L'esperto

«Qui c'è un'intera cultura istituzionale da riformare»

Jean-David Pantet Tshibamba ha collaborato nella formazione delle forze dell'ordine vodesi – Spiega: «Il problema è stato troppo a lungo negato»
©LAURENT GILLIERON
Paolo Galli
26.08.2025 23:15

«Già da due legislature denunciamo gravi ed evidenti abusi all’interno della polizia di Losanna: razzismo strutturale, violenza endemica, cultura dell’impunità, incomprensione della violenza contro le donne e le minoranze di genere». La presa di posizione di Ensemble à gauche è dura anche rispetto alla maggioranza, di sinistra, del Municipio: «Da oltre dieci anni, la Municipalità, pur essendo a maggioranza “di sinistra”, non solo ha chiuso gli occhi su queste pratiche, ma ha direttamente contribuito al loro sviluppo». A Losanna si stava, in realtà, portando avanti un lavoro di sensibilizzazione delle forze dell’ordine, con una formazione specifica. «Gli agenti di polizia devono comportarsi in modo consapevole, responsabile e professionale, altrimenti rischiano di rovinare la reputazione delle forze dell’ordine», sottolineava in un’intervista alla RTS Patrick Suhner, vicecomandante della polizia cantonale vodese, soltanto un anno fa.

A quei corsi di prevenzione ha partecipato anche, tra gli altri, Jean-David Pantet Tshibamba, attivista e co-fondatore del think-tank UPYA (Unity, Progress, Youth & Africa), nato all’Università di Ginevra. Probabilmente sarà chiamato ancora a collaborare con la polizia vodese. Da noi raggiunto, spiega: «Non possiamo parlare di episodi, in questo caso. Sono anni che si registrano segnali di allarme, i quali indicano un problema nella polizia di Losanna. Un problema di ordine sistemico che è stato molto minimizzato, anzi è stato persino a lungo negato. La situazione attuale e le rivelazioni che sono state fatte, be’, fanno sì che non si possa più negare l’esistenza di questo problema. Il Comune stesso è andato in questa direzione: ammettendolo. La domanda che dobbiamo porci ora è: come affrontare questo problema affinché la situazione si risolva e si possa tornare ad avere un clima sereno?». Pantet Tshibamba sottolinea che, rispetto a quanto fatto sinora, «c’è ancora un enorme lavoro da fare». E riconosce: «All’interno delle forze di polizia ci sono persone consapevoli del problema e disposte a lavorare per risolverlo. Ma va ricordato che stiamo parlando di un’istituzione, e spesso le istituzioni superano, con la loro cultura, con la loro storia, l’eventuale volontà dei singoli, in questo caso di chi vuole davvero migliorare le cose. Dal mio punto di vista, quindi di chi ha lavorato con la polizia su questo, ciò che è stato fatto sin qui è un lavoro discreto, ma insufficiente. Occorre maggiore sensibilizzazione, più formazione, per andare più in profondità nel problema. Parliamo di un’intera cultura istituzionale da riformare».

Lo ha ammesso, in fondo, anche il sindaco di Losanna, lunedì, utilizzando queste stesse parole. Pantet Tshibamba prosegue: «Ciò che abbiamo visto con il caso delle chat è qualcosa che non dovrebbe verificarsi in un servizio di polizia: come è possibile? Da dove viene una cosa simile? Non parliamo di piccolezze. Questo tipo di deriva si verifica quando c’è un contesto che gli permette di svilupparsi, e allora dobbiamo mettere in discussione il contesto, l’ambiente, e attivare misure forti per cambiarlo». Ma perché proprio a Losanna? «Non credo ci sia un problema particolare di integrazione, a Losanna, ma è vero che ci sono tensioni tra le forze dell’ordine e un certo numero di persone provenienti direttamente o indirettamente dall’immigrazione. Che cosa ha alimentato queste tensioni? Non può esserci una risposta univoca, in questi casi, ma certo una parte di essa è legata a una certa propensione delle forze dell’ordine all’uso della forza in momenti in cui potrebbe anche non essere necessaria. È un aspetto che ora la Città ha deciso di approfondire».

In merito, tra l’altro, si è espressa anche la Federazione svizzera dei funzionari di polizia, la quale ha parlato di «accuse gravi» ai danni dei quattro agenti, ribadendo però che «razzismo, sessismo e pensiero antisemita non hanno alcun posto nella polizia». La Federazione ha preso quindi «le distanze da qualsiasi forma di comportamento discriminatorio», ma ha pure sottolineato che l’impegno degli agenti - al netto del caso specifico - «merita riconoscimento e fiducia». Viene pure chiesto che «la formazione dei quadri attribuisca ancora maggiore importanza» aquesti temi.

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