L'intervista

«L'Iran sta mostrando al mondo il suo vero volto»

Sono trascorsi due anni dalla morte di Mahsa Amini, «morta per un capello fuori posto» – Le proteste del movimento «Donna, vita, libertà» sono state messe a tacere dalla repressione – Ne parliamo con la giornalista Hana Namdari
© KEYSTONE (EPA/ABEDIN TAHERKENAREH)
Jenny Covelli
16.09.2024 18:30

Morta «per un capello fuori posto». Sono trascorsi due anni da quel 16 settembre, quando Mahsa Amini, 22 anni, originaria del Kurdistan iraniano, è morta a Teheran dopo essere stata arrestata dalla polizia religiosa per non avere indossato correttamente il velo islamico come prescritto dalle leggi iraniane. Da allora le proteste hanno riempito il Paese. Una rivolta che si è trasformata in una sfida aperta al regime degli ayatollah sotto il motto «Donna, vita, libertà». Donne protagoniste indiscusse della ribellione, una vita sempre più «in contrasto» con il messaggio ideologico della Repubblica islamica. Che hanno attirato l'attenzione (e la solidarietà) del mondo intero. Ma che cosa è successo in questi 24 mesi?

Dal 16 settembre 2022, denuncia Amnesty International, l'offensiva contro i diritti umani si è intensificata in Iran. Le autorità hanno intrapreso una «guerra contro le donne e le ragazze», reprimendo sempre più violentemente chi sfida le severe leggi sull'obbligo del velo – anche con stupri e altre forme di violenza sessuale – e pronunciando un numero crescente di condanne a morte per mettere a tacere il dissenso. «Non è stata avviata alcuna indagine penale efficace, imparziale e indipendente. Inoltre, il Parlamento iraniano si prepara ad adottare un "disegno di legge a sostegno della cultura della castità e dell'hijab"».

Con il passare del tempo, la luce occidentale puntata sulla condizione dei diritti umani in Iran si è affievolita. Complici i conflitti in Ucraina – Mosca ha ricevuto dall'Iran forniture di missili balistici – e in Medio Oriente, dove la tensione è alle stelle. «I fari non sono più accesi sulla questione che riguarda le donne. Ed è sicuramente un male per la situazione interna al Paese», ci spiega Hana Namdari, giornalista iraniana di Indipendent Persian. «Ma c'è anche l'altro lato della medaglia: il Governo sta mostrando la sua "brutta faccia" nello scenario internazionale, confermando che questo "male" è un male sia per il suo popolo, sia per il mondo intero. Con le sue azioni, sta confermando tutto quello che il popolo iraniano urla a gran voce».

Da Raisi a Pezeshkian, nulla è cambiato

La giornalista è convinta che l'entrata dell'Iran nello scenario internazionale possa permettere all'Occidente di conoscere meglio, o più da vicino, chi governa il Paese. Una sorta di «mani invisibili che, indirettamente, aiutano il popolo a portare avanti le sue cause sociali». «Con la morte (misteriosa) del presidente Ebrahim Raisi, lo scorso maggio, si sono aperti nuovi scenari a livello politico, nel Paese», fa notare Namdari. «Ci sono divisioni, e la distanza di vedute si è acuita. Il 6 luglio c'era già un sostituto, il deputato riformista ed ex ministro della Sanità iraniano Massoud Pezeshkian. Ma i candidati erano stati scelti ad hoc, affinché seguissero i dettami della guida suprema, l'ayatollah Ali Khamenei. Nomi che al popolo iraniano non dicevano assolutamente nulla. Di conseguenza, tutti sanno che chi è stato eletto deve inevitabilmente essere un seguace cieco del sistema». Al ballottaggio presidenziale hanno partecipato 30.530.157 persone, il 49,8% degli aventi diritto. «Hanno votato Pezeshkian sperando in un cambiamento. Perché sono convinti che fare affidamento su un rinnovamento radicale è, al momento, pressoché impossibile». La realtà è che appena dopo l'insediamento, «il nono leader della Repubblica islamica ha presenziato a tutte (e dico tutte) le manifestazioni del mese sacro di Muharram, festività che commemora la battaglia di Kerbala, nel corso della quale cadde il nipote di Maometto. E questo, già, la dice lunga». 

La giornalista ribadisce che «tutto il caos che sta avvenendo a livello internazionale è ormai considerato dal popolo iraniano quasi come un dono»: «Siamo arrivati a questo punto. Come se fosse il regalo da parte di Dio - e lo dico da laica - per fare capire a tutto il mondo com'è la situazione in Iran».

«Basta divisioni, serve unità»

Oggi, il popolo iraniano ha come unico obiettivo la sopravvivenza. Sa che una rivoluzione non è possibile da un giorno all'altro, ma «magari le cose possono cambiare». La giornalista Hana Namdari porta come esempio la sua famiglia. «Nel 1975, in Iran, ti saresti sentita come nel Paese delle meraviglie. I miei genitori vivevano in Kurdistan, si sono sposati nonostante provenissero da due famiglie modeste, sono partiti tranquillamente per Teheran e lì hanno messo radici. Sono andati all'università, mio padre studiava Diritto internazionale. Andavano al mare, erano sempre ben vestiti, una bella casa, una bella auto americana. Avevano tutto. Oggi, in Iran, la gente non sa neppure se avrà qualcosa da mettere sulla tavola per cena. In 45 anni il Governo islamico non ha fatto altro che sparlare di quello che c'era prima. E ha alimentato le divisioni: tutti sono nemici di tutti».

Il movimento «Donna, vita, libertà» ha avuto il merito di unire la popolazione attorno a una causa. Chi ha lasciato il Paese, come Namdari, sente la responsabilità di «fare qualcosa», perché «la gente in Iran soffre, non possono più permettersi di manifestare, altrimenti vengono arrestati e condannati a morte. Noi, da fuori, siamo la loro unica speranza». Lo scorso anno, per l'anniversario della morte di Mahsa Amini, il 16 settembre c'erano manifestazioni in diverse piazze italiane – dove vive la giornalista –, «ma tutte separate tra di loro. Divisi anche nella protesta. Oggi ne sono state organizzate (solo) una a Milano e una a Roma: è già un passo in avanti, perché (forse) abbiamo capito che può nascere qualcosa di bello nell'unione e non nella divisione. Nonostante abbiamo vissuto sotto un regime che ci ha trasmesso l'idea di prepotenza». 

La protesta, intanto, non si placa. Narges Mohammadi, scrittrice dissidente iraniana e Nobel per la Pace, dal 2021 è detenuta nel carcere iraniano di Evin, dove 34 prigioniere hanno iniziato insieme a lei uno sciopero della fame per commemorare Mahsa Amini. In una lettera pubblicata dalla sua fondazione, esorta la comunità internazionale ad agire per porre fine all'«oppressione» delle donne in Iran: «Faccio appello alle istituzioni internazionali e alle persone di tutto il mondo... affinché agiscano attivamente. Esorto le Nazioni Unite a porre fine al silenzio e all'inazione di fronte alla devastante oppressione e discriminazione da parte di governi teocratici e autoritari nei confronti delle donne, criminalizzando l'apartheid di genere».

Anche Hana Namdari, in conclusione, lancia il suo personale appello: «Il Governo iraniano assomiglia a un polpo, che ha la testa a Teheran e i tentacoli altrove. In Medio Oriente prima di tutto ma, se guardiamo bene, sul mondo intero. Bisogna eliminare la testa per liberare le zone su cui ha posato i tentacoli».

In questo articolo: