdotti diversi incentivi governativi, ma osserviamo che le immatricolazioni di veicoli elettrici sono state molto più elevate a marzo, dopo l’inizio della guerra, rispetto a gennaio e febbraio, il che suggerisce che l’aumento sia dovuto proprio alle preoccupazioni legate alla guerra piuttosto che agli incentivi». L'impennata si è osservata pure in Asia, la regione più colpita dall’aumento dei prezzi del carburante, e, in misura minore, negli Stati Uniti.
