A Lugano si schiude la porta della stanza del consumo

Non è certo un tema nuovo quello del consumo di droga a cielo aperto al Parco Ciani. E di certo non è paragonabile a quello che fu il Platzspitz di Zurigo. Ma è indubbio che negli scorsi giorni il fenomeno è stato riportato sotto i riflettori a causa di un grave episodio di violenza, avvenuto alla luce del sole. Parliamo della lite scoppiata il 9 luglio scorso tra tossicodipendenti, che ha portato all’arresto di quattro persone con l’accusa di tentato omicidio. Un alterco, sfociato in un brutale pestaggio, che ha rimesso al centro dell’attenzione della politica e dell’opinione pubblica la presenza, in alcuni casi problematica, di persone che consumano e spacciano stupefacenti nel parco. A tornare di attualità sono anche gli atti politici e le proposte per cercare di arginarlo: dalla «stanza del consumo» a misure di presa a carico sociale per queste persone, fino ad arrivare alla repressione. Proprio il 10 luglio scorso, le autorità di Coira avevano stilato un primo bilancio, più che positivo, a tre mesi dell’apertura dello sportello per il consumo controllato di stupefacenti in città.
Questione anche di soldi
E a Lugano? Negli scorsi anni, a dare il la al dibattito ci aveva pensato la capodicastero Sicurezza Karin Valenzano Rossi (che settimana scorsa dalle nostre colonne ha rilanciato l’idea), ma l’idea non aveva entusiasmato i colleghi di municipio, in particolare il capodicastero Socialità, Lorenzo Quadri. A fronte dell’ultimo episodio e della comparsa in città di un secondo gruppo di tossicodipendenti proveniente dall’estero, le cose potrebbero cambiare? «Non sono contrario di principio», premette Quadri al Corriere del Ticino. «Vanno però considerati alcuni aspetti: bisogna trovare un’ubicazione in centro città e non è facile farla accettare. Anche a Coira la cittadinanza si era opposta». Nonostante il sì popolare al progetto nel giugno del 2024 con il 66% dei voti, infatti, l’apertura della stanza del consumo era stata inizialmente bloccata dagli abitanti del quartiere di Sägenstrasse, che avevano raccolto 200 firme per opporvisi. Nell’ottobre successivo, la città aveva trovato un’alternativa, più vicina allo Stadtpark, ossia il fulcro della scena aperta della droga. Malgrado un’altra opposizione popolare, le autorità erano riuscite a trovare un accordo. «Un altro aspetto da tenere presente – prosegue Quadri – è quello finanziario. Non sono progetti a buon mercato: realizzare queste strutture e mantenerle costa milioni di franchi. È denaro che giocoforza mancherà da qualche altra parte. E se si dovesse entrare nell’ottica di una stanza del consumo a Lugano – sottolinea il municipale – è imprescindibile una partecipazione finanziaria da parte del Cantone». Insomma, la porta non è chiusa, ma a determinate condizioni. Una su tutte: «Dovrà essere limitata all’utenza locale. A causare problemi sono persone che non dovrebbero trovarsi sul territorio. Con loro ci vuole un approccio repressivo. Nessuno venga a parlare di prese a carico», chiosa Quadri. «L’utenza locale è nota, così come lo sono le loro necessità. Ma è improponibile che Lugano si accolli anche tossicodipendenti aggressivi che non hanno alcun diritto di stare qui».
Il Cantone che cosa farà?
E qui si torna immancabilmente alla questione finanziaria. E ai rapporti con il Cantone. Sul tema, non erano mancati strali all’indirizzo di Palazzo delle Orsoline. Nel novembre di due anni fa, rinnovando fino al 2028 il mandato ad Ingrado per il servizio di prossimità contro le dipendenze, il Consiglio comunale di Lugano aveva deciso di aumentare lo sforzo finanziario della Città, potenziando l’organico degli operatori di prossimità (aumento di spesa: 55 mila franchi annui. Portando l’attenzione sulla questione dei costi (anche della proposta, al momento congelata, di aprire il centro Ingrado al sabato, che comporterebbe un aumento di spesa di 200 mila franchi annui) Quadri aveva sottolineato la necessità di un contributo da parte del Cantone: «Lo chiederemo ancora, ma è meglio non farsi illusioni» (e infatti la risposta era stata negativa). La critica più dura era arrivata dal sindaco Michele Foletti. «Per il Cantone, la prevenzione delle tossicodipendenze non è più un tema: hanno dismesso quasi tutto quello che si poteva dismettere, pensando di risolvere tutto distribuendo un po’ di metadone. Lugano fa la sua parte, ma non può essere sempre la Città a risolvere i problemi da sola».
«Il Cantone scarica compiti come la prevenzione delle tossicodipendenze sui Comuni, poiché ritiene siano di prossimità», rileva Quadri. «Torneremo alla carica alla luce di questi nuovi episodi ma soprattutto della diffusione di nuove sostanze quali il crack. Il Cantone dimentica però che non tutti i tossicodipendenti del Ciani sono cittadini di Lugano. I Comuni limitrofi versano un contributo, ma chiederli oltre la “cintura” non è evidente. Semmai, rientra nel tema dei contributi di centralità». Un dossier aperto ormai da anni e ancora in attesa di una soluzione.




