Christian Vitta: «Aumentare i consiglieri di Stato da 5 a 7 è un tema da approfondire»

Dopo tre legislature, Christian Vitta lascia il testimone. Il consigliere di Stato, giovedì, ha comunicato che non si ricandiderà alle elezioni cantonali 2027. A «La domenica del Corriere» in onda domani sera su Teleticino, il responsabile del DFE ha spiegato le ragioni della sua scelta.
Il Comitato cantonale le ha riservato un lungo applauso, chi si è espresso ha avuto belle parole per il suo modo di essere e il suo percorso. Una decisione, la sua, immagino ben ponderata. So che non ama troppo parlare di sé, ma ci racconta le emozioni e qualche messaggio che ha ricevuto?
««Sicuramente la decisione è stata ben ponderata. Si tratta di chiudere un ciclo di 26 anni di politica cantonale. Ho vissuto più di due decenni all’interno di Palazzo delle Orsoline: prima 14 anni in Parlamento, poi 12 in Governo. Era giusto fare questa riflessione. D’altra parte, all’interno del mio partito vi sono delle persone in grado di prendere il testimone, quindi è anche giusto capire quando è il momento di cambiare. Ho ritenuto giusto comunicare la mia decisione davanti al comitato cantonale perché in fondo la base del mio partito è quella che mi ha sempre dato tanta fiducia. Questo aspetto, unito alla fiducia di tanti ticinesi, mi ha permesso di vivere questa bella esperienza anche dal profilo umano. Dopo questa comunicazione ho ricevuto molti messaggi, anche da comuni cittadini con i quali non ho necessariamente un contatto diretto. Quello che mi ha fatto piacere è ricevere anche messaggi di imprenditori che operano sul territorio con delle piccole e medie imprese, ma anche di singoli rappresentanti sindacali. Questo sta a significare che aver cercato un dialogo fra i partner sociali - e io credo nellʼimportanza del partenariato sociale - è qualcosa che ha lasciato un segno».
Lei si sente il consigliere di Stato che ha unito piuttosto che dividere?
«Per indole cerco di unire piuttosto che dividere, perché nel nostro sistema politico basato sulla concordanza è necessario trovare dei minimi comun denominatori per poter far avanzare dei progetti, delle idee e guardare al futuro in maniera costruttiva. Non siamo un Paese dove si lavora a colpi di maggioranze».
Allora, togliamoci subito il dente, come si dice in questi casi. Lei non ci dirà se si candida o non si candida per Berna, perché questo non lo sa ancora, ma si immagina Christian Vitta lontano dalla politica in questo preciso momento?
«La politica è una passione, una passione profonda. Non puoi fare così tanti anni di politica cantonale, a cui aggiungiamo anche l’esperienza maturata a livello comunale, senza la passione. Quindi la passione per la politica c’è e quella rimane sempre indipendentemente dalle scelte future».
Nessuna regola le imponeva di lasciare, poteva andare avanti. Come l’avrebbe presa il suo partito? Quali sono le dinamiche che si sono create in questi mesi, in queste settimane?
«La discussione è stata fatta con la dirigenza del partito e se avessi dato la mia disponibilità, avrei potuto essere sulla lista assieme ad altri candidati. C’era anche lo scenario di un ricambio perché, come ho detto prima, bisogna essere in grado di capire quando c’è una possibilità di rinnovamento. In fondo, se guardiamo la storia del partito liberale radicale, i consiglieri di Stato che hanno fatto più di 12 anni sono pochi. Questo sta a significare che all’interno del nostro partito, al di là delle regole scritte, c’è un ricambio regolare. È anche giusto quindi lasciar spazio alle persone che vogliono ambire ad una carica nellʼesecutivo cantonale. Un ricambio può dare un po’ di ossigeno alla democrazia e allo stesso tempo anche alle dinamiche interne al partito».
Veniamo quindi al PLR. Tra Gran Consiglio e Governo ha vissuto le presidenze di Giovanni Merlini, Walter Gianola, Rocco Cattaneo, Bixio Caprara e oggi quella di Alessandro Speziali. Un aggettivo, una valutazione, una ponderazione su tutte queste presidenze?
«Ho avuto la fortuna di conoscere e lavorare a stretto contatto con queste persone. Se dovessi caratterizzarle direi Giovanni Merlini signorile, Walter Gianola genuino, Rocco Cattaneo dinamico. Per quanto riguarda Bixio Caprara lo definirei metodico, mentre Alessandro Speziali creativo».
Restiamo su Speziali. Il presidente PLR ha definito il Governo «stanco». Si è arrabbiato per quella affermazione o si sente di dargli ragione?
«Sono affermazioni che fanno parte della dialettica di avvicinamento alla campagna elettorale. Direi che oggi la politica in Ticino, ma anche la politica in generale, sta attraversando una fase delicata per quello che sta succedendo a livello mondiale. Una fase che evidentemente mette molta pressione sulla politica e in particolare sugli Esecutivi. Questo può far apparire lʼattivita come faticosa. In realtà chi opera allʼinterno dei consessi politici lo fa perché ha la motivazione e lʼenergia per affrontare i tanti problemi quotidiani a cui si è confrontato».
È stato eletto nel 2015, quando Laura Sadis aveva deciso di non ricandidarsi. Quell’anno c’era stata da parte del PLR una lista di giovani rampanti. Oggi non vedo così tanti giovani rampanti figli di quella situazione da poter essere messi in lista, quindi si andrà magari verso altre dinamiche. La domanda è questa: la sua decisione, secondo lei, rafforza il PLR oppure apre una fase di incertezza dentro il partito? Sembra quasi che il suo addio sia sinonimo di «non crediamo nel raddoppio».
«Non credere nel raddoppio sarebbe un grosso errore. Vedremo, più ci si addentra nella campagna elettorale, come si posizioneranno i vari schieramenti. La presenza di un uscente può garantire una certa visibilità, un certo bacino elettorale, d’altra parte è anche vero che l’interesse per la lista da parte di nuovi candidati può risultare inferiore. Se l’uscente non è più della partita, si possono creare altre dinamiche, con delle nuove opportunità da cogliere per creare una lista dinamica e forte sotto il profilo elettorale. Però ciò non è scontato ed è quindi importante che si manifestino dei nomi capaci di convincere l’elettorato, perché altrimenti questa opportunità può trasformarsi in un problema. Starà alla dirigenza del partito lavorare per costruire una lista solida, convincente e forte che possa raccogliere tanti consensi, perché alla fine alle elezioni i voti si contano e quindi sono i risultati finali che diranno se una strategia è vincente o meno».
In politica come sul lavoro tutti siamo utili, nessuno è indispensabile. La sua scelta, però, potrebbe generare un po’ di imbarazzo in altri politici che restano in carica nonostante evidenti segni di logoramento. Lei il logoramento l’ha sentito in questi anni?
«Quando si è al fronte, quando si è in un Esecutivo, il lavoro è intenso, bisogna decidere, non ci si può perdere in troppi fronzoli, quindi sicuramente il peso della responsabilità lo si sente. Però, come dicevo poco fa, per poter fare politica per anni bisogna avere una forte passione e una forte motivazione. In me queste caratteristiche sono sempre presenti».
Dodici anni in Governo rappresentano un ciclo secondo lei?
«È molto personale questo aspetto. Ognuno deve sentire quando è il momento di smettere e quando, invece, ci sono le condizioni per continuare. Inoltre, è una questione che bisogna discutere all’interno del partito, perché abbiamo un sistema proporzionale. Di conseguenza, si suddividono i seggi fra i partiti e solo successivamente c’è una graduatoria all’interno della lista del partito. Un confronto interno al partito è dunque necessario».
Facciamo un passo indietro. Lei è stato il volto politico, ma oserei dire il volto umano, durante una fase difficilissima per il Ticino, che poi è diventata una fase difficilissima per la Svizzera e per il mondo: la pandemia. Quanto l’ha coinvolta quel periodo dal profilo proprio umano ed emotivo?
«È stato un periodo molto intenso, in particolare da febbraio a maggio del 2020. Sono ricordi che resteranno indelebili nella mia memoria. C’era un aspetto emotivo da gestire, perché eravamo di fronte a una situazione sconosciuta. Dall’altra parte però bisognava mantenere razionalità e lucidità per affrontare i cambiamenti repentini che avvenivano ogni giorno».
Un altro momento difficile vissuto dal Ticino è stata la devastazione in Vallemaggia. Il Ticino ha mostrato di rialzare la testa ma poi con Berna, come durante la pandemia, le cose non sono state così facili, così immediate. Cosa c’è ancora di incompiuto che magari vorrebbe condurre in porto negli ultimi mesi della sua permanenza in Governo?
«Sicuramente la presentazione da parte del Consiglio Federale del messaggio per gli aiuti straordinari che erano stati promessi. Trovo veramente peccato che a quasi due anni di distanza non ci sia ancora questo messaggio. Sono state fatte delle procedure di consultazione. Alla fine, si tratta di aiutare delle regioni che hanno subito dei forti disagi e ricordo che ci siamo recati con i colleghi e con i sindaci della Valle da Albert Rösti. Penso che Berna debba ora passare alla parte concreta presentando finalmente il messaggio con gli aiuti promessi. Queste situazioni di incertezza creano sfiducia e lontananza fra il Ticino e Berna».
Dirige il DFE, un’entità creata con la riforma del Lago d’Orta del 1991. In queste settimane si è tornati a parlare di una revisione dei Dipartimenti. Un’ipotesi sul tavolo è quella di separare le finanze dall’economia. È una buona idea?
«Su questi temi l’importante è non improvvisare. È il Governo che deve lavorare settimanalmente, quindi è importante che sia l’Esecutivo a dotarsi dell’organizzazione che ritiene più opportuna. La combinazione delle varie aree di attività dello Stato può divergere da cantone a cantone, ma dobbiamo anche tener conto che noi abbiamo cinque consiglieri di Stato, altri ne hanno sette e già questo ha delle conseguenze sulla suddivisione delle competenze e dei compiti».
Parlando del numero dei consiglieri di Stato, sembra quasi voler dire che potrebbe essere anche una valutazione da fare prima di mettersi a studiare la materia dei singoli Dipartimenti e vedere come ripartirli.
«È certamente un tema, come lo è il superamento del sistema proporzionale. Un passaggio da cinque a sette consiglieri di Stato avrebbe il vantaggio di poter ripartire meglio il carico di lavoro. Dall’altra parte, però, cambierebbero anche le dinamiche interne all’Esecutivo perché riunirsi in un gremio di cinque può essere più semplice che in un gremio di sette. Però trovo sia giusto approfondire vantaggi e svantaggi di questo eventuale cambiamento».



