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L'editoriale

Una mossa calcolata sperando nel «tricket»

La decisione di Chiesa di candidarsi per la successione di Guy Parmelin in Consiglio federale a prima vista può apparire una mossa avventata, ma la questione territoriale va relativizzata, perché la permanenza di Ignazio Cassis in Governo non dovrebbe essere molto lunga
Giovanni Galli
23.10.2026 06:00

Oggi sapremo chi saranno i pretendenti a un posto sul ticket dell’UDC per la successione di Guy Parmelin in Consiglio federale. Il lotto si è ampliato nella serata di ieri con la discesa in campo del consigliere di Stato bernese Pierre-Alain Schnegg e, soprattutto per quanto riguarda il Ticino, di Marco Chiesa. Non si tratta di un fulmine a ciel sereno visto che un’entrata in gioco del consigliere agli Stati era già stata ventilata la settimana scorsa. A prima vista, quella di Chiesa può apparire una mossa avventata, visto che c’è già un rappresentante ticinese nell’esecutivo federale e che nella Svizzera tedesca, dopo le rinunce eccellenti di Esther Friedli e Natalie Rickli, sono in atto forti pressioni per riconsegnare il seggio vacante a un esponente germanofono. Ma la questione territoriale va relativizzata, perché la permanenza di Ignazio Cassis in Governo non dovrebbe essere molto lunga. Si può presumere che il «ministro» degli Esteri, in carica dal 2017, resterà in funzione al più tardi fino al voto popolare sui Bilaterali III, nel 2028. Per quanto inedita e poco probabile, una breve e temporanea doppia rappresentanza ticinese potrebbe anche essere «tollerata» dall’Assemblea federale. Del resto, in epoca recente, per alcuni mesi c’è stata una maggioranza latina di 4-3. La mossa di Chiesa in realtà è ben calcolata, anche perché lui non ha nulla da perdere. Male che vada sarà una buona occasione per la visibilità personale e della sezione cantonale dell’UDC in vista dei prossimi appuntamenti elettorali ticinesi e federali. Quanto alle chance concrete di elezione, davvero minime, l’esperienza consiglia di non azzardare pronostici. La situazione di partenza, al momento, è ancora fluida. A meno che non entri in gioco un vero peso massimo in grado di sbaragliare la concorrenza, è ancora prematuro trarre conclusioni.

Da oggi la palla passa nel campo del gruppo parlamentare che dovrà decidere quanti candidati ufficiali mettere sul ticket e le persone più idonee da sottoporre all’Assemblea federale, il prossimo 9 dicembre. È quindi nel gruppo composto da 74 membri che si faranno i giochi nelle prossime settimane. Il 20 novembre, giorno della scelta per consiglieri nazionali e «senatori», il quadro diventerà più intellegibile. Visti i rapporti privilegiati di Chiesa con chi detta davvero la linea del partito, la famiglia Blocher, si può immaginare che la sua discesa in campo non sia solo frutto di un’iniziativa personale ma di una mossa concordata. Sui possibili obiettivi si possono solo fare speculazioni, ma alla vicenda non sembra estraneo il disegno di indebolire la candidatura latina di Céline Amaudruz, poco gradita alla cerchia ristretta, svizzero-tedesca, dei vertici del partito. Detto altrimenti, Chiesa può sperare nella presentazione di un «tricket» con candidati delle tre regioni linguistiche, come nel 2015, quando l’UDC schierò il trio Parmelin-Aeschi-Gobbi. Egli si è sempre dimostrato un outsider di successo. Ad ogni appuntamento a cui si è presentato non è mai partito come favorito, ma poi ha sempre finito per aver la meglio sovvertendo i pronostici, probabilmente anche i suoi. Nel 2015, aveva sorprendentemente estromesso il consigliere nazionale uscente ed ex presidente dell’UDC cantonale Pierre Rusconi. Nel 2019, in modo ancora più clamoroso, aveva conquistato la poltrona di consigliere agli Stati, che fino a poche settimane prima sembrava fuori portata per chiunque non avesse una grossa sezione cantonale di partito alle spalle. L’anno seguente si era ritrovato proiettato alla presidenza del maggior partito svizzero, che reduce da una flessione elettorale non riusciva a trovare la figura ideale per succedere ad Albert Rösti. Chiesa non è un tenore del Parlamento, ma non è mai neanche stato un provocatore alla ricerca dello scontro. Pur essendo un fedele interprete della linea dell’UDC, può comunque avere buon gioco nel presentarsi come un politico moderato e pronto alla collaborazione, in un consesso che tende a escludere le posizioni estreme.

Oggi, varie cose si chiariranno. Se davvero gli svizzero-tedeschi, maggioritari nel partito, vogliono escludere Amaudruz, hanno bisogno di alternative convincenti, come ha scritto ieri la NZZ. I «big» o si sono ritirati o sono rimasti alla finestra. Entro mezzogiorno, dovrebbero sciogliere le riserve il vicepresidente Thomas Matter (fino a ieri non c’erano zurighesi in lizza), il capogruppo Thomas Aeschi (Zugo) e il consigliere di Stato di Argovia Jean-Pierre Gallati, spinto negli ultimi giorni dalla stampa confederata. Al di là delle regioni provenienza, l’UDC deve trovare personalità capaci e competenti in grado di ottenere una maggioranza. Poi l’esito del confronto è imprevedibile. Il bello sta proprio qui.

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