A un processo per furto spunta la pistola del delitto di Aurigeno

Due procedimenti penali che si intrecciano, un solo comune denominatore: la pistola utilizzata per il delitto di Aurigeno. A distanza di nove mesi dal fatto di sangue che scosse l’intero cantone, ovvero quando l’11 maggio un 42.enne freddò con due colpi d’arma da fuoco (un terzo andò a vuoto) il custode della scuola ai Ronchini – il nuovo compagno della sua ex fidanzata –, questa mattina è stato processato davanti alla Corte delle Assise correzionali il 35.enne kosovaro che rubò, all’interno di un’abitazione privata del Locarnese, una cassaforte contenente proprio la Glock utilizzata poche settimane dopo in Vallemaggia. Lo stesso uomo che soggiornò nell’appartamento dell’impresario di origini balcaniche a cui poi consegnò la pistola del delitto, passata in seguito di mano e finita in quelle del 42.enne.
Contenuto sconosciuto
Finito in carcere a fine maggio dell’anno scorso, il 35.enne kosovaro (patrocinato dall’avvocato Andrea Minesso) è stato condannato, tra le altre cose, per furto, violazione di domicilio e infrazione alla Legge sulle armi a una pena di 24 mesi, 15 dei quali sospesi per un periodo di prova di 2 anni e l’espulsione dal territorio elvetico per 5. Nell’atto d’accusa stilato dalla procuratrice pubblica Marisa Alfier figurano una serie di furti con scasso in varie abitazioni private del Bellinzonese e del Locarnese. Salta all’occhio quello commesso tra il 13 e il 20 aprile dell’anno scorso, quando rubò una cassaforte contenente due pistole: una Walther modello PPQ e una Glock. L’imputato, secondo nostre informazioni, mise a segno il colpo alla cieca, nel senso che non era a conoscenza del contenuto della cassaforte, anche perché era solito sottrarre dalle abitazioni orologi, gioielli vari, monete in oro e denaro contante. Tuttavia, era però a conoscenza della destinazione delle due armi dopo averle consegnate all’imprenditore bellinzonese presso il quale soggiornava. Quest’ultimo gli aveva detto che le avrebbe rivendute in Italia, ma la Glock finì però nelle mani del 42.enne che uccise a bruciapelo il custode del Centro scolastico di Aurigeno.
Di ammissioni e scenari aperti
Il processo a carico del 35.enne kosovaro ha confermato quindi il percorso che fece la pistola prima di diventare l’arma del delitto. Già lo scorso settembre, ovvero quattro mesi dopo il fatto di sangue, l’impresario bellinzonese (patrocinato dall’avvocato Gianluigi Della Santa e accusato di complicità in assassinio), noto alle cronache per lo scandalo dei permessi facili, aveva ammesso agli inquirenti – dopo non poche reticenze – di aver venduto la Glock al 42.enne, titolare di un negozio di informatica a Locarno, ma negò di sapere per cosa intendesse utilizzarla.
A fare da tramite tra i due, ritengono gli inquirenti coordinati dal procuratore pubblico Roberto Ruggeri, era stata una 33.enne, dipendente del negozio di telefonia mobile di proprietà dell’assassino. Il ruolo della donna, finita in manette alla fine dello scorso agosto con l’accusa di complicità in assassinio, rimane ancora da chiarire.