L’arroganza di Trump scuote l’Europa: ora che ne sarà dei rapporti con gli USA?

Nei rapporti tra USA e Europa c'è un prima e un dopo Davos? Scongiurati, per ora, i timori su una possibile azione militare americana in Groenlandia o dazi punitivi a chi si è opposto alla cessione dell’isola artica a Trump, oggi sono in molti a chiedersi quale sarà il futuro dell'alleanza tra Europa e Stati Uniti dopo lo show del tycoon al World Economic Forum (WEF).
Un monologo infarcito di errori vistosi, al limite del parodistico, menzogne palesi e provocazioni, che non ha lasciato indifferente neppure la diplomatica Svizzera, padrona di casa dell’evento. Se le sferzate dei media elvetici erano attese, meno scontata è stata invece la reazione del «ministro» degli Esteri Ignazio Cassis. È «inaccettabile essere trattati così», ha commentato il consigliere federale ticinese. D’altronde, Trump sembra davvero aver superato ogni limite, con affermazioni di rara arroganza istituzionale, come «senza di noi, la Svizzera non sarebbe più la Svizzera» o, tornando alla Groenlandia, quell’umiliante «vogliamo solo un pezzo di ghiaccio».
L’Europa è riuscita a schivare la patata bollente, ma la guardia resta alta, perché il presidente americano potrebbe tornare a fare la voce grossa su temi molto delicati. Ancora rimbombano nelle orecchie degli europei gli attacchi alla NATO, accusata di non essere in grado di proteggere i propri confini e di aver sfruttato «i migliaia di miliardi» della potenza americana. I leader del Vecchio continente, evidenzia tra gli altri il Wall Street Journal, non sembrano intenzionati a leccarsi le ferite passivamente, ma si stanno preparando a nuove e forse peggiori turbolenze nei rapporti transatlantici.
Ieri, in una intervista nell’ambito del WEF di Davos, il presidente lettone Edgars Rinkēvičs, riferendosi ai rapporti Europa-USA, ha lanciato l'allarme: «Non siamo ancora fuori pericolo. Siamo di fronte a una frattura irreversibile? No. Ma il pericolo è chiaro e presente. Se vogliamo preservare l'alleanza, entrambe le parti devono stare molto, molto attente».
La crisi sulla Groenlandia è stata disinnescata all’ultimo momento con un compromesso negoziato dal segretario generale della NATO, Mark Rutte, ma le preoccupazioni non sono svanite, anche perché proprio l’Alleanza atlantica è finita sul banco degli imputati, con Trump autoproclamatosi giudice, giuria e boia. I dettagli dell'«accordo quadro» mediato da Rutte non sono stati resi noti, ma hanno subito alimentato dubbi sul fatto che la questione artica possa esser stata solamente rimandata. Stando a indiscrezioni riportate da diversi media internazionali, con l'intesa gli Stati Uniti dovrebbero ottenere la sovranità su una o più basi militari dell'isola.
«Rimaniamo estremamente vigili e pronti a utilizzare i nostri strumenti in caso di ulteriori minacce», ha evidenziato il presidente francese Emmanuel Macron, punzecchiato per i suoi occhiali da sole proprio da Trump, sul palco di Davos («a proposito, cosa gli è successo?», ha sghignazzato il tycoon).
A rendere ancora più impressionante il rischio che si è corso con l’affaire groenlandese, basti pensare che, stando all'emittente pubblica danese DR, le truppe inviate sull'isola artica da Copenaghen avevano ricevuto l'ordine di tenersi pronte al combattimento nel caso in cui gli Stati Uniti avessero attaccato il territorio autonomo danese. Sarebbero andate armate di tutto punto, con munizioni vere.
Il tentativo di Trump di impossessarsi, in un modo o nell’altro, dell’isola sta spingendo i leader di Europa, ma pure quello canadese, a concentrarsi maggiormente sulla riduzione della dipendenza economica, tecnologica e militare nei confronti degli Stati Uniti. Una mossa, questa, precedentemente riservata a Cina e Russia. Secondo Politico, oggi l'alleanza transatlantica appare radicalmente trasformata, passando da «una solida base per il diritto e l'ordine internazionale a un accordo molto più flessibile, in cui nessuna delle due parti può essere sicura dell'altra».
António Costa, presidente del Consiglio europeo, al termine del vertice straordinario a Bruxelles di giovedì sera, senza nominarlo direttamente, ha criticato i metodi del capo della Casa Bianca: «Crediamo che le relazioni tra partner e alleati debbano essere gestite in modo cordiale e rispettoso. Lo stile di vita europeo è diverso da quello americano. Noi rispettiamo lo stile di vita americano. Ma dal nostro punto di vista, è molto importante preservare e mantenere il nostro partenariato transatlantico».
La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha dal canto suo dichiarato che il blocco formato dai membri UE ha avuto «successo» nel respingere le mire espansionistiche di Trump «essendo fermo, non provocatorio e soprattutto molto unito». Von der Leyen ha quindi promesso che «l'Unione europea continuerà a difendere i suoi interessi e difenderà se stessa, i suoi Stati membri, i suoi cittadini e le sue imprese da qualsiasi forma di coercizione. Ha il potere e gli strumenti per farlo e lo farà se e quando sarà necessario».
Se i funzionari di Bruxelles sono apparsi decisi e pure ottimisti, suggerendo una maggiore indipendenza dagli USA, non si può dire lo stesso per i vari capi di Stato. Prima del vertice tra i 27 leader UE, il primo ministro polacco Donald Tusk, ad esempio, ha dichiarato ai media: «La fiducia è sempre stata il fondamento delle nostre relazioni con gli Stati Uniti. Abbiamo rispettato e accettato la leadership americana. Ma ciò di cui abbiamo bisogno oggi nella nostra politica è fiducia e rispetto tra tutti i partner, non predominio e certamente non coercizione. Non funziona così nel nostro mondo». Il ministro degli Esteri norvegese, Espen Barth Eide, ha invece evidenziato come «il fatto stesso di essere sollevati perché un Paese NATO non attaccherà un altro Paese NATO dice che siamo in un posto dove non avremmo mai pensato di essere. E questa situazione, di per sé, durerà».
«Dobbiamo essere preparati a scenari che alcuni potrebbero considerare impensabili», ha quindi affermato il ministro della Difesa olandese Ruben Brekelmans, mentre il presidente serbo Aleksandar Vučić, presente anche lui a Davos, non ha nascosto il suo pessimismo per i mesi a venire: «Questa frattura durerà a lungo. Trump non ha imposto nuovi dazi agli europei, e loro ne sono stati contenti (...). Ma in realtà questo accadrà di nuovo, e sarà più profondo e problematico, e ognuno dovrà badare ai propri interessi». Vučić ha poi fatto sapere che «le differenze (tra USA e Europa, ndr) sono profonde».
Secondo Philip Gordon, consigliere per la Sicurezza nazionale dell'ex vicepresidente USA Kamala Harris e studioso presso la Brookings Institution, «Trump ha spinto per la prima volta gli europei a concentrarsi davvero sulle alternative all'America e sulla riduzione del rischio». L'esperto, citato dal WSJ, ha sottolineato come ormai non si possa «tornare a dove eravamo prima delle minacce alla Groenlandia».
Un funzionario europeo, citato da Politico, ha parlato di un mondo «post-Davos». Un mondo, secondo il diplomatico, «cambiato radicalmente», perché quando «la fiducia se ne va, poi non torna più».
