Bilaterali, inizia la partita in casa

Un malloppo da 1.056 pagine, tre nuovi leggi federali e l’adeguamento complessivo di 36 leggi federali, di cui 15 di portata sostanziale. Sono questi i numeri del messaggio del Consiglio federale sul pacchetto di accordi (ormai sdoganati come Bilaterali III) con l’Unione europea. Negli ultimi dodici, il Consiglio federale e i suoi diplomatici hanno negoziato con Bruxelles una nuova base per le relazioni bilaterali. Dopo un interminabile serie di trattative, di piccoli passi e di tappe intermedie, ora tocca (finalmente) al Parlamento.
La prima Camera ad affrontare l’imponente dossier sarà il Consiglio degli Stati. Per le varie commissioni coinvolte (sono ben otto), non sarà un lavoro facile. Il primo dibattito in aula, in ogni caso, si terrà dopo l’estate. Forse già a settembre. Il lavoro parlamentare, però, richiederà mesi, forse anni, poiché non sembra esserci la volontà politica di stringere i tempi per andare alle urne prima delle elezioni federali in programma nell’autunno del 2027. Pertanto, molti guardano già al 2028.
«Il risultato è buono»
«Il Governo propone, il Parlamento dispone», ha chiarito subito il «ministro» degli Esteri Ignazio Cassis, facendo notare che il «fattore tempo» non è (più) nelle mani del Consiglio federale. Il ticinese, però, ha anche sottolineato un aspetto: «Sono molto impaziente di seguire il dibattito parlamentare», che si dovrebbe comunque concludere entro la fine della corrente legislatura.
«Abbiamo negoziato bene», ha poi detto Cassis, riconoscendo che si tratta di un progetto complesso. «Il risultato è buono per il nostro Paese». Il presidente della Confederazione Guy Parmelin ha invece definito «equilibrato» il pacchetto di accordi, firmati lo scorso 2 marzo a Bruxelles insieme a Ursula von der Leyen. Cinque anni fa, nel maggio 2021, era stato proprio Parmelin (anche allora in qualità di primus inter pares) a dover spiegare all’UE le ragioni dello stop ai negoziati sull’accordo quadro istituzionale. Per il consigliere federale Beat Jans, con questi «Bilaterali III restiamo fedeli a noi stessi e alla nostra storia».
Referendum facoltativo
A tenere banco è però anche la prospettiva dell’appuntamento alle urne: servirà la doppia maggioranza, oppure è sufficiente la maggioranza del popolo? Per il Consiglio federale, il referendum facoltativo è sufficiente.
«Gli accordi volti a stabilizzare le relazioni bilaterali non adempiono le condizioni previste per il referendum obbligatorio sui trattati internazionali (che riguarda una eventuale adesione a comunità sopranazionali, ndr); non comportano ingerenze considerevoli nella struttura interna della Svizzera, hanno un impatto sull’ordinamento costituzionale e non presuppongono un riorientamento fondamentale della politica estera svizzera», scrive il Consiglio federale nel messaggio, secondo cui non ci sono le condizioni nemmeno per sottoporre un trattato internazionale al cosiddetto referendum obbligatorio sui generis. Per il Governo, in passato, «non esiste un precedente analogo».
Il Ticino non è d’accordo
Sulla questione, la maggioranza dei Cantoni si è espressa a favore del referendum facoltativo, ha ricordato oggi in conferenza stampa il «ministro» della Giustizia Beat Jans. Tra questi, però, non c’è il Ticino che auspica invece la doppia maggioranza. In realtà, non si tratta di una questione secondaria, poiché alle urne il quorum richiesto dalla doppia maggioranza solitamente è più elevato (è calcolato attorno al 55%). Così come non è scontato ottenere la maggioranza dei cantoni più periferici.
Quattro parti
Ma come si voterà? Il Consiglio federale propone alle Camere di approvare quattro decreti federali: uno sulla parte relativa alla stabilizzazione delle relazioni bilaterali e tre sulla parte relativa al loro sviluppo.
La prima parte è quella più consistente: comprende nuove norme istituzionali, come l’adozione dinamica del diritto UE e una procedura arbitrale, che saranno introdotte in cinque accordi esistenti (libera circolazione delle persone, ostacoli tecnici al commercio, trasporti terrestri, trasporti aerei e agricoltura).
Poi, ci sono gli elementi «nuovi»: ovvero il protocollo sulla sicurezza alimentare, l’accordo sulla sanità e infine l’accordo sull’elettricità. Quest’ultimo è quello che potrebbe incontrare le maggiori resistenze in Parlamento. L’obiettivo del Consiglio federale è di separare questo pacchetto in quattro parti anche alle urne.
Questo significa che il popolo dovrà pronunciarsi separatamente su ciascuna delle quattro questioni. Una cosa è certa: se la parte «di stabilizzazione» viene adottate e uno dei tre accordi respinti, non ci saranno conseguenze. Invece, se il popolo dovesse respingere la parte di stabilizzazione, andrebbero a cadere anche gli altri tre. Il motivo è Bruxelles: l’Unione europea non è disposta a concludere nuovi trattati con Berna finché la Confederazione non accetterà di introdurre norme istituzionali negli accordi esistenti.






