Quel «giorno orribile» in cui morirono sette bambini

«Mio cugino aveva dimenticato il sacco di ginnastica in classe. Era quindi tornato a riprenderlo. Così si è salvato». C’è chi invece scampò perché si trovava ancora in aula, in quanto in «castigo». Il 28 aprile 1976 è una data che a Sant’Antonino non scorderanno mai. Quel mercoledì, alle 11.50, uno scuolabus venne travolto da un treno ad un passaggio a livello incustodito. Morirono sette bambini - tra i 7 e i 10 anni - ed il 66.enne autista. Due i piccoli sopravvissuti. Il Ticino e la Svizzera tutta piansero per giorni. Commozione e cordoglio travalicarono i confini nazionali, dato che quattro bimbi erano italiani, figli di emigrati. «Il furgone è come saltato in aria e i corpi sono volati dappertutto», sbalzati ad oltre 50 metri di distanza, scrissero l’indomani i due giornalisti del Corriere del Ticino che si recarono sul posto per raccogliere le testimonianze e capire dinamica e cause di una delle più gravi tragedie ferroviarie capitate nel nostro Paese.

I segnali funzionavano
Due coppie di sorelle. Cinque bambine e due bimbi. Abitavano tutti a Sant’Antonino. Frequentavano, ovviamente, la stessa scuola. Il pullmino fu travolto dal diretto Locarno-Bellinzona che viaggiava a 120 chilometri orari. Il conducente conosceva benissimo il tragitto, visto che era da tre anni che trasportava gli allievi dall’istituto al loro domicilio, in particolare quelli che abitavano sul Piano di Magadino, oltre i binari. L’inchiesta stabilì subito che i segnali luminosi ed acustici funzionavano perfettamente. «L’incidente è inspiegabile: l’autista ne ha portato il segreto nella tomba», fu il titolo della doppia pagina dedicata dal nostro giornale alla disgrazia. Il 66.enne era considerato «esperto, coscienzioso, scrupoloso e prudente». Non vide i segnali luminosi e non sentì né quelli acustici né il fischio del treno in avvicinamento. Il convoglio era partito dalla stazione di Cadenazzo alle 11.46. Alcuni bambini morirono sul colpo; altri durante il trasporto in ospedale o dopo il ricovero.

Testimoni «increduli»
«Partendo dal passaggio a livello lo spettacolo era raccapricciante: la carcassa del furgoncino abbandonata una ventina di metri più in su, svuotata di tutto (motore, sedili, accessori) e completamente sventrata sul davanti. Sulla banchina laterale e nel prato i poveri oggetti dei bambini: cartelle, scarpine spaiate, fogli di scuola insieme con pezzi del furgone, sedili, brandelli di stoffa», si spiegava sul Corriere del Ticino del giorno seguente. Gli agenti della Polizia cantonale e quelli della Comunale di Bellinzona nonché i numerosi pompieri e i soccorritori dell’ambulanza avevano «espressioni allucinate». Idem i testimoni: «Sotto choc, stralunati, increduli. Qualcuno, con i nervi a pezzi, piangeva». A rendere ancora più tremenda la tragedia il fatto che tra gli occupanti dello scuolabus c’erano pure quattro bambini che non avrebbero nemmeno dovuto salirci, dato che abitavano poco prima del passaggio a livello. Ma decisero di prender posto sul mezzo per stare con gli amici, considerando che essendo un mercoledì nel pomeriggio non ci sarebbero state lezioni.

Il dolore e gli interrogativi
Una folla immensa partecipò, due giorni dopo, ai funerali nella chiesa parrocchiale trasformata in camera ardente. Vi presero parte autorità comunali e cantonali (compreso il Consiglio di Stato) ed il vescovo di Lugano Giuseppe Martinoli. Il paese di Sant’Antonino è «oppresso dal peso di una disgrazia troppo grande». Dolore ed interrogativi tennero banco per settimane. Così come la richiesta di sopprimere, in Ticino, tutti i passaggi a livello incustoditi.


