Politica

Blocco dei ristorni all’Italia, la deputazione tira il freno

Dopo le parole del presidente del Governo Claudio Zali, i rappresentanti ticinesi a Berna invitano alla cautela: il rischio è di esacerbare i rapporti già tesi con Roma e il Consiglio federale
© CdT/Chiara Zocchetti

Domina un certo scetticismo tra i membri della deputazione ticinese alle Camere federali di fronte all’ipotesi - ribadita domenica dal presidente del Consiglio di Stato Claudio Zali - di bloccare (o quanto meno decurtare) i ristorni dei frontalieri. Da più parti, infatti, si predica prudenza, perlomeno in attesa di capire se la Lombardia deciderà davvero di prelevare la cosiddetta «tassa sulla salute», chiamando alla cassa i vecchi frontalieri.

Il Governo ticinese, lo ricordiamo, ha tempo fino al 30 di giugno per prendere una decisione, ma il presidente dell’Esecutivo ha annunciato l’intenzione di portare la discussione in Governo già in una delle prossime sedute. «I rapporti con l’Italia sono ai minimi storici, e quindi si discuterà del blocco dei ristorni in Consiglio di Stato prima di giugno», ha scritto il «ministro» leghista sul Mattino della domenica, facendo riferimento alle dichiarazioni dell’ambasciatore italiano a Berna Gian Lorenzo Cornado, che nelle scorse settimane si era duramente espresso nei confronti della Confederazione dopo l’invio della copia delle fatture delle cure ospedaliere dei feriti italiani di Crans-Montana. Tuttavia, sostiene Zali, «questo è solo un corollario aggiuntivo. Il vero motivo che mi fa dire che le cose vanno sempre peggio è che l’Italia intende sottrarsi agli accordi internazionali stipulati con la Svizzera e recentemente rivisti con l’accordo sui frontalieri applicando ai “vecchi” frontalieri un’imposta supplementare giustificata con il pretesto di una tassa sulla salute». Per questo, il direttore del DT è del parere che «tutto quello che l’Italia preleverà in più sui “vecchi” frontalieri, deve essere compensato deducendolo dai ristorni». L’idea, insomma, sarebbe quella già espressa a inizio anno dal collega del DFE Christian Vitta: inviare un segnale chiaro a Roma intervenendo con una decurtazione dei ristorni. Un’opzione, questa, ribadita in seguito anche dal collega di Governo Norman Gobbi e che potrebbe contare anche sul sostegno della maggioranza parlamentare, visto che una mozione interpartitica di PLR, Centro, Lega e UDC chiede proprio «la sospensione totale o parziale del riversamento all’Italia dell’imposta alla fonte sui frontalieri». Eppure, in attesa che il Governo ne discuta internamente, i deputati alle Camere federali invitano a pensarci bene.

Calma e sangue freddo

Il «senatore» del Centro Fabio Regazzi, ad esempio, pur essendo stato tra i primi a battersi contro la «tassa sulla salute» - da lui giudicata un’imposta e per questo contraria all’accordo fiscale sui frontalieri -, ora sostiene sia meglio «lavorare di fioretto, accantonando la sciabola». Fuor di metafora, per il consigliere agli Stati sarebbe meglio attendere un’eventuale mossa della Lombardia. «Al momento, ci troviamo in una fase di stallo. Il provvedimento è stato pubblicato in Gazzetta ufficiale, ma manca il decreto attuativo», premette Regazzi, secondo il quale «visto che alcune regioni si sono già sfilate, non è da escludere che, alla fine, anche su pressione dei Comuni italiani di frontiera, la Lombardia decida di lasciar perdere, rinunciando al prelievo della tassa». Ecco perché, dice, anche il Ticino farebbe meglio a prendere tempo: «Un conto è lanciare un segnale chiaro, che possa fungere anche da deterrente. Un altro è passare ai fatti. Bloccare i ristorni prima ancora che la Lombardia abbia attuato il provvedimento, significherebbe mettere il carro davanti ai buoi. E farebbe precipitare le cose». Piuttosto, prosegue, «dobbiamo essere pronti a reagire qualora la Lombardia si muoverà». A rammaricare Regazzi, tuttavia, è anche l’atteggiamento delle autorità federali. «Mi sarei aspettato maggiore sostegno al Ticino. Invece, da quanto ho potuto appurare, per il Consiglio federale la tassa sulla salute non violerebbe l’accordo fiscale». Insomma, «Berna non solo non ci appoggia, ma fornisce pure un assist a Roma, sacrificando ancora una volta il nostro cantone sull’altare delle buone relazioni con l’Italia».

Diverso, seppur ugualmente scettico, il punto di vista del consigliere nazionale UDC Piero Marchesi. «Io non sono contrario a strappi istituzionali, ma solo se l’obiettivo è chiaro», premette. «Bisogna capire bene qual è la rivendicazione che il Governo ticinese intende portare avanti. Ossia: il problema è la tassa sulla salute? O il fatto che Berna non voglia rivedere il sistema di calcolo della perequazione intercantonale? O cos’altro ancora? Ecco, non mi sembra ci sia, tra i rappresentanti dell’Esecutivo, una strategia chiara. Se davvero si volessero bloccare i ristorni, alla base dovrebbe esserci perlomeno una chiarezza di intenti. Altrimenti il Governo rischia di fare la figura del pasticcione, dove alla fine non si capisce il perché si procede al blocco». Per quanto riguarda la tassa sulla salute, oltretutto, secondo Marchesi «non dovremmo affatto dispiacerci. Trattandosi di un prelievo a carico dei vecchi frontalieri potrebbe indurli a reclamare salari più alti in Ticino, riducendo perciò la concorrenza sleale con i lavoratori residenti e l’effetto dumping verso i ticinesi. Per noi, quindi, non sarebbe un male».

Non gettare benzina sul fuoco

«Dal mio punto di vista - spiega invece il consigliere nazionale del PLR Alex Farinelli - la questione deve limitarsi a stabilire se, con l’introduzione della tassa sulla salute, la Lombardia violi o meno gli accordi internazionali sui frontalieri stipulati fra Svizzera e Italia. Se la risposta fosse affermativa, allora potrei capire la reazione del Consiglio di Stato». Secondo Farinelli, il Governo ticinese dispone di tutti gli elementi necessari per prendere una decisione. Ma avverte: «Non bisogna commettere l’errore di trasformare la questione in un gesto dimostrativo. Capisco l’insoddisfazione del Ticino nei confronti di Berna, ma non è creando rapporti più tesi che si risolve la situazione».

Più netto, per contro, il giudizio di Greta Gysin. La consigliera nazionale dei Verdi spiega infatti di «essere sempre stata scettica riguardo alla minaccia di bloccare i ristorni dei frontalieri». Dal suo punto di vista, infatti, «anziché aumentare il tenore del conflitto tra Berna e Roma e tra Ticino e Berna, bisognerebbe trovare una via di dialogo migliore». Anche perché, ricorda, «se i ristorni venissero effettivamente bloccati, Berna non la prenderebbe bene». Un parere condiviso anche dal presidente della deputazione Bruno Storni (PS), secondo il quale la questione va risolta usando il dialogo e il canale diplomatico con l’Italia. «In questo momento gettare benzina sul fuoco sarebbe sbagliato. Non bisogna aprire un altro fronte e prestare il fianco a ulteriori polemiche».

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