Se le proteste corrono sui social: «Vanno bloccati accessi e geolocalizzazione»

Che ruolo hanno avuto i social media nel diffondere e fomentare gli episodi di guerriglia urbana avvenuti lo scorso fine settimana? È la domanda su cui si arrovellano in queste ore le autorità francesi. Se da una parte c'è chi ritiene che i social abbiano avuto un ruolo di primo piano nei disordini, come Renaissance (il partito politico centrista e liberale fondato da Emmanuel Macron, n.d.r.), c'è anche chi preferisce procedere con molta prudenza nell'attribuire responsabilità, come sta facendo il Ministero dell'Interno. Ma la questione rimane «calda» ed è certamente destinata a far discutere. Anche perché la situazione che si è creata tra sabato e domenica, definita come «al limite» per le forze di polizia, ha portato lo stesso presidente francese Emmanuel Macron a tenere un discorso alla nazione nella serata di domenica. Discorso nel quale Macron ha sottolineato la «violenza sfrenata» di questi atti, domandandosi «come sia possibile fare questo alla Francia». Il presidente ha anche promesso sostegno ai cittadini colpiti dai danneggiamenti e pene adeguate per i manifestanti violenti: «Chi ha distrutto deve pagare. Chi ha saccheggiato deve risarcire i danni».
Effetto «calamita»
Ma torniamo ai social, in particolare Instagram, TikTok e X, e alcune piattaforme di messaggistica, tutti molto amati dai giovani: qui durante il weekend sono circolati in breve tempo dei veri e propri «appelli all'azione», diffusi rapidamente in un tam tam virtuale. Proprio come era avvenuto in occasione delle proteste studentesche delle scorse settimane. Detto, fatto. Migliaia di persone vestite di nero riunite nelle piazze, cariche della polizia in tenuta antisommossa, scheletri di veicoli avvolti dalle fiamme, monumenti che scompaiono divorati dalla nebbia dei fumogeni. Le immagini che hanno cristallizzato le proteste sono ancora ben impresse nella mente di tutti. Ma non solo. I video di quegli istanti, grati in presa diretta, sono immediatamente andati virali sui social, visualizzati migliaia e migliaia di volte. Racconti reali di quanto stava accadendo nelle principali città francesi, che hanno finito per attirare la curiosità di molti altri giovani. Alcuni - riferisce Le Monde - si sono recati sui luoghi dei disordini perché semplicemente volevano vedere da vicino quello che succedeva, altri per partecipare, come sostengono alcuni politici.
«Bloccare appena degenera»
Ma, in realtà, l'effettivo ruolo giocato dai social rispetto alle proteste sembra ancora difficile valutare, come rileva il quotidiano francese. Ancora più difficile anche capire se e come la cospicua diffusione di filmati che mostravano il saccheggio di negozi delle grandi marche abbia contribuito a fomentare questi furti, creando un effetto domino. Tuttavia, c’è anche chi è fermamente convinto della «responsabilità» dei social in questo frangente. Come Sylvain Maillard, deputato di Renaissance, il quale nelle scorse ore ha chiesto «il divieto di geolocalizzazione dei video di saccheggio sui social media non appena una manifestazione degenera in violenza». Sulla stessa lunghezza d’onda anche il collega di partito Gabriel Attal, candidato alle presidenziali 2027, che è andato ancora un passo più avanti. In un’intervista concessa a RTL, riportata da Le Monde, Attal ha infatti suggerito che durante le rivolte, «bisogna essere in grado di bloccare temporaneamente e in modo mirato» l’accesso a determinate piattaforme, per fermare «l’effetto folla».
Copioni che si ripetono
Ad «accusare» i social di avere avuto un ruolo attivo e un peso considerevole nelle proteste che hanno sconvolto la Francia, pure il ministro dell’Economia Roland Lescure che, senza giri di parole, durante una conferenza stampa sulle misure di sostegno per i commercianti, ha posto l’accento sul «ruolo ovviamente avuto dai social media». «Bisogna affrontare la questione sociale dell'impatto dei social media sulla violenza urbana e si dovranno indubbiamente trarre le dovute conclusioni». Nonostante queste prese di posizione, il Ministero dell’Interno francese ha preferito mantenere una certa cautela riguardo al «potenziale ruolo» che le piattaforme avrebbero avuto rispetto alla propagazione della violenza e dei furti. Uno scenario simile si era peraltro già verificato all'inizio di ottobre, con le prime manifestazioni degli studenti in diverse parti della Francia e relativi scontri con le forze dell'ordine. In quell'occasione il Ministero dell’Interno ha ammesso che i propri servizi erano di fatto a conoscenza di messaggi apparsi online che invitavano le persone a manifestare. In realtà, una parte di questi erano degli annunci falsi. Una dinamica che ricorda un po' la crescente ondata di preoccupazione e falsi allarmi che ora sta circolando a due passi dal confine per le proteste previste a Como sabato 24 ottobre.




