Berna

Croce svizzera sulle scarpe On, gli Stati dicono no

Swissness, il Consiglio degli Stati approva 32 a 5 la mozione di Fabio Regazzi: la croce svizzera solo sui prodotti fabbricati in Svizzera – Bocciata la «Lex ON» dell'IPI
©KEYSTONE/PETER SCHNEIDER
Red. Online
24.09.2026 14:00

Il segnale politico chiaro che Fabio Regazzi chiedeva è arrivato, ed è tutt'altro che timido. Il Consiglio degli Stati ha approvato oggi con 32 voti contro 5 la mozione «Croce svizzera solo per i prodotti fabbricati in Svizzera», depositata a giugno dal «senatore» ticinese del Centro, che è anche presidente dell'Unione svizzera delle arti e mestieri (USAM). Obiettivo: annullare la cosiddetta «Lex On», ossia il cambiamento di prassi con cui l'Istituto federale della proprietà intellettuale (IPI) ha consentito di apporre la croce svizzera anche su prodotti fabbricati all'estero, a condizione che siano stati sviluppati e progettati nella Confederazione. Una decisione, quella della Camera alta, che va in direzione opposta rispetto al Consiglio federale, che aveva raccomandato di respingere l'atto parlamentare.

Una prassi «stravolta»

All'origine della disputa c'è il marchio di scarpe sportive zurighese On, di cui è azionista anche Roger Federer. Da anni l'azienda era in conflitto con Swiss Enforcement, l'associazione che vigila sul rispetto delle regole Swissness: molti dei suoi prodotti portano la croce svizzera, pur essendo fabbricati in Asia. Per i prodotti industriali, però, la legge prevede che almeno il 60% dei costi di fabbricazione sia sostenuto in Svizzera. La tensione era arrivata al punto che, come riportato dal Blick e, a suo tempo, dal Corriere del Ticino, i guardiani della Swissness si erano rivolti alle autorità della concorrenza cinesi per chiarire a quali condizioni il diritto cinese ammetta l'uso della croce su merci di origine non svizzera. Sia l'IPI sia Swiss Enforcement hanno poi precisato di non aver avviato alcuna procedura in Cina.

La svolta è arrivata la scorsa primavera, quando l'IPI ha cambiato rotta. L'Istituto ha motivato la decisione, tra l'altro, con i dazi statunitensi e la forza del franco. On aveva salutato la novità come «espressione di una concezione moderna della Swissness», in grado di rispecchiare la realtà della creazione di valore svizzera contemporanea. Argomenti che non hanno mai convinto Regazzi.

«Il Governo si è comportato da Ponzio Pilato»

Toni che il presidente dell'USAM aveva già usato alla vigilia del voto, in un'intervista al Corriere del Ticino. «Dicono che si tratta di una precisazione della prassi, ma in realtà è un cambiamento di prassi, fatto – sembrerebbe – su pressione insistente del produttore di scarpe On», aveva spiegato. «Ci aspettavamo una risposta diversa dal Consiglio federale, che invece si è comportato da Ponzio Pilato».

Regazzi aveva detto di aver fatto presente direttamente a Beat Jans – l'IPI dipende dal Dipartimento federale di giustizia e polizia – di attendersi un'altra presa di posizione. E aveva lasciato intendere che nemmeno all'interno dell'Amministrazione le opinioni siano unanimi: «Da quanto ne sappiamo, anche all'interno della stessa SECO ci sono posizioni dissenzienti. Probabilmente abbiamo toccato un nervo scoperto».

Anche l'argomento del Consiglio federale, secondo cui la nuova regola «non comporta alcun cambiamento per le PMI che fabbricano i loro prodotti in Svizzera», era stato respinto senza mezzi termini: «È una presa in giro».

Il rischio delocalizzazione

Per Regazzi la vera posta in gioco è la piazza produttiva. «Se per avere il simbolo rossocrociato sul prodotto basta solo svilupparlo e progettarlo in Svizzera, si crea un incentivo ad andare a produrre in Paesi con condizioni più vantaggiose», aveva spiegato al CdT. Un rischio che l'imprenditore di Gordola conosce in prima persona: la sua azienda di tapparelle produce interamente in Svizzera e beneficia dello Swiss label. «Per tanto così, un domani potrei limitarmi alla progettazione e al design in Ticino e trasferire la produzione in Serbia o in Romania».

Come esempio citava il caso di Kybun, produttore sangallese di calzature che ha deciso di trasferire parte della produzione da Sennwald a Montebelluna, in provincia di Treviso. «Intendiamoci, produrre in Svizzera è molto costoso. Ma con il cambiamento di prassi diamo un assist a chi ha già magari dei problemi e vuole produrre altrove». Senza contare, aggiungeva, il rischio di trarre in inganno i consumatori.

La linea di demarcazione proposta dall'USAM è netta: chi produce all'estero può continuare a usare diciture come «Swiss engineering» o «Swiss design». Ma non la croce, «un simbolo che l'industria nazionale ha impiegato decenni per valorizzare».

Le PMI dalla parte dell'USAM

La battaglia non si gioca soltanto nell'emiciclo. Un sondaggio condotto in agosto dall'USAM tra i propri membri ha mostrato che una chiara maggioranza degli imprenditori interpellati chiede di annullare il cambiamento di prassi dell'IPI. Nella stessa occasione l'associazione mantello delle PMI aveva annunciato il lancio di una petizione per aumentare la pressione. «È il segnale sbagliato incoraggiare indirettamente le aziende a delocalizzare posti di lavoro e valore aggiunto all'estero», aveva commentato allora Regazzi.

Ora tocca al Nazionale

Con il sì degli Stati, la mozione passa ora al Consiglio nazionale, dove è pendente anche un atto analogo della consigliera nazionale Daniela Schneeberger (PLR), vicepresidente dell'USAM. Una via politica che Regazzi rivendica con forza, rispetto all'alternativa giudiziaria prospettata da Berna per chi non è d'accordo con la nuova prassi: «È un po' un alibi. Se i tempi della politica sono lunghi, quelli della giustizia possono essere pachidermici».

Il tempo, appunto, è il nodo centrale. «Bisogna agire in fretta per limitare i danni», aveva avvertito il consigliere agli Stati, «perché più passa il tempo più si rischia che questa nuova prassi si consolidi». Il primo passo è stato compiuto, e con un margine che difficilmente potrà essere ignorato.