Il fenomeno

Le proteste in Europa? «La manifestazione del disagio di un’intera generazione»

Con il sociologo ed economista Mauro Magatti diamo una lettura delle proteste che hanno visto come protagonisti anche molti giovani e giovanissimi
©Stefano Porta
Paolo Gianinazzi
18.10.2026 22:10

Esiste un fil rouge tra le proteste (con protagonisti molti giovani e giovanissimi) a Parigi, quelle a Milano, oppure ancora quelle di Bruxelles o Lisbona? «È un altro modo di manifestare il disagio che questo tempo di grande incertezza politica, economica e istituzionale ha radicato nelle persone». A parlare al Corriere del Ticino è Mauro Magatti, sociologo ed economista, professore ordinario alla Facoltà di scienze politiche e sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. «Un altro modo perché – spiega l’esperto – sappiamo che la crescita dei partiti di estrema destra è un’altra manifestazione della medesima difficoltà», ossia quella delle democrazie occidentali di affrontare i problemi del presente. «Si sono rette negli ultimi decenni sull’ipotesi che ci fosse una crescita continua e che i benefici di questa crescita fossero ragionevolmente distribuiti tra la popolazione». Sull’ipotesi «che le istituzioni politiche proteggessero la popolazione dai rischi più alti e che ci fosse la possibilità di entrare nella vita adulta con una speranza di crescita e sviluppo personale». Tutte dimensioni che, rileva il professore, «si sono molto indebolite»: la crescita lenta, le disuguaglianze accresciute, le protezioni delle istituzioni affievolite. «Quindi il disagio è diffuso». E, appunto, si manifesta da una parte con il voto ai partiti di estrema destra, dall’altra con le manifestazioni di piazza, che sfociano nelle violenze, anche da parte di giovani e giovanissimi. Due facce, sostanzialmente, della stessa medaglia. Dello stesso disagio.

Gli stati d’animo dei ragazzi parigini non sono tanto diversi da quelli dei giovani di Milano o Madrid
Mauro Magatti, sociologo ed economista

«È legittimo che in questo momento storico le nuove generazioni si sentano messe all’angolo», prosegue Magatti, «perché le risorse si riducono, per via della grande incertezza dal punto di vista geopolitico e per la questione ambientale». Detto in altre parole: «Sono generazioni che guardano avanti e non vedono grandi orizzonti, ma grandi nuvole. Da anni le nuove generazioni sanno che difficilmente riusciranno a conservare il livello di benessere dei loro genitori. E questo è un problema». Per Magatti, insomma, occorre andare oltre la “semplice” manifestazione di piazza e guardare al contesto che ha portato ai disordini. «Senza giustificare le violenze – che non hanno mai giustificazione –, si tratta di comprendere che c’è un malessere, da parte loro, che da una parte nasce da difficoltà economiche e dall’altra dalla fatica di vedere un futuro».

E in tal senso è possibile tracciare un fil rouge tra le proteste francesi e, ad esempio, quelle italiane o spagnole: «Le ragioni e gli stati d’animo dei ragazzi parigini non sono tanto diversi da quelli dei giovani di Milano o Madrid», osserva il professore, «perché tendenzialmente sono le condizioni di un’intera generazione».

Difficile, a questo stadio, capire se queste proteste si trasformeranno in qualcosa di più strutturato. «Al momento, seppur rifletta un disagio vero, sembra si tratti di una fiammata». E non è un caso, aggiunge il professore. «Per usare un’espressione della sociologia, oggi nessuno sa cosa sia un’azione collettiva». Ossia: «Si riesce facilmente a portare in piazza tante persone per qualche ora, ma poi mettersi d’accordo e trovare una leadership è tutta un’altra storia. Per questo motivo negli ultimi anni non si è mai andati oltre la fiammata». E in questo contesto, chiosa Magatti, «il problema è che se non si dà una risposta ai problemi, questi si acuiscono. Quindi occorre capire fino a che punto la democrazia riuscirà a dare risposte. Questo è il tema». Come dire: se non sarà lei a farlo, lo faranno «movimenti politici che più o meno apertamente rifiutano la democrazia». Dunque, di fronte a questo contesto, «sarebbe sbagliato se il mondo degli adulti, delle istituzioni politiche ed economiche, non raccogliesse questo grido d’allarme, magari anche sguaiato, di una generazione che ci dice: “bisogna fare qualcosa”».

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