Caso Hospita-Lega, un chiaro voto dà il via all’inchiesta politica

Il Gran Consiglio, senza sorprese visti gli schieramenti in campo, ha avallato con 61 voti favorevoli e 13 contrari l’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta (CPI) sul cosiddetto «caso Hospita-Lega». I sei deputati eletti dal plenum dovranno quindi far luce sugli addentellati politici della vicenda, spazzando via i dubbi lasciati in sospeso al termine dei lavori della Sottocommissione speciale creata lo scorso agosto. Sempre senza sorprese, la Lega non farà parte della CPI, che sarà presieduta dalla deputata liberale radicale Natalia Ferrara.
Una lettura politica
In aula, la discussione è stata tutto sommato corretta, anche se intensa. E non sono certo mancati i momenti di confusione e le lunghe pause per i chiarimenti procedurali.
Detto ciò, a dare il via al dibattito è stato Fabrizio Sirica, relatore del rapporto di maggioranza. Il co-presidente del PS ha iniziato con una domanda che ha fatto da sfondo a tutto il suo discorso. Come si misura la fiducia dei cittadini nelle istituzioni? Posto che non c’è un unico indicatore, si è risposto Sirica, «ci sono segnali che non si possono ignorare». Uno di questi riguarda la partecipazione al voto. «Alle Cantonali 2023 è stata la più bassa di sempre. E le schede senza intestazione aumentano, tanto che oramai è il primo partito in Ticino». Per il co-presidente socialista, è proprio la fiducia dei cittadini nelle istituzioni il motivo per cui una CPI sul caso «Hospita-Lega» è «indispensabile». Poiché «non deve rimanere il minimo dubbio da chiarire». Sirica ha quindi ricordato il lavoro svolto prima dalla Sottocommissione e poi dalla Gestione. Un lavoro che non è giunto a una vera conclusione. Il socialista ha ricordato ad esempio le richieste di audizione rispedite al mittente dai diretti interessati, ossia dai vertici leghisti. «Non possiamo lasciare zone d’ombra: per questo dobbiamo proseguire» con l’istituzione di una CPI. Sirica ha quindi spiegato perché, secondo la maggioranza della Gestione, deve essere una commissione formata da deputati (e non tecnici) a far piena luce sul caso. «Serve una lettura politica», poiché il comportamento di un esponente delle istituzioni non si misura solo «con la dicotomia legale o illegale: si misura soprattutto con la categoria dell’opportuno o dell’inopportuno». Perché «comportamenti inopportuni non minano solo la reputazione individuale dell’esponente, ma erodono l’intero edificio istituzionale».
I timori della Lega
Chiaro, dunque, il messaggio di Sirica. Diverso, invece, il pensiero di Daniele Piccaluga. Il coordinatore leghista, relatore del rapporto di minoranza, ha messo l’accento sì sulla necessità di ricercare la verità, ma per mezzo di tecnici. «Una CPI può essere utile», ha spiegato, ma anche trasformarsi in un «processo politico travestito da indagine». Il timore, per Piccaluga, è che la CPI diventi «uno spettacolo poco istituzionale, più utile ai titoli che alla chiarezza». La Lega, ha aggiunto, non teme la verità, «ma la verità compressa dal tifo». Ecco perché via Monte Boglia ha proposto un’alternativa: una commissione di verifica composta da tre tecnici. «Quando sono i politici a giudicare altri politici, il rischio è non solo sbagliare, ma non essere creduti». Per il coordinatore, «la verità ha bisogno di metodo, non di una scena. Noi proponiamo di parlare di fatti», lasciando il protagonismo fuori dalla porta. «Meglio una verità verificata di una verità applaudita».
Il sì di PLR e Centro
In aula sono poi arrivate le posizioni dei gruppi. Il PLR, con il capogruppo Matteo Quadranti, ha elencato i motivi che hanno spinto il partito a sostenere la CPI. «Ottenere chiarezza, non clamore. Sicuramente non un processo politico, perché la sentenza arriverà semmai con le elezioni». I liberali radicali hanno quindi proposto Natalia Ferrara come rappresentante nella CPI.
Lo stesso compito è poi toccato al capogruppo del Centro. Maurizio Agustoni è partito da una constatazione: «Sia la maggioranza che la minoranza sono concordi sul fatto che occorre fare chiarezza», ha spiegato. Ma su un punto «non c’è accordo», ovvero sulla composizione: politica o tecnica. «Il nostro gruppo ritiene preferibile la via della CPI: non vi sono particolari motivi per derogare agli strumenti espressamente previsti dalla legge». Il Centro – che ha proposto Giuseppe Cotti come membro – ha comunque auspicato la presenza di un perito esterno nella CPI a garanzia di neutralità.
Questione di anticorpi
Contrarietà totale, come visto, da parte della Lega. Michele Guerra ha evocato lo strumento dell’audit esterno con poteri accresciuti, utilizzato per un altro caso politico, quello dell’ex funzionario del DSS. «Uno strumento estremamente efficace e valido, che permise correttivi importanti e preziosi». E oggi, per Guerra, «deve valere lo stesso» metodo.
A riportare il dibattito sulla questione Hospita-Lega è stato Ivo Durisch. «Potrebbe essere un caso isolato, oppure un segnale di un comportamento più diffuso, che ci interroga sul funzionamento delle istituzioni», ha sottolineato il capogruppo socialista. «Quando il tornaconto personale prevale sul mandato pubblico, la fiducia nelle istituzioni si incrina, la democrazia si indebolisce». E la CPI «è un anticorpo affinché ciò non succeda. Non serve a condannare, ma a chiarire e se necessario a trarne le conseguenze politiche». Per i socialisti, è stato Maurizio Canetta il candidato proposto per far parte della commissione.
Sulla fiducia dei cittadini nelle istituzioni si è concentrato anche il discorso di Alain Bühler. Per il capogruppo UDC, la CPI deve avere «un obiettivo chiaro e non negoziabile: ristabilire la fiducia, dimostrando che il Parlamento è in grado di esercitare l’alta vigilanza». I democentristi non sono interessati «a una caccia alle streghe o a un processo mediatico», ma nemmeno a una CPI «di facciata». Insomma, bisogna andare fino in fondo e ottenere risultati. Il candidato del partito? Andrea Giudici.
Gli affari «personali»
Anche per i Verdi è necessario «far luce sui fatti», ha spiegato la co-coordinatrice Samantha Bourgoin (candidata ecologista alla CPI). Chiarezza sui fatti che «si sarebbe potuta ottenere prima», se solo le persone coinvolte e la Lega non avessero disertato le convocazioni della Sottocommissione, ha evidenziato Bourgoin. Sostegno all’istituzione della CPI è quindi arrivato anche da Avanti con T&L, PC, Più donne, PVL e MpS. In particolare, il deputato dell’MpS Matteo Pronzini ha puntato il dito contro chi ha utilizzato i suoi ruoli istituzionali «per rafforzare i propri affari» personali.
La forma e i membri
Venendo al dunque, il Parlamento si è dapprima espresso sul rapporto di maggioranza, approvandolo a larghissima maggioranza (e bocciando così di fatto la proposta tecnica della Lega). Si è poi trattato di definire la composizione della Commissione che, ricordiamo, potrà avvalersi (se lo vorrà) anche di un esperto esterno. A spuntarla, sul numero di deputati che andranno a comporre la CPI, è stato l’emendamento promosso dai Verdi liberali che chiedeva di allargare il gremio da cinque a sei deputati. Chiarito questo aspetto, è arrivato il lungo momento (a scrutinio segreto) dell’elezione. Al primo turno sono stati eletti tutti i cinque deputati candidati dai partiti che fanno gruppo: Natalia Ferrara (PLR), Giuseppe Cotti (Centro), Maurizio Canetta (PS), Samantha Bourgoin (Verdi) e Andrea Giudici (UDC). Dopodiché, si è reso necessario un secondo turno per eleggere il rappresentante dei «partitini». E qui si è consumato un testa a testa tra Matteo Pronzini e Evaristo Roncelli (Avanti con T&L), con quest’ultimo ad avere la meglio per una manciata di voti (40 a 36).
Luce verde, dunque, alla quarta Commissione parlamentare d’inchiesta della storia del Cantone.


