Italia

Le violenze a Milano? «Quei giovani esistono e hanno una voce, ma nessuno li ascolta»

Con l’antropologo urbano Paolo Grassi analizziamo quanto avvenuto lo scorso weekend nel capoluogo lombardo: «C'è un solco sempre più profondo nella società: questa generazione con background migratorio va riconosciuta, non repressa»
©Stefano Porta
Michele Montanari
22.10.2026 16:30

Giovani che cercano spazi d’ascolto, provando in qualche modo a farsi sentire. Arrivano soprattutto dalle province lombarde e dall’hinterland milanese. Una parte di loro ha un background migratorio. Sono italiani di seconda o terza generazione. C’è chi li chiama con disprezzo «maranza» e li accusa di essere dei delinquenti da condannare senza se e senza ma. Ma ciò sarebbe estremamente superficiale e semplicistico. Se centinaia di minorenni si radunano in centro a Milano per scatenare il caos, tra l’altro durante una manifestazione in cui si chiedono condizioni di vita più dignitose, non si può fingere di non vedere un disagio giovanile ampiamente diffuso. Non si può nascondere la portata di quello che è a tutti gli effetti un fenomeno sociale. Un fenomeno che ha lasciato spiazzati gli stessi organizzatori della manifestazione, dissociatisi subito dagli episodi di violenza e dai saccheggi.

Con l’antropologo urbano Paolo Grassi, ricercatore all’Università degli Studi di Milano Bicocca, nonché studioso della periferia milanese di San Siro, abbiamo cercato di inquadrare quanto successo lo scorso weekend nel capoluogo lombardo.

Le organizzazioni si stanno interrogando su quei fatti. A Milano è partito tutto un processo di riflessione collettiva, anche molto interessante
Paolo Grassi, ricercatore all’Università degli Studi di Milano Bicocca

«Nel Nord Italia sono soprattutto gli studenti e movimenti sociali a organizzare e partecipare alle manifestazioni. Ma questi ragazzi di cui parliamo oggi, protagonisti degli episodi di sabato e domenica, sono un'altra cosa. Gli stessi movimenti sociali milanesi fanno fatica a leggere quanto successo» evidenzia il dottor Grassi. E prosegue: «Le organizzazioni si stanno interrogando su quei fatti. A Milano è partito tutto un processo di riflessione collettiva, anche molto interessante. Si stanno organizzando le prime assemblee sia all'interno del mondo privato sociale sia a livello istituzionale. E pure il Comune ha reagito con più assessorati».

La domanda a questo punto sorge spontanea: perché i giovani arrivati dalle periferie non si sono uniti ai movimenti organizzati? In fin dei conti, i temi erano ampiamente condivisibili: il carovita, i prezzi del carburante e degli affitti alle stelle, le poche risorse impiegate nelle scuole. Per l’antropologo, il problema principale è «lo scollamento tra quel mondo, quello delle periferie, o dei giovani più marginalizzati, e il panorama dei movimenti e dei centri sociali, dei collettivi studenteschi. I ragazzi finiti al centro dell’attenzione politica e mediatica, arrivano da altri percorsi, spesso non hanno proprio relazioni con il mondo degli studenti e dei movimenti giovanili. Sono due mondi che rischiano di non parlarsi. Per questo, come accennavo prima, gli stessi movimenti sociali milanesi si stanno interrogando su quanto successo e stanno cercando di capire come intercettare quelle istanze e renderle più politiche». Il ricercatore aggiunge: «Al momento non è chiara la direzione che prenderà questa mobilitazione. Vedremo questo weekend e nelle prossime settimane se si riproporranno eventi analoghi oppure se spariranno».

Nelle scorse ore, in Italia, ha fatto ampiamente discutere il video di un 11enne intento a saccheggiare un negozio durante le proteste. Il suo comportamento è stato condannato da più parti. Molti si sono chiesti dove fossero i suoi genitori mentre il ragazzino si trovava nell’occhio del ciclone. Poi i media hanno raccontato la sua storia: problemi di integrazione a scuola, atti di violenza giovanile, genitori con un passato migratorio lasciati ai margini della società, senza lavoro e con difficoltà a parlare l’italiano. Una vita vissuta nelle «fatiscenti» case popolari del quartiere della Barona. È, dunque, questa la situazione nelle periferie milanesi? Ancora il dottor Grassi: «C’è una maggiore disuguaglianza rispetto al passato. Oggi nei quartieri popolari ci sono delle difficoltà: la questione abitativa, quella lavorativa e la povertà educativa. Sono temi che devono essere affrontati. Se ne sta parlando molto anche a livello di dibattito pubblico. È chiaro che queste dinamiche investono con più forza chi sta ai margini della società». Una serie di problematiche che, secondo il ricercatore, non vengono affrontate in maniera adeguata: «La risposta del governo, soprattutto in questo momento, è repressiva (il riferimento è al recente decreto-legge sulle manifestazioni, ndr). Forse, invece, bisognerebbe iniziare a ragionare in un altro modo, cercando di riconoscere questa generazione. La demografia del nostro Paese e delle nostre città è cambiata: dobbiamo comprenderlo e riconoscerlo. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella nei suoi ultimi discorsi, in fondo, ha detto proprio questo, però mi sembra che a livello governativo la risposta sia stata opposta. Oggi le carceri minorili sono strapiene, un fenomeno che non accadeva da diversi anni. Se la risposta è aumentare il numero di militari dell’esercito a Milano, dove si andrà a finire?».

Chi sono queste persone? Cosa ci stanno dicendo? Perché lo stanno dicendo in questo modo?
Paolo Grassi, ricercatore all’Università degli Studi di Milano Bicocca

Rispetto ai giovani che hanno provocato i disordini, non c’è solo chi ha condannato e ha chiesto il pugno duro, ma pure chi ha minimizzato, parlando di un gruppo isolato di facinorosi. Il timore è che tutto il ventaglio politico non riesca a inquadrare il fenomeno. Il dottor Grassi non sembra avere dubbi: «È così. Da una parte sono state condannate le violenze, ma poi sono mancati dei passaggi fondamentali: perché nessuno si è chiesto: «Chi sono queste persone? Cosa ci stanno dicendo? Perché lo stanno dicendo in questo modo?». Dall’altra, c’è chi ha minimizzato il problema, addirittura con ragionamenti complottisti su presunti infiltrati o su una orchestrazione da parte della Russia. Tutte letture che rischiano di non far capire quello che sta succedendo veramente, ossia che queste nuove generazioni ci sono e hanno una voce che nessuno ascolta». Per il ricercatore universitario, «stanno dicendo molto bene» i motivi che li hanno spinti ad assaltare Milano: «Non abbiamo un futuro, il costo della vita è esagerato e non c'è lavoro. Questi problemi affliggono la società italiana in generale, ma, di nuovo, colpiscono con più forza le persone che hanno meno risorse. A questo si aggiunge il fatto che in Italia, negli ultimi anni, c'è stato un processo di criminalizzazione dei giovani, in particolare di quelli con un background migratorio. Parliamo di un atteggiamento stigmatizzante e repressivo».

Ma non è estremamente contraddittorio rispondere a queste stigmatizzazioni con atteggiamenti criminali? Lo studioso sottolinea: «A livello di analisi sociale, questo succede spesso, no? Quando i gruppi giovanili vengono stigmatizzati, prendono proprio quello stigma e lo fanno diventare la loro bandiera. Tradotto: tu mi stai criminalizzando, mi stai rappresentando in un certo modo, e io faccio proprio il criminale».

Per Grassi, «bisognerebbe recuperare lo scollamento verificatosi nella nostra società. Questo è sempre più profondo, perché negli ultimi anni si è si è scavato lungo tale solco, anziché cercare di arginarlo. È necessario sapere «vedere» questa generazione, nelle sue specificità».

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