Medio Oriente

Trump esulta per la vittoria, ma l'Iran continuerà ad arricchirsi con il pedaggio nello Stretto di Hormuz

Teheran avrebbe acconsentito il passaggio di alcune petroliere, ma continuerebbe a chiedere alle compagnie di navigazione milioni di dollari: ci vorranno mesi prima di una stabilità in Medio Oriente e la tregua è già in bilico
©Julia Demaree Nikhinson
Michele Montanari
08.04.2026 17:27

Si avvertono già le prime crepe nel fragilissimo cessate il fuoco di due settimane tra Stati Uniti e Iran. I due Paesi già si accusano di aver proseguito con i bombardamenti in Medio Oriente anche dopo l’accordo mediato dal Pakistan, mentre Teheran non sembra intenzionata a mandare in pensione il pedaggio imposto alle petroliere che attraversano lo Stretto di Hormuz. Non solo, l'agenzia iraniana Fars, legata ai Pasdaran, ha segnalato su X l'interruzione del transito attraverso la rotta commerciale in seguito agli attacchi israeliani contro il Libano

Un funzionario di alto rango della sicurezza iraniana interpellato da Press Tv ha ammonito che il mondo sta assistendo alla violazione «da parte del regime sionista» di un cessate il fuoco «fragile e temporaneo», sottolineando che Teheran «potrebbe passare in qualsiasi momento a una difesa su larga scala».

Stando al Financial Times, comunque vadano le cose, l'Iran continuerà a chiedere alle compagnie di navigazione di pagare tariffe in criptovalute per le navi che transitano dalla via marittima. Hamid Hosseini, portavoce dell'Unione degli Esportatori di petrolio, gas e prodotti petrolchimici dell'Iran, ha confermato al quotidiano britannico che Teheran riscuoterà un pagamento da «qualsiasi petroliera», rafforzando pure i controlli. «L'Iran deve monitorare ciò che entra ed esce dallo Stretto per assicurarsi che queste due settimane non vengano utilizzate per il trasferimento di armi. Tutto può passare, ma la procedura richiederà tempo per ogni nave, e l'Iran non ha fretta» ha spiegato Hosseini, precisando che le decisioni sulle condizioni per il passaggio nello Stretto saranno prese dal Supremo consiglio per la sicurezza nazionale dell'Iran. Hosseini ha poi dichiarato che ogni petroliera deve inviare una e-mail alle autorità, specificando il proprio carico, dopodiché verranno informate sul pedaggio da pagare in criptovalute. La tariffa dovrebbe essere di un dollaro per barile di petrolio. Una sciocchezza? Non proprio, dato che una petroliera di grandi dimensioni, come quelle che passano dallo Stretto di Hormuz, solitamente trasporta tra 1 milione e 2 milioni di barili di greggio. Alcune possono superare i 3 milioni.

Non è chiaro se la misura possa rimanere in vigore anche dopo le due settimane di tregua, certo è che per il presidente USA Donald Trump e tutti i Paesi avversi all’Iran sarebbe una batosta. Di fatto, l’intervento di Washington ha permesso a Teheran di monetizzare l’unica via di uscita marittima dal Golfo Persico, incassando decine di miliardi di dollari all’anno. Questo non avveniva prima della guerra, perché Hormuz non era sotto il controllo dell’Iran. Quella che il presidente USA esalta come una vittoria su tutta la linea, in realtà non lo è, almeno dal punto di vista del commercio via mare. Senza contare che il Paese mediorientale si potrebbe ritrovare con molti più soldi in tasca. Secondo il Post, l’Iran potrebbe guadagnare più dei 23 miliardi di spese militari effettuate nel 2025. Mentre i Paesi del Golfo, tra cui Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, si troverebbero a dover pagare Teheran per esportare il proprio petrolio, pur sapendo che quei soldi andrebbero a finanziare missili e droni come quelli lanciati su di loro durante il conflitto. Un altro paradosso legato alla scellerata politica USA.  

Tornando al Financial Times, le petroliere in transito nel Golfo quest’oggi hanno ricevuto una trasmissione radiofonica che le minacciava di possibili attacchi militari se non avessero prima ottenuto l'approvazione delle autorità iraniane. A scanso di equivoci, la comunicazione in inglese ascoltata dal FT, affermava seccamente: «Se qualche imbarcazione tenterà di transitare senza permesso, sarà distrutta». Diversi analisti, inoltre, temono che l’aver consegnato all'Iran il controllo di Hormuz potrebbe alterare radicalmente l'equilibrio di potere all'interno dell'organizzazione OPEC+, dando a Teheran un potenziale veto sulle esportazioni dei membri rivali. Ma se ciò non avvenisse, secondo il New York Times, ci vorranno comunque mesi prima di uscire dalla crisi energetica innescata dal conflitto.

Questo perché la riapertura dello Stretto di Hormuz approvata da Teheran è solo il primo passo verso la stabilizzazione. In queste settimane decine di raffinerie, impianti di stoccaggio e giacimenti di petrolio e gas in almeno nove Paesi, dall'Iran, al Kuwait sino agli Emirati Arabi Uniti, sono stati danneggiati – se non completamente distrutti – da missili e droni. Complessivamente, stima il NYT, il 10% o più della fornitura mondiale di petrolio è stata interrotta. Riavviare queste attività richiederà non solo il passaggio sicuro attraverso la rotta commerciale sotto il controllo iraniano, ma anche l'ispezione delle pompe, la sostituzione delle attrezzature di lavorazione specifiche e il richiamo di dipendenti e navi che si sono dispersi in tutto il mondo. Tradotto: per gli analisti è improbabile che entro la fine del 2026 il costo del carburante alla pompa o quello per gli aerei scenda a livelli pre-bellici. Oggi, dopo l'accordo tra USA e Iran, ha comunque prevalso l'entusiasmo: i prezzi del petrolio sono crollati e le azioni sono salite vertiginosamente. Il nuovo blocco nello Stretto di Hormuz però fa presagire soltanto nuvole nere all'orizzonte.

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