La protesta

Si toglie il velo a 80 anni: «Contro un Islam che uccide»

Gohar Eshghi, madre del blogger iraniano morto nel 2012, si sfila il copricapo religioso in un video: «Chi non lo fa è un codardo, è ora di scendere in piazza»
La donna, nel 2021, era già stata picchiata dalle autorità a causa di un altro filmato nel quale affermava il suo dissenso sulla «Repubblica Islamica»
Jona Mantovan
20.10.2022 16:00

Avere 80 anni e protestare. Invitando chiunque a scendere per le strade e fare altrettanto. La sfida l'ha lanciata Gohar Eshghi, madre del blogger iraniano Sattar Beheshti, morto nel 2012. Le sue parole sono molto dure e sembrano stridere con il suo aspetto di anziana: «Contro una religione che uccide, mi levo l'hijab», dice nel filmato diffuso su Twitter mercoledì sera da più fonti e diventato virale. Un istante di pausa per compiere il gesto simbolico togliendo il fazzoletto nero sulla testa, rivelando lunghi capelli grigi. «Maledico i vigliacchi. Sì, lo dico a tutti voi. Se non scendete per le strade a protestare siete dei codardi. Avanti, scendete in piazza».
È l'appello della donna, che in passato aveva già subito violenze da parte delle autorità iraniane, che nel 2021 l'avevano picchiata a causa di un altro filmato, nel quale affermava il suo disprezzo per la «Repubblica Islamica». «Non vogliamo la Repubblica Islamica», aveva detto all'epoca. L'appello fa riferimento alla morte di Mahsa Amini, 22 anni, avvenuta il 16 settembre a Teheran dopo un violento arresto ad opera della cosiddetta ‘polizia religiosa’. Il motivo? Sempre quello: non aver indossato il velo islamico come prescritto dalle leggi iraniane. Amnesty International ha sottolineato come la ragazza sia stata «arrestata in modo arbitrario dalla famigerata polizia della moralità».
Non è tutto però. Perché c'è l'ombra del sospetto di torture nel corso la detenzione. La famiglia della ragazza sostiene che lei era in perfetta salute e che, dopo il fermo, sarebbe stata picchiata fino a mandarla in coma.

Guarda il video — A 80 anni si toglie il velo per protestare contro «una religione che uccide»

Una nuova ondata di proteste

Per le strade del Paese, insomma, infiamma la protesta e le autorità si trovano sempre più in difficoltà nel gestire il malcontento, che si traduce in riunioni di piazza scandendo motti di protesta, musica a tutto volume, vie delle città a ferro e fuoco ma, soprattutto, ragazze che bruciano il loro copricapo islamico, simbolo della sottomissione femminile e di una società ingiusta. La disapprovazione in seguito al fatto di sangue, poi, ha raggiunto le strade e le piazze di tutto il mondo. Non si contano le dimostrazioni simili a quelle messe in scena in Iran, soprattutto di fronte alle ambasciate e agli uffici consolari nelle varie nazioni. 
Ed è proprio su quest'onda che si inserisce anche la vicenda di Elnaz Rekabi, l'atleta iraniana 33.enne che aveva gareggiato senza il velo ai Campionati asiatici in Corea del Sud. Inizialmente se n'erano perse le tracce, ma l'atleta aveva poi diffuso un messaggio sostenendo che l'hijab le era caduto prima della gara. Al suo arrivo all'aeroporto di Teheran è stata accolta da una folla che l'ha celebrata.

Chi è Sattar Beheshti, il blogger iraniano morto in carcere nel 2012

Il regime iraniano era stato preso di mira anche dal blogger Sattar Beheshti, il figlio defunto di Gohar Eshghi al centro della protesta via media sociali di questi giorni. Il giovane, nel 2010, lavorava in un negozio a Teheran. Questo è l'anno fatidico in cui ha iniziato a smuovere le acque, protestando per il trattamento riservato a chi si voleva opporre al potere del momento: parlava di ingiustizie. Di detenuti maltrattati e minacciati nelle carceri. Di sparizioni e uccisioni misteriose. Nel 2012, però, è fermato dalla cosiddetta polizia morale. Istituita durante l'era dell'ex presidente della linea dura, Mahmoud Ahmadinejad, e nota come «Kesht Irshad», è composta da uomini in uniforme verde e donne in chador nero.
L'accusa è pesante: Sattar criticava continuamente il sostegno economico dell’Iran a Hezbollah, l'organizzazione paramilitare islamista sciita libanese, la cui forza dell'ala paramilitare — proprio grazie al supporto iraniano — è cresciuta al punto da essere più potente dell'esercito regolare. Sattar Beheshti è così scortato in carcere e trattato come un terrorista. Torturato, muore il 22 ottobre in prigione. Senza che nessuno dei suoi familiari gli abbia potuto anche solo rivolgere la parola dal momento dell'arresto.

Alla ricerca di giustizia

Come si legge nel sito tavaana.org (associazione che promuove un'educazione civica in Iran, fondata nel 2010 con una sovvenzione del Dipartimento di Stato statunitense e di altre organizzazioni), questa tragedia ha aperto un nuovo capitolo nella vita di Gohar che, come madre, si è dedicata nella ricerca della verità sulla morte del figlio. Tanto che le foto che si trovano online la ritraggono sempre con in mano una foto incorniciata del figlio, Sattar, rivolta verso l'obiettivo. L'anziana cerca visibilità mediatica su testate anche all'estero, denunciando l'ingiustizia.
Lungo il percorso, ha raggiunto altre madri i cui figli sono stati uccisi per le loro attività politiche, offrendo loro empatia e solidarietà. Nella sua piccola casa ha ospitato attivisti e dissidenti che le hanno fatto visita per esprimere il loro cordoglio. Il sistema legale iraniano, attraverso una serie di cause, ha stabilito che la morte di Sattar non è un omicidio volontario e ha condannato il suo interrogatore a soli tre anni per negligenza. La sentenza pesa come un macigno perché, riferisce la pagina, arriva in un momento in cui giornalisti, studenti, attivisti per i diritti umani e persino un astrologo... hanno ricevuto pene superiori ai dieci anni per attività pacifiche e civili.

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