Il caso

Crans Montana, «Dopo il richiamo dell’ambasciatore c’è solo la dichiarazione di guerra»

Sabato sera su Raitre sono andate in onda le riflessioni dell’ex premier Matteo Renzi al processo per l'omicidio di Giulio Regeni - Anche allora l’Italia aveva ritirato il proprio rappresentante diplomatico - Nella storia recente della Penisola questa soluzione estrema è stata presa tre volte in venti anni
L'ambasciatore italiano a Berna, Gian Lorenzo Cornado. In primo piano, sfocato, il ministro italiano degli Esteri Antonio Tajani. ©ALESSANDRO DELLA VALLE
Dario Campione
09.02.2026 21:11

Giovedì 19 settembre 2024. In Corte d’Assise, a Roma, l’ex presidente italiano del Consiglio Matteo Renzi è chiamato a testimoniare nel processo ai quattro ufficiali dei servizi egiziani di intelligence accusati dell’omicidio di Giulio Regeni. Il giovane ricercatore triestino - dottorando dell’Università di Cambridge - era stato rapito al Cairo il 25 gennaio 2016, giorno del quinto anniversario delle proteste di piazza Tahrir, e ritrovato senza vita il 3 febbraio successivo vicino a una prigione gestita dagli apparati di sicurezza del Paese nordafricano.

Renzi, che all’epoca era a Palazzo Chigi, spiega alla Corte, presieduta da Paola Roja con giudice a latere Paola Della Vecchia, il susseguirsi dei contatti con le autorità egiziane, le richieste di spiegazione, lo «sdegno» e «l’indignazione» crescenti di fronte ai silenzi e alle omissioni degli 007 del Cairo. Alla fine, dice, siamo arrivati «alla rottura sostanziale delle relazioni [diplomatiche], con il richiamo dell’ambasciatore che, voglio ricordare, è la forma più alta che un Governo può mettere in campo esprimendo dissenso rispetto all’attività dell’altro Governo. […] Davvero, non so quale possa essere il passaggio successivo al richiamo di un ambasciatore: forse la dichiarazione di guerra».

Le riflessioni di Matteo Renzi sono andate in onda, lo scorso sabato sera, su Raitre nel corso di Un giorno in pretura, storico programma della Tv pubblica italiana nel quale sono trasmesse efficacissime sintesi della presa diretta dei dibattimenti relativi ai casi più noti di giudiziaria.

Parole che fanno riflettere, quelle dell’ex premier italiano. Da tre settimane, infatti, l’ambasciata della Penisola a Berna è senza guida. Gian Lorenzo Cornado è stato richiamato il 24 gennaio a Roma dal ministro degli Affari esteri Antonio Tajani e due giorni dopo, il 26 gennaio, con un comunicato ufficiale, la presidenza del Consiglio dei ministri, quindi Giorgia Meloni, ne ha subordinato il rientro in Svizzera «all’avvio di un’effettiva collaborazione tra le autorità giudiziarie dei due Stati e all’immediata costituzione di una squadra investigativa comune affinché vengano accertate, senza ulteriori ritardi, le responsabilità della strage di Crans-Montana del 1. gennaio 2026».

Una scelta eccessiva

La decisione della presidente italiana del Consiglio è parsa a molti eccessiva, sproporzionata, molto oltre le righe. E a dimostrarlo ci sono anche i precedenti storici.

Negli ultimi 20 anni, infatti, prima di far rientrare a Roma Gian Lorenzo Cornado l’Italia aveva richiamato il proprio ambasciatore soltanto tre volte. E per motivi diversi da quelli scatenati da una tragedia sicuramente terribile ma non preventivabile, qual è stato il rogo del bar di Crans-Montana. Soprattutto, lo aveva fatto contestando le scelte dei Governi e non, come nel caso del rogo del Constellation, l’attività della magistratura di un cantone.

7 febbraio 2012

Il 7 febbraio 2012, l’allora ministro italiano degli Affari esteri Giulio Terzi decise di richiamare a Roma per consultazioni l’ambasciatore a Damasco Achille Amerio. Erano i giorni della cosiddetta «Controffensiva di Homs», la rappresaglia ordinata da Bashar al-Assad contro i cittadini che manifestavano per la democrazia.

Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, il 4 febbraio due ore di martellante fuoco d’artiglieria avevano causato la morte di 260 persone, di cui 138 solo nel quartiere di Khaldiyeh. Già in precedenza, la Farnesina aveva espresso all’ambasciatore siriano a Roma Khaddour Hasan «la più ferma condanna e lo sdegno del governo italiano per le inaccettabili violenze perpetrate dal regime di Damasco nei confronti della popolazione civile».

18 febbraio 2014

Il 18 febbraio 2014, la ministra Emma Bonino dispose invece «l’immediato richiamo a Roma per consultazioni dell’ambasciatore a New Delhi Daniele Mancini». La decisione fece seguito alla deliberazione della Corte suprema indiana con cui si rinviava, ancora una volta, l’udienza sul caso dei due fucilieri di Marina accusati di omicidio per aver ucciso due pescatori sparando dal ponte della petroliera Enrica Lexie.

La Corte suprema indiana sosteneva di non poter decidere essendo in attesa di una risposta scritta del Governo sull’applicabilità o meno al caso in questione della legge per la repressione della pirateria.

Bonino, quindi, richiamò l’ambasciatore a New Delhi contestando sicuramente la «manifesta incapacità delle autorità giudiziarie indiane di gestire la vicenda», ma anche e soprattutto «l’inazione del governo indiano» che dilatava a dismisura i tempi della sua decisione per paura della reazione dell’opinione pubblica.

8 aprile 2016

L’8 aprile 2016, infine, toccò al ministro Paolo Gentiloni richiamare a Roma per consultazioni l’ambasciatore al Cairo Maurizio Massari.

La decisione fu presa in seguito agli sviluppi delle indagini sul caso Regeni e, in particolare, alle riunioni svolte a Roma quello stesso giorno e il precedente tra i team investigativi italiano ed egiziano. Di fronte ai tentativi di tergiversare e ai veri e propri depistaggi del Governo di Abdel Fattah al-Sisi, l’Esecutivo italiano giudicò necessaria «una valutazione urgente delle iniziative più opportune per rilanciare l’impegno volto ad accertare la verità sul barbaro omicidio di Giulio Regeni».

Un ritorno incerto

Il Corriere del Ticino ha tentato di contattare l’ambasciatore Cornado il quale, però, ha fatto sapere molto cortesemente di non poter rilasciare alcuna dichiarazione sino al suo rientro in Svizzera. Un rientro, a questo punto, di cui nessuno conosce la data. Il 19 febbraio prossimo, le Procure di Roma e di Sion si incontreranno per discutere sulle indagini e ragionare anche sulla possibile costituzione di una squadra investigativa comune. C’è da chiedersi che cosa succederà se le risposte non saranno quelle attese dal Governo di centrodestra a Roma.